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Chiamala, se vuoi, RAItudine

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Ebbene sì, mi tocca parlare ancora della RAI. Ma stavolta non è per scongiurare con una petizione la cancellazione dei video d’archivio da YouTube, o per parlare di OTT-TV, Social TV, modelli di business e altri temi poco estivi.

No, questo è proprio un post sentimentalista, di quelli che si scrivono sotto l’ombrellone ripescando nei propri ricordi e nei propri istinti primari.  Il motivo di questa struggenza agostana è che la RAI, per un verso e per un altro, negli ultimi tempi è tornata far parte della mia vita, dopo qualche doloroso anno di “ok, ma restiamo amici”. E questo tipo di ritorni di fiamma, per uno che si spaccia per un freddo studioso degli ecosistemi dei media, può avere effetti collaterali dirompenti da un punto di vista emotivo.

Ripensandoci, il punto è che l’aver studiato la RAI e le sue evoluzioni, prima per gioco e poi anche per lavoro, è stata solo l’ovvia conseguenza di un mio desiderio infantile, e cioè un mondo in cui le persone – alla radio e alla televisione – avrebbero visto e ascoltato le cose più belle (sì, ho scritto proprio “più belle”, non a caso ho usato l’aggettivo “infantile”), e non quelle decise da un responsabile marketing della Findus.

Il che sposta da sempre la mia attenzione molto più sull’evoluzione delle radio e delle televisioni pubbliche, nel mondo, rispetto alle varie aziende televisive private, per le quali la missione è ovviamente e legittimamente fare profitti, a prescindere dal valore del contenuto.

Come ben sappiamo la RAI, negli ultimi anni, complici una serie di vicende politico-economiche più o meno note a tutti, ha finito per costituire una versione “sfigata” della televisione privata sia nel modello di business sia, come conseguenza, nella tipologia dei contenuti, allontanandosi notevolmente da questo tipo di utopia alla quale – almeno idealmente – il contratto di servizio sembra tutt’ora ispirarsi.

Lo scopo di chi ha indirizzato questa ormai trentennale deriva era precisamente e consapevolmente quello di far vincere il privato. E’ il privato, infatti, ad aver potuto in Italia operare in una sostanziale condizione di monopolio, e tutta l’operazione è stata resa ancora più facile dal sostanziale e tutt’ora perdurante dominio di un solo soggetto su tutta la raccolta pubblicitaria televisiva. Un dominio che permette a costui di stabilire non solo quali prodotti esistono, ma anche quali politici sono ancora in vita, quali fatti avvengono, quali problemi affligono il paese e quali sono le soluzioni a tali problemi. Se non abiliti quel modello, se non rispetti quel vincolo non vai in TV, quindi per gli italiani semplicemente non esisti.

Ora, io sono ben consapevole dell’argomento che qualcuno potrà opporre rispetto a questa premessa. Prima ancora di stabilire quale sia la missione di un servizio pubblico, e se davvero di un servizio pubblico radiotelevisivo vi sia bisogno, chi può salire su un piedistallo e stabilire cosa è un contenuto di valore e cosa non lo è? Non è forse questo intervento pretenzioso ad opera di una presunta élite intellettuale nel libero mercato dei contenuti a costituire in linea di principio l’infrazione di una libertà fondamentale dell’individuo, quella di nutrirsi dei contenuti (e dei valori) che vogliamo, proprio come ognuno ha il diritto di saccheggiare gli scaffali di junk food nei bar e nei supermercati?

Ecco, c’è un problemino. Questi ultimi trent’anni hanno dimostrato che questo  argomento è tutt’altro che ineccepibile, e ce lo dicono in primis i desolanti dati sull’analfabetismo di ritorno. Semmai tale tesi ha costituito l’alibi perfetto che ha permesso alla televisione pubblica di svuotarsi di tutto quel racconto dell’Italia e del mondo che grandissimi professionisti, almeno fino a tutti gli anni ’80, hanno provato a riversare nelle case degli italiani. Creando un linguaggio e persino una lingua comune, per cominciare, ma anche tanti motivi per stare insieme, per non guardarsi sempre e comunque in cagnesco sul pianerottolo, come pare oggi, nei tempi della crisi di sistema e dell’inevitabile, quotidiana “guerra dei poveri”.

E l’essere stati capaci, per tanti anni, di far scoprire agli italiani la cultura, il teatro, il cinema e persino di dare una rappresentazione alta della politica, al fianco di un intrattenimento leggero ma sempre “degno”, nel senso del rispetto dell’intelligenza del telespettatore, non fu – almeno a mio parere – solo merito di competenze e professionalità, ma anche di una pratica consolidata negli anni, quella che ho sempre chiamato “RAItudine“. Che poi è rimasto l’unico vero tratto distintivo del nostro servizio pubblico anche rispetto a quelli degli altri Paesi, animati in larga misura da propositi e missioni simili.

E che cos’è questa RAItudine di cui sto vaneggiando? Beh, in estrema sintesi potrei chiamarla quella capacità di rendere leggera e parte del nostro quotidiano quella stessa pesantissima missione e quegli stessi impegnativi propositi: educare il Paese, far scoprire la bellezza delle nostre diversità ai nostri stessi connazionali, consolidare la coesione sociale e il rispetto dei valori comuni attraverso la diffusione di uno stile e di un linguaggio comune.

Tutte cose che – si badi bene – nell’immediato dopoguerra non c’erano, e che quindi andavano inventate ex novo. Una operazione che richiedeva un fortissimo senso di responsabilità,  quella responsabilità che chi ha svuotato di senso il servizio pubblico sa bene di aver dovuto mettere da parte, magari con l’ipocrisia ormai ventennale dei bollini verdi e rossi che tutto e il contrario di tutto hanno fatto penetrare dal video direttamente nelle teste delle ultime generazioni.

Certo, i Bernabei che si inalberavano per le calze color carne delle gemelle Kessler erano davvero degli inguaribili e dannosissimi bacchettoni. Eppure dietro l’ingenuo scrupolo si celava proprio quella magica parola, “responsabilità”, che oggi, in virtù dell’inattaccabile alibi liberista, vorremmo rimuovere del tutto dalla tag cloud dei nuovi costruttori di immaginari, dei nuovi piani della rapprentazione di un Paese che forse ha paura del proprio essere “Paese Reale” (e infatti ne racconta un altro, che non è mai esistito).

La cosa affascinante che ho scoperto negli ultimi tempi, e che mi fa ancora sperare in un ritorno se non a quella RAI, che ha fatto ampiamente il suo tempo, a quel senso di responsabilità, è che i residui fossili della RAItudine hanno ben resistito a trent’anni di Pensiero Unico Berlusconiano e all’arrivo in massa delle sue truppe cammellate in tutti i luoghi di potere, RAI compresa.

Ricordate quando Sandra e Raimondo furono letteralmente comprati da quella che allora si chiamava “Fininvest”? Ce li ritrovammo eternamente vestiti lui in un clamoroso smoking, lei in un tripudio di paillettes obbligatorie, un po’ imbarazzati al centro di un lustratissimo studio milanese, quasi a voler essi stessi costituire l’unico motivo per farci cambiare canale. E infatti, privi di autori all’altezza e costretti a improvvisare (eh sì, il “Sandra e Raimondo Show” impallidiva di fronte al leggendario “Tante Scuse”), ci facevano cambiare due volte: la prima per andare su Canale 5, la seconda per tornare a guardare Benigni e Troisi sulle reti di stato.

Eppure proprio quella spregiudicatezza che i cugini d’oltralpe rispedirono al mittente (con tutto il cucuzzaro di “La Cinq”, che brividi) da noi trovò terreno estremamente fertile. Non ne potevamo più di Fanfani che ritardava l’arrivo della TV a colori (“gli italiani non possono permettersela in piena crisi petrolifera”), degli anatemi di Pasolini contro il consumismo che distruggeva la nostra innocenza. Perché noi quell’innocenza volevamo prenderla a martellate. Volevamo un mondo scintillante di soubrettes finalmente scollate proprio perché eravamo sessualmente repressi, perdendo così anche il treno di una vera liberazione sessuale di stampo mitteleuropeo, che invece quasi riuscì persino alla Spagna di Felipe Gonzales, ansiosa di liberarsi in fretta dalle pastoie di decenni di catto-franchismo.

Probabilmente si trattò di un passaggio obbligato. Il problema è che ne affidammo le redini a chi, come oggi sappiamo, pensava a tutt’altro. Mentre, per dire, nel 1969, quando fu allestita in RAI la diretta fiume per la conquista della luna, qualcuno che pensasse a noi, a noi telespettatori (e non al responsabile marketing della Findus, in prima battuta) c’era davvero.

E quindi, invece di copiare le musiche roboanti che contrassegnavano l’analoga moon coverage sulle privatissime CBS, ABC e NBC, c’era qualche assennato Capo Struttura che decise di attenuare l’enfasi, rilassarci con una sorta di musica d’ascensore mentre Andrea Barbato e Tito Stagno annunciavano i collegamenti con Cape Canaveral e le altre sedi collegate. Ecco, per farvi capire bene cosa intendo con RAItudine, vi invito a sbirciare le immagini di quella serata televisivamente perfetta, che – con tutti i vincoli tecnici dell’epoca – più di ogni altra cosa fa capire cosa e come dovrebbe essere un servizio pubblico quando racconta un evento di quella portata a una intera nazione. E in che modo la televisione fosse ancora in grado di incarnare il concetto di “responsabilità”.

Ebbene, la cosa che sto scoprendo in questi giorni è che l’eredità, o forse solo i residui fossili di quel tipo di indispensabili scrupoli nella televisione pubblica ci sono ancora oggi. Per esempio quando “sente” di dover adottare HTML5 nei formati dei video sul web. Oppure quando avverte l’obbligo di sperimentare l’interazione con altri schermi, quelli che la televisione privata guarda ancora con terrore. O quando ti inonda il salotto delle austere e mai interrotte note del quinto canale della filodiffusione, che oggi viene correttamente definito un canale di pubblica utilità.

Ma anche quando mette a disposizione in podcasting quasi tutte le più importanti rubriche radiofoniche, e non ha paura di usare questa parola nei richiami delle sigle finali  (“tutte le puntate sono disponibili in podcast”). Qualcosa resterà, pensa la testa del broadcaster, e magari qualche nipote potrà spiegare alla nonna come non perdere più una puntata di Fahrenheit.

E infine quella RAItudine ancora salta meravigliosamente fuori quando un pioniere del Web 2.0 come Antonio Sofi chiama a raccolta, fin dentro i teatri di posa di Via Teulada, un manipolo di twittaroli (il neologismo è della formidabile Celestina Pistillo), con l’intento di  movimentare i talk show della prima serata. Forse l’unico modo, far entrare la Rete fin dalla concezione del format, per aprire un programma come Millennium alle suggestioni e alle provocazioni di Twitter, non più e non solo un rutilante esercito di aforisti da strapazzo, ma anche una arena di vox populi in tempo reale.

Ecco, io vorrei tanto che dalla tenacia dei consapevoli e inconsapevoli, vecchi e nuovi vessilliferi della RAItudine, dell’amore per il Pubblico, del primato dello scrupolo sul modello di business imparassimo anche noi, anche noi blogger o quello-che-siamo-diventati che, lasciatemelo dire, secondo me continuiamo a scrivere e a pubblicare le cose migliori proprio quando nessuno ci paga, o meglio quando ci appaga il senso di libertà e il voler bene a chi ha la bontà di seguirci.

Perché è del tutto legittimo scrivere, parlare in pubblico, salire su un palco per essere notati e alla fine anche meritatamente ingaggiati da una radio, da una televisione o da una casa editrice. Ma quando vi leggo, che poi è un po’ come guardarvi negli occhi, le cose più belle mi arrivano quando le pensate, o le “sentite”, libere – e quindi gratis.  Per me che vi leggo e – ahimé – anche per voi che le scrivete.

E non, per intenderci, quando qualcuno vi mostra i lontani bagliori delle paillettes di una imbarazzatissima Mondaini, ma solo dopo aver stilato l’inesorabile e antichissimo elenco delle regole per farvi “funzionare”.

 

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Android Tv è un passo indietro. Nella migliore delle ipotesi.

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Sono ormai alcuni mesi che gioco con la Chromecast, l’accrocchetto iper-cheap che trasforma qualsiasi flatscreen in una Connected TV, e mi stavo pure divertendo. Anche perché, per la prima volta, non è un sistema che dipende da accordi con le major, i broadcaster e i costruttori di televisori, ma un vero “disintermediatore” che sposta ogni interazione sugli schermi che Google già domina (smartphone e tablet) riducendo lo schermo del salotto al semplice ruolo di “visualizzatore finale”.

Adesso però, come un fulmine a ciel sereno Google cambia di nuovo le carte in tavola e lancia una “roba” che si chiama Android TV. Ora, io capisco che nel mondo OTT quasi tutto è software, tutto si può lanciare e buttare in un secchio poco dopo (ricordate Google TV?) però in questo caso la prima impressione è che anche dall’alto di Mountain View l’orizzonte di cosa fare, con questa benedetta Connected Television, sia avvolto nella nebbia più fitta.

Che cosa cavolo è Android TV? Non è, provano a ripetercelo in ogni modo, “una piattaforma”. A risentire l’annuncio della I/O Conference, parrebbe un semplice aggregatore cross-screen, che riorganizza tutti i tuoi contenuti, giochi compresi, a patto che

1) tali contenuti siano gestiti nella nuvola di Google, quindi YouTube, Google Play, Google Music, ecc. e….

2) il grande schermo finale sia di un costruttore con cui Google ha stretto un accordo (per ora Sony, Sharp, e pochi altri).

La cosa affascinante è che – sempre ad ascoltare l’annuncio di Google – Android TV comprenderebbe tutte le funzionalità della Chromecast. Ma questo è ovviamente vero solo se tali funzionalità sono integrate nei televisori costruiti da chi si accorda con Google, quando invece la chiavetta Chromecast standalone attraverso la porta HDMI non guarda in faccia nessuno: come si diceva prima, “è un disintermediatore”.

Insomma, a una prima occhiata (ma magari occorrerebbe prima vederla in azione) verrebbe da definire Android TV una pallida imitazione di Apple TV senza il fastidio del set top box, e comunque con qualche anno di ritardo. Verrebbe a questo punto da chiedersi: perché Google continua a comportarsi come il granchio che fa un passo avanti e due indietro, quasi intimorita dal più grande degli schermi, l’ultimo che gli rimarrebbe da conquistare?

E’ come si ci fossero due anime. Una, poco creativa, che cerca di copiare il modello iTunes, quello di presentarsi dalle major, dai broadcasters e dai costruttori per dire “sono l’unico che può salvare le vostre industrie”. E questa si chiama Android TV.

L’altra anima è quella che potremmo chiamare “la rotta di collisione”, su cui la Chromecast iniziava a muovere i primi timidi passi: è quella per cui anzitutto le “cose” (le interazioni, le condivisioni, gli scambi di dati, la social tv…) succedono sugli schermi dominati da Android, abilitando i modelli tipici che foraggiano Google. Solo in un secondo momento, sperando che un numero crescente di applicazioni Android  supportino Chromecast, il contenuto – non necessariamente video –  atterra sullo schermo grande, rubando la scena (e il pubblico) al canale televisivo tradizionale, con conseguente stracciamento di vesti di quest’ultimo, delle major, insomma di tutto il vecchio mondo.

Ma siamo sicuri che sia solo schizofrenia, questa di Google? E se il secondo scenario non fosse solo un secondo tavolo per far capire agli altri cosa potrebbe succedere loro se non venissero accolte le condizioni di Google sul tavolo principale (Android TV, appunto)?

Non sarebbe nemmeno l’unico caso in cui Google crea una situazione di fatto solo per utilizzarla come leva negoziale. Sappiamo, per esempio, che Google ha minacciato le etichette musicali indipendenti di togliere i loro video da YouTube se non aderiranno al servizio di video a pagamento di cui si parla da qualche tempo.

Se così fosse, direi che è facile dire “Don’t be evil”, con la bontà degli altri. Ma magari sono solo mie congetture. Staremo a vedere.

Connecting Television: raccontare il canone inverso

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Devo confessare una cosa: io non solo non so scrivere un libro (chi ha incocciato il mio capitolo di “Connecting Television” penso se ne sia accorto subito) ma soprattutto non so come si organizza la presentazione di un libro. Intendiamoci, il rito lo conosco bene, e ne subisco il fascino. Normalmente prevede un tipo occhialuto e con la pashmina che inizia a parlare a un gruppo di signore profumatissime, che accavallano gambe ancora piacenti su sedie scomode, con accanto l’autore – l’unico autorizzato ad avere sempre l’aria annoiata – il quale aspetta di poter anzitutto rimbalzare al mittente l’imbarazzante panegirico che lo ha appena investito, mostrandosi schivo e modesto per un brevissimo istante dal quale la Sua Creazione riemergerà monda di ogni autoreferenzialità e sarà quindi pronta a essere persino letta in pubblico dalla Sua Stessa Viva Voce, che si sarà casualmente posata su un brano abbastanza incuriosente ma poi non troppo spoilerante.

Il fatto di essere stati parecchie volte a Messa, però, non significa saper “dire Messa”. E così ci abbiamo proprio rinunciato, a fare “le belle presentazioni del prestigioso volume”, preferendo improvvisare una specie di mercato delle pulci nella speranza che tra pubblico e relatori qualcuno avrebbe comprato una vocale.

D’accordo, avevamo “zero budget”, ma anche,  bellepprònte, due fulgide location a Bologna e Milano. Avevamo soprattutto un libro che – apparentemente – iniziava ad invecchiare, ma invece stava solo diventando più saggio.

In circa due anni dall’uscita, più o meno, là fuori erano cominciate a succedere un po’ delle cose che avevamo provato a raccontare: grandi brand che iniziano a scrivere storie per la TV;  soldi che cominciano a finire direttamente nelle tasche dei creatori, senza essere filtrati dai distributori; un pubblico che decide lui i nuovi trend d’uso, iniziando a “creare senso” per gli altri utenti e addirittura, con la Social TV, ad avere lui (buffa parola), “un’audience”.

Così col professor Marinelli abbiamo preso il calendario e piantato il dito su due date un po’ a casaccio. L’idea era quella di trasformarle in altrettanti pretesti  per rilanciare la madre di tutte le grandi discussioni: che cavolo sta succedendo alla “grande sorella”? Che succede a questa televisione che qualcuno, in direzione ostinata e contraria rispetto all’incessante vento unidirezionale dei broadcaster, non rinuncia a voler collegare alla rete-che-fa-anche-tutto-il-resto, e pure nell’altro senso? Scusi lei, sì, dico a lei, quello che ha urlacchiato “sticazzi” dal fondo sala: eschi, per favore.

Abbiamo alzato il telefono, chiamato un po’ di belle persone, a cominciare da Massimo Mantellini, che abbiamo costretto con la forza a fare il “tipo occhialuto con la pashmina”, e siam partiti alla volta della patria dei turtelèn.

“Forse qualcuno verrà a sentire”, ci bisbigliavano gli indigeni mostrandoci un ingiustificatamente enorme articolo  apparso la mattina stessa sulla cronaca di Bologna del Carlino. Il vero dramma è che il titolo era una roba tipo “Correte, ci svelano il futuro della TV!”, alché l’idea di darsi malati e di proiettare in sostituzione Bugs Bunny  si era pure fatta strada.

Poi però abbiamo pensato che tutto sommato avevamo studiato e osservato per qualche annetto, abbastanza per poter raccontare qualcosa con più cognizione di causa degli attori, dei calciatori, dei parrucchieri che tutti i giorni se ne escono con cose come “sarà tutto in 3D, anzi al centro commerciale ho visto pure il 7D”. E quindi ci siamo pazientemente seduti sugli sgabelli e, mentre fuori era già quasi l’ora dell’aperitivo, abbiamo iniziato a raccontare questa roba qua.

Il pubblico? folto, molto attento, e in alcuni casi davvero molto qualificato. Tanto che “le domande”, alla fine, se le sono fatte soprattutto tra di loro, visto che in mezzo c’era gente tipo Angelo Ghigi e Giovanni Boccia Artieri. Il quale, per non tradire il primo dei suoi cognomi, ci ha poi subito condotti in un posto fighetto dietro l’angolo a bere una boccia di Brunello con contorno di sugna sopraffina. Il lambrusco l’avevano finito.

Nel frattempo, in vista della tappa finale milanese, le persone serie e soprattutto sobrie come Romana Andò stavano lavorando alacremente per reclutare autorevoli esponenti dell’universo broadcast. Perché – vedete – nella parte più “sana” della TV tradizionale, per esempio a MTV o Discovery, ci sono teste molto, molto pensanti che sanno dirci cosa, del “canone inverso” che sta per travolgerli può funzionare subito, cosa ancora no, cosa proprio mai mai mai, e soprattutto perché.

Per questo, nel giro di qualche giorno ci siamo ritrovati con Gianluca Neri sotto la madonnina (ditemi che Lambrate è ancora sotto la madonnina, vi prego) per farci raccontare proprio da loro gli ostacoli che impediscono una transizione più veloce verso una TV più libera: con contenuti davvero in concorrenza fra loro, indipendentemente dalla sorgente, meno vincoli “di palinsesto”, meno schiavitù “dell’audience” e magari con qualche nuovo modello di business, di quelli che altrove iniziano a funzionare, eccome.

E siccome stavolta davanti avevamo gente del mestiere (valenti analisti, autorevolissimi e imperscrutabili polemisti,  ma anche personcine che la web-tv la fanno, oltre che “scriverla”) ci è parso opportuno far parlare soprattutto loro, le due voci dell’industria con la I maiuscola, che per fortuna sono andate molto oltre il classico “bambole, non c’è una lira”, svelandoci un po’ di perché e persino qualche percome.

E dopo va beh, ci è parso ovvio e necessario annegare il tutto in un fiume di birra artigianale, perché pare che a Lambrate ci siano le cascate di birra artigianale, si sentiva il rumore in lontananza. Anche se alla fine sembrava un raduno di commilitoni: le ragazze ci hanno mollato “perché avevano da fare”, loro. E pazienza, anche perché io e Gallizio stavamo già elaborando le scuse per congegnare un fugone leggendario, ad ascoltare jazz in una specie di Million Dollar Hotel che forse ci siamo sognati, ma va bene lo stesso.

 

Rai, i buoi sono scappati ma va bene così

rai2Certe battaglie – come quella di chi si ostina a trattare i diritti sui contenuti digitali con gli stessi strumenti dei contenuti analogici – sono ormai perse. Lo hanno capito quasi tutti, nel mondo. La major discografiche, per prime, scendendo a patti con chi – come Apple – prometteva di poter stringere nuovi cordoni, al prezzo di un flusso di ricavi molto ridotto rispetto ai tempi d’oro. Le case editrici, ora inginocchiate di fronte a un nuovo intermediatore di piattaforma (Amazon) più o meno dietro la stessa promessa, e alle stesse condizioni.

Con la TV, specie quella privata, è più difficile. Non a caso mentre la RAI ha trovato un accordo con Google per avere una quota dei ritorni pubblicitari su You Tube (anche sui contenuti “rippati” illegalmente dalla televisione pubblica) Mediaset è ancora ferma alle minacce e alle carte bollate.

Non c’è da sorprendersi. La cultura del modello della televisione commerciale è molto distante da qualsiasi prospettiva di cambiare il paradigma nell’era di internet. La televisione pubblica, invece, ha una cosuccia che la contraddistingue: si chiama “contratto di servizio“, ed è ciò che ci ricorda che è nostra. Un pezzo di carta dove sta scritto che la RAI deve rendere disponibile a tutti i cittadini italiani la fruzione dei contenuti da lei trasmessi su tutte le piattaforme che la tecnologia rende via via disponibili. Compreso il web. Poi, sta naturalmente alla RAI dotarsi di tutti gli strumenti che impediscano l’appropriazione indebita di questi contenuti, ma questo non deve limitare “la fruizione”.

Ora, la vicenda SKY/TVSAT ci insegna che non è il caso di dormire sugli allori. Sulla tecnologia satellitare, la RAI può imporre un proprio decoder, e alla fine – nonostante vari ricorsi in tutte le sedi legali anche internazionali, la piattaforma SKY non può ritrasmettere i canali del digitale terrestre, con l’argomento che non si poteva arricchire l’offerta di un concorrente.

Ma quello – lo ammettiamo – era un caso limite. Diverso è il caso dei portali “ufficiali” che ospitano i live stream dei canali televisivi. La RAI, in questo, è stata molto più veloce di Mediaset col suo portale Rai.tv. All’inizio, l’adozione di Silverlight (e di Microsoft.net) come piattaforma per il DRM suscitò qualche malumore. Poi ci si rese conto che Flash era ormai prossimo a tirare le cuoia, e il tema sembrò superato.

Chi voleva pervicacemente scaricare sul proprio hard disk, in modo illegale, i video della RAI poteva farlo seguendo le istruzioni dei parecchi tutorial che iniziarono a comparire su YouYube. Ma la quota dei “pirati” disposti a un tale sbattimento non superava mai la soglia “bittorrent”, la stessa che oggi mostra a major e broadcasters che la pirateria ha già saturato il “suo” mercato, rispetto alle molte offerte legali (come iTunes e Netflix) che ormai sono disponibili in rete. In sostanza si è scoperto che la stragrande maggioranza degli utenti è più che disposta a pagare un’offerta legale di contenuti via web pur di non dover imparare a diventare “pirata”.

Tutti felici e contenti? Manco per niente. Negli ultimi anni, infatti, le tecnologie per un web aperto (come HTML5) sono diventate degli standard “de facto” anche per il video. Tutti gli smartphone e tablet (che supportano HTML5) hanno ormai preso una bella quota delle fruizioni video totali, determinando il famoso “furto di attenzione” rispetto al primo schermo che terrorizza i broadcaster.

E – tornando alla RAI – se il servizio pubblico intende rispettare il contratto, deve permettere a ogni cittadino italiano possessore di un device mobile di accedere atutti i contenuti di Rai.tv senza limitazioni sulla piattaforma. Ora, però, la piattaforma non è solo il portale. E’ anche il sistema operativo, per esempio iOS e Android. Sono i linguaggi supportati, come HTML5. E’ anche il browser, per esempio Firefox.

Ecco, appunto: HTML5 e Firefox. Non sono in molti a rendersi conto di quanto sia importante che queste due componenti, che hanno ormai una quota di diffusione così alta siano componenti a sviluppo Open Source.

Infatti da un lato la RAI (ma anche molti altri produttori di contenuti) non possono esimersi dall’adottarle, proprio per la loro diffusione, e non solo per una questione di “contratto di servizio”. Ma dall’altro la comunità potrà continuare a sviluppare funzionalità su Firefox e HTML5 senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E’ per questo che – anche se con una funzione seminascosta – Firefox permette sui player HTML5 di scaricare il contenuto del video, come ho scoperto per caso l’altro giorno (e subito segnalato) guardando una bellissima puntata di “Sostiene Bollani” su Rai.tv. Da un tablet o uno smartphone, è sufficiente tenere premuto il player per vedere apparire queste funzioni.

raiScegliendo “Salva video” il device inizia a scaricare un enorme file con estensione “.htm”, che – rinominato in “.mpg” può poi essere visto in locale, come ogni altro video memorizzato sul device. E’ illegale, come quando si seguono le istruzioni dei tutorial pirata? No, non lo è. Perché la RAI supporta quella tecnologia in tutte le sue componenti, e quelle funzionalità sono previste da quelle componenti.

Ora, sono sicuro che esiste un modo per impedire “a monte” che i file video vengano scaricati. In questo modo, però, il broadcaster adotterebbe una versione “spuria” delle funzionalità della piattaforma di distribuzione, e violerebbe il contratto di servizio proprio come nel caso-limite di TVSAT.

Ma sono sicuro che, avendo gli esperti della RAI capito da tempo che ciò che interessa alla stragrande maggioranza delle persone è la fruizione, e non il possesso dei contenuti (lo dicono i report degli analisti che noi non siamo come i tedeschi, per fortuna), non sarà adottato alcuno stratagemma di questo tipo.

A meno che qualcuno non pensi di fare carriera illudendo qualche capo struttura con una pezza di durata molto, ma molto breve.

Context is King, Content is Apps

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E se fossero proprio le tecnologie aperte come HTML5 a permettere ai creatori di contenuti di stabilire autonomamente i loro modelli di business?

Se fossi riuscito, col mio coloratissimo Prezi a seminare un dubbio di questo tipo tra gli avventori del Media Web Symposium di Berlino, lo considererei già un successo trionfale. Per ben due giorni la kermesse organizzata dal Fraunhofer Institut sulle tecnologie d’interazione applicate all’industria dei contenuti si è concentrata su fenomeni “di processo”: la connected TV, il multiscreen, la ricerca di uno streaming davvero “agnostico” rispetto a chi lo diffonde sul Web.

Ma rimaneva un grosso “buco” al centro del programma, quello su come queste evoluzioni tecnologiche si incontrano (o ignorano) i nuovi trend d’uso, e soprattutto come possono abilitare ecosistemi del tutto inediti, non necessariamente governati da vecchi e nuovi aspiranti “padroni del vapore”.

E in quello spazio mi sono infilato io, con la scusa di concedere una tregua a un pubblico forse in vena di staccare per un attimo dal tema dei linguaggi di programmazione e degli standard.

Nel mio speech ho provato a percorrere un pezzo di passato fino a un possibile futuro: dal 1990 al 2020, con al centro una fotografia del momento che stiamo vivendo, il 2013.

Si passa quindi da un ecosistema bloccato (1990), in cui il modello “sussidia” in prima istanza i detentori dell’infrastruttura distributiva, che possono così dettare regole, vincoli e modelli di business per tutti gli altri attori a monte della catena, a cominciare dai Content Owners…

…a una fase, quella attuale (2013), in cui nuovi soggetti provano a sostituirsi ai vecchi “tycoon”, facendo valere i propri asset non duplicabili (la piattaforma, il device, i contenuti mainstream)…

…per sbarcare in un 2020 dove appare un nuovo ecosistema che ancora non si sostituisce al vecchio, ma progressivamente sottrae eyeballs, attenzione e quindi fonti di ricavo ai modelli precedenti, facendo soprattutto leva sul “senso” del contenuto (“Context is King”).

La straordinaria resistenza al cambiamento di TV, Radio, Giornali e Libri è solo scalfita dai newcomers, il cui principale fattore di successo, nel conseguire una sostenibilità economica, è allearsi coi nuovi player che sul Web spingono verso linguaggi, codec, pratiche aperte e non controllabili da pochi soggetti. L’area del sussidio si allontana dai distributori e per la prima volta si avvicina al content provider indipendente, che è libero di studiare il format insieme al nuovo meccanismo di remunerazione. Per esempio, all’interno di una App “agnostica” rispetto alla piattaforma, e in grado (magari grazie a HTML5) di girare su qualsiasi browser. Sullo sfondo, le nuove esigenze di consumatori ormai smaliziati, che da un lato si tuffano nella “diversity” offerta dal Web, dall’altro confermano di usare i social media per i grandi, irrinunciabili momenti di aggregazione.

Il video in italiano, registrato pochi giorni prima alla Social Media Week, è qui. I vostri commenti sono più che mai graditi.

Non poteva andare diversamente

Sono passate alcune ore dal Berlusconi-show nella tana di Santoro e mi capita di leggere ancora commenti del tipo: “ma come è stato possibile, hanno aspettato vent’anni per incastrarlo, con documenti inoppugnabili, domande ineludibili, lontano dai suoi soliti lacchè, e invece l’ha fatta da padrone, li ha ridicolizzati”.

E francamente sono commenti che mi sorprendono. Sono anzitutto stupito che ancora non sia chiaro che Santoro e tutte le sue imitazioni degli ultimi vent’anni sono solo un riflesso condizionato del berlusconismo, in qualche misura un prodotto diretto di questi ultimi vent’anni di politica ridotta a teatrino raccontata da un giornalismo ridotto a teatro.

Sì, teatro, perché – se ricordate bene – quello che a molti sembrava ormai un format immutabile (il “talk-show” alla Santoro) in realtà agli inizi era molto diverso. Vent’anni fa – ai tempi di “Samarcanda”, per intenderci – Santoro conservava ancora un simulacro delle regole base del giornalismo, inteso come un mestiere  che dovrebbe mettere le persone in condizione di costruire una “propria” opinione attraverso il racconto documentato di “fatti”.

Ebbene attraverso Moby Dick, Tempo Reale, Anno Zero e infine Servizio Pubblico quello che oggi ci ritroviamo in mano, dopo tre lustri di sistematica distruzione dell’informazione televisiva, partita da Mediaset e felicemente portata a termine in Rai, è qualcosa di irriconoscibile. Un luogo dove un “opinion leader” (Santoro) e i suoi sodali (Ruotolo, Travaglio, Vauro ecc.) devono dimostrare a un pubblico evidentemente ritenuto beota che loro avevano avuto ragione fin dall’inizio, indipendentemente dalla regola numero uno che – appunto – dovrebbe essere il rispetto dell’intelligenza del telespettatore.

Il fatto che Santoro e i suoi abbiano ragione o torto, così, passa clamorosamente in secondo piano, affogato dalle dirette dalle piazze e dalle fabbriche urlanti, dai loggionisti rumorosi e scapigliati, da reportage ormai diventati copie perfette della peggiore fiction berlusconiana, con tanto di musica d’effetto e voce recitante.

Che Santoro sia diventato una “bête de spectacle” più che un giornalista, all’estero se ne rendono facilmente conto, anche quando devono difenderlo dagli editti del potente di turno. Siamo invece noi, assuefatti dall’imbarbarimento dei linguaggi prima ancora che della politica, a non accorgerci più che si tratta sempre dello stesso prodotto televisivo, un prodotto che con l’informazione ha davvero poco che vedere.

E’ dunque del tutto ovvio che in un circo come quello allestito da Santoro, in ossequio alle leggi dell’audience dettate da vent’anni di berlusconismo, sia proprio Berlusconi a trovarsi perfettamente a proprio agio. Con le più elementari sconnessioni logiche, le volgarità, le incoerenze, le battute per superare gli ovvi imbarazzi, in sintesi con il massimo disprezzo per l’intelligenza di chi è davanti al video. Un disprezzo che del resto, da spettatori, legittimiamo ogni volta che ci poniamo di fronte al video con le stesse granitiche certezze di chi compra “Libero” o “Il Giornale”, e con lo stesso spirito con cui guarderemmo l’unico prodotto televisivo paragonabile, e cioè il becerissimo “Jerry Springer Show“.

Se poi tutto questo sarà in grado di spostare consensi verso il centro-destra è un tema su cui non intendo spendermi, perché di sondaggi non capisco molto. Dico solo che se lo scopo era quello di esporre l’ex-premier al pubblico ludibrio, in una sorta di resa dei conti tra l’Italia dei giusti e quella degli avvelenatori dei pozzi, il risultato è stato imbarazzante. Anche perché di solito l’acqua per pulire non la vai a prendere nel pozzo avvelenato.

What’s Broadcast, and what’s not?

Sempre più spesso mi capita di leggere o ascoltare frasi come “Twitter non è conversazionale, è broadcast”. La mia sensazione è che al fianco del deprecabile fenomeno delle buzzwords che durano il tempo di far sembrare “nuovi” quelli che le usano per primi, stia prendendo corpo la tendenza di attribuire a parole antiche, come “broadcast”, significati fantasiosi.

Lungi da me fare il lexicon-nazi (per me i Beatles sono diventati grandi comunicatori quando hanno iniziato a strillare “she don’t care”, per dire). Il punto è che si comincia ad esagerare. Con questa parola, “broadcast” ormai si iniziano ad intendere significati che – ad essere clementi – potremmo definire tirati per i capelli. Twitter e Tumblr vengono definiti “broadcast” perchè non incoraggerebbero la risposta e il canale di ritorno, favorendo invece il meccanismo dell’amplificazione dell’audience attraverso il meccanismo del retweet o del reblog.

Niente di più falso. Sia Twitter che Tumblr poggiano su una infrastruttura a due vie. Se le  due piattaforme sembrano incoraggiare un uso “spannometrico” ciò non significa che gli utenti rinuncino ad utilizzare il canale di ritorno, e questo a prescindere da funzionalità come il “like” di Tumblr o il “reply” di Twitter. E’ proprio il feedback in tempo reale, in ogni caso, a rendere questi mezzi completamente diversi rispetto – per intenderci – alla radio o alla televisione. Essi permettono infatti – attraverso la curation – di costruire e ricondividere senso, cosa che nel broadcast non è possibile e – aggiungerei – nemmeno auspicabile.

Non è una questione di poco conto. Quando venne inventata la radio, non fu dato per niente per scontato se dovesse essere utilizzata la tecnologia broadcast (radioaudizioni circolari) o quella a due vie (radioaudizioni telefoniche). E quando fu scelta la prima, è stato comunque possibile per decenni ascoltare programmi anche attraverso il telefono. L’Araldo Telefonico è stato uno dei più popolari di questi, e ovviamente già allora era disponibile “on demand”.

La scelta del tutto ovvia di andare “on the air” per raggiungere a condizioni più economiche il maggior numero di fruitori, attraverso la modulazione di ampiezza, implicò non solo la mancanza fisica di un canale di ritorno nella catena distributiva, ma anche il principio della distribuzione lineare (e quindi del “palinsesto”), e infine  l’accettazione di un criterio di tipo “best effort” sia per la qualità della trasmissione sia per la misurazione dei risultati. L'”era del broadcast” di cui forse (e sottolineo forse) stiamo osservando le prime luci del crepuscolo determinò tutta una serie di vincoli: negli stili, nei linguaggi, nei modelli di business e nelle modalità d’uso.

Tutti vincoli che nè Tumblr, nè Twitter nè – per fare un esempio più sofisticato – oggetti come Pleens pongono all’utente e al gestore della piattaforma. Così, per fare chiarezza.

Sky Arte, l’ambizioso matrimonio tra broadcast e cultura

Dato il panorama piuttosto desolante del broadcasting di casa nostra, c’è solo da rallegrarsi del fatto che da qualche giorno esista un canale televisivo  interamente consacrato all’arte e alla cultura, come Sky Arte HD.

In questi primi giorni di programmazione, devo ammettere che è stato consolante sapere che da qualche parte nell’ormai sterminata guida programmi di Sky avrei potuto trovare un proposta dichiaratamente “culturale”, pur con tutti i vincoli e i limiti della televisione lineare.

Nell’epoca di un Web dove puoi ormai trovare davvero tutto quello di cui hai bisogno per soddisfare la più sfrenata highbrowness, dalla più onesta alla più smaccatamente autoreferenziale, e per giunta sempre on demand, indovinare il modo di conciliare tempi, stili, linguaggi, linea editoriale e soprattutto un modello di business adeguato a un canale di televisione lineare di questo tipo rappresenta una vera e propria sfida che merita tutto il sostegno possibile.

Ma quante possibilità ci sono di vincere questa sfida?   E’ presto per dirlo. Di sicuro, da quel poco che si è potuto vedere finora, Sky Arte ci rivela il suo essere, soprattutto, un “contenitore di cose belle”, senza pretendere troppo di discuterle, o – atto estremo – di farne l’oggetto di un dibattito intellettuale. Il paragone immediato è con l’ormai trentennale esperienza di Arte-TV, la televisione pubblica franco-tedesca, che forse proprio per il fatto di non avere alle spalle un vero e proprio modello di business (la tengono in piedi gli oltre 150 milioni di abbonati alla televisione pubblica dei due Paesi), e anche per la circostanza di costituire l’unica vera e propria “Tele-Sogno” realizzata su larga scala, ha una libertà di linguaggio e di sguardo sulla realtà – il famoso régard decalé – che chiunque abbia come stella cometa il far quadrare i conti non potrà mai permettersi di indossare.

Ed è qui la principale differenza: Arte-Tv non è un contenitore estetico, ma un canale che nasce per far pensare attraverso un terreno comune: il dibattito culturale mitteleuropeo, che mette continuamente in discussione il punto di vista occidentale rispetto alle grandi “forze del mondo”. E con una dialettica legittima ed autorevole proprio perchè espressione di quella “eccezione culturale” giudicata necessaria rispetto ai modelli culturali di massa di matrice anglosassone.

Sky Arte sembra piuttosto guardare all’arte internazionale (prima che alla cultura) attraverso un filtro consolatorio, un setaccio di “recupero del bello in quanto tale”, che tradisce l’ovvio riflesso di proclamarsi anzitutto in opposizione alle brutture televisive espresse dalla TV italiana negli ultimi (almeno) trent’anni. E forse anche un modo efficace per rivendere il prodotto (e pare ci stiano riuscendo) nei pacchetti delle altre consociate Sky  in giro per il mondo,  anche loro alla prese col classico restyling autunnale.

E così, dopo la roboante inaugurazione, segnata da una suggestiva docu-fiction originale su Michelangelo – si parte sempre dai fondamentali –  e alcuni bellissimi acquisti da altre reti (mi pare si intenda saccheggiare soprattutto la PBS che Romney vorrebbe strozzare, ma anche e la stessa Arte-Tv, e spero proprio di non sbagliarmi) adesso possiamo rifarci gli occhi con lo schiaccianoci di Ciajkovskij o coi bellissimi documentari sui Doors, in attesa di cogliere i succosi frutti dell’accordo col Cinecittà-Luce, che già grandi soddisfazioni ci regalò su History Channel. Roba da leccarsi i baffi, insomma. Ma quanto durerà?

La domanda non è scontata, visto che non è la prima volta che si prova una operazione del genere nel nostro paese. Per dire, quando qualche testa calda della Rai pensò di inserire “RaiSat Art” nel pacchetto premium di RaiSat prodotto per una Pay-TV che allora si chiamava “Telepiù”, l’esperienza durò poco più di due anni, con tanti applausi e molti rimpianti per non aver saputo rinnovare l’accordo di distribuzione con Sky.

Il tema centrale è quindi ancora una volta quello del modello di business. Se – come pare – si stia cercando di battere il chiodo delle sponsorship “alle spalle” della produzione (è già molto chiara la presenza di Enel e Banca Intesa in questo senso) credo che si potrà costruire un discorso serio e di lungo periodo. Se invece si punterà su una operazione di semplice “rilucidatura” del marchio Sky  anche a costo di tenere il canale in perdita  – un po’ l’operazione che fu tentata con Current TV, poi chiusa – si disse – per un capriccio anti-Gore del Capoil discorso potrà durare il tempo di una lunga campagna pubblicitaria. Ma spero proprio non sia così.

Il futuro oltre l’ostacolo

Non capita spesso di avere un’ora di tempo per esprimere il proprio pensiero sui temi che ti stanno più a cuore. I nuovi ecosistemi dei media, la convergenza tra Web e TV, i nuovi trend dei contenuti in rete. Al massimo può capitare di fare qualche comparsata a vari convegni o seminari, nel corso dei quali devi sintetizzare concetti di un certo respiro, con risultati spesso frustranti, specie se non si hanno grandi doti di sintesi.

Ci hanno pensato i formidabili Maria Petrescu e Jacopo Paoletti a fornirmi questa opportunità, dedicandomi una sfiancante (per loro, per me e soprattutto per voi) intervista video nell’ambito di un progetto davvero promettente, denominato Intervistato.com. Iniziativa ambiziosa, proprio perchè non si pone troppi “requisiti funzionali”, come la durata, sposando il principio per cui se una persona non avrà nulla di interessante da dire non la starai a sentire nemmeno se parla per soli trenta secondi. Una sfida, insomma.

E al di là della pur utilissima sintesi di 7 minuti (che vedete qui sopra), è stato proprio nella versione integrale che sono riuscito a spendere i miei famosi “two cents” su molte delle questioni all’ordine del giorno nel dibattito sugli ostacoli che si frappongono tra noi e un futuro mediatico che – in loro assenza – sarebbe davvero portata di mano. Nel farlo, ho potuto – tra le altre cose – rispondere alle belle domande di Alberto D’Ottavi e Gianluca Diegoli e citare l’opera di innovatori come Luca Alagna (per 140nn) e Francesca Gerardi (per il suo Tumblr).

Per comodità di fruizione pubblico quindi di seguito i link alle 5 parti della videointervista completa, con l’indicazione dei temi trattati su cui, come sempre, mi piacerebbe raccogliere le vostre impressioni nei commenti del post. Buona visione.

Prima Parte

La situazione dell’adozione dei social media da parte delle aziende: il conflitto tra i nuovi professionisti e gli opportunisti per tutte le stagioni. La transizione della comunicazione di massa dalle catene verticalmente integrate (giornali, radio, televisione) al web. Gli ostacoli: i “grandi rallentatori” e la concorrenza sul prezzo. Le peculiarità della situazione italiana e il ruolo chiave delle major sullo scenario internazionale.

Seconda Parte

La convergenza tra televisione e il Web: “il vero walled garden è il digital divide“. Il tema della nuova, emergente militanza sui temi digitali per l’ecologia dell’informazione.

Terza Parte

Il ruolo delle applicazioni nella nuova televisione. Il progressivo prevalere della leva della condivisione sulla mera fruzione del contenuto. Dagli User Generated Content agli editori distribuiti. Il ruolo dei content curators verso masse, gruppi e singoli individui. Dalla specializzazione verticale alla costruzione di senso orizzontale. Il residuo ruolo degli aggregatori di senso sociale. Il valore della conoscenza profonda e industrializzata della digital identity dell’utente.

Quarta Parte

I modelli di business della vecchia e della nuova televisione. La sopravvivenza dei palinsesti e la seconda vita, sulla televisione di flusso, dei canali generalisti. Lo spostamento del problema della libertà di informazione dall’ostacolo tecnologico al problema culturale. Le soluzioni di retroguardia (la docu-fiction) e di avanguardia (il citizen journalism autofiltrante). L’emergere della necessità di nuovi filtri e nuove malizie degli utenti nei futuri ecosistemi dell’informazione.

Quinta parte

L’illusione di avere tutto e subito: la rapidità del cambiamento tecnologico a fronte della lentezza della risposta dell’economia reale. Lo spostamento del valore, nelle nuove catene dei media, dall’area della distribuzione alla ownership del contenuto grezzo.

Forse quell’altro schermo che hai in mano non deve farmi paura

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Nel salotto di casa l’unica vera risorsa scarsa è l’attenzione. Per anni lo schermo televisivo, avendo la pretesa di costituire un’ esperienza autosaturante, ha dovuto contendere questa risorsa alle “altre cose” che succedevano nell’ambiente domestico. La cena, i riti familiari, i racconti, le discussioni, fino naturalmente agli altri media analogici (il libro, il giornale, il disco, eccetera). Tutte attività che, in ogni caso, tendevano ad essere svolte – appunto – una per volta.

Ma quando anche l’antico precetto “non si cena con la tv accesa” cominciò a scricchiolare, in concidenza con lo sbarco di un secondo televisore in cucina, si capì che qualcosa stava cambiando. La TV poteva essere vista anche in modo distratto, e i contenuti potevano persino essere “intuiti” via audio, magari da un’altra stanza, dove magari stavamo svolgendo un’altra attività. Gli stessi format si sono adeguati a questa mutamento, tanto da prevedere enormi sovraimpressioni (”The Jerry Springer Show”), newsticker (la CNN), o comunque altri dati statici che hanno permesso, con una sola occhiata, di capire “cosa sta succedendo in TV” senza necessariamente guardare la TV.

Una volta assicuratisi che questo cambiamento comportamentale (che derubricava la TV da “aggregatore sociale”  – tutti nella stessa stanza a guardare Rischiatutto – a banale “elettrodomestico”), non modificava gli equilibri dei modelli di business, i broadcaster tornarono a dormire tranquilli sugli allori, capendo che non era poi così necessario fare “la guerra alla vita reale”.

Questo passaggio però gettava le basi per una successiva evoluzione, che viene permessa oggi da una nuova svolta tecnologica. Quando i salotti (ma anche le altre stanze) hanno cominciato a popolarsi di nuovi schermi del tutto indipendenti dalla programmazione dei broadcasters (smartphone, notebook, ma sempre più ormai tablet) fu chiaro che queste nuove interazioni iniziavano a sottrarre eyeball e quindi attenzione “vendibile” e quindi – in potenza – raccolta pubblicitaria alla televisione tradizionale. La cosa più grave era che le giovani generazioni utilizzavano questo secondo schermo magari proprio per commentare in tempo reale la propria trasmissione preferita. In sostanza, il broadcaster tornava ad essere un aggregatore sociale, ma stavolta svincolato dalla posizione fisica degli utenti. Col problema di alimentare l’attenzione (e quindi il business) di altre piattaforme, senza ricavarne un euro per sè. Dalla “guerra alla vita reale” la prospettiva della TV lineare divenne quella di una sanguinosa “guerra agli altri schermi”.

Ed è proprio di queste dinamiche si è parlato a “The Future od Digital Media Distribution”, l’evento annuale di Screen Digest (tra i principali infoprovider internazionali che rilevano e studiano i dati di audience) al quale sono stato invitato qualche giorno fa a Londra. La questione centrale del dibattito è stata: cosa succede a chi vende non solo pubblicità ma anche contenuti (la Pay per View) in un luogo in cui la disponibilità ad acquistare contenuti vale solo se si “compra”, nuovamente, una esperienza autosaturante (il film, la partita di calcio, insomma “storie” che richiedono ancora una attenzione costante)?

Nessuno dei componenti del pur qualificato panel ha saputo rispondere a questa difficilissima domanda. E questo è un bel passo in avanti, rispetto ai troppi convegni e seminari nostrani in cui si avvicendano persone che parlano come se avessero la soluzione in tasca. Su una cosa, però, siamo stati d’accordo: c’è del valore nel riassegnare al televisore un ruolo di riaggregazione, quel ruolo che fino a poco fa veniva considerato estinto a causa della fruizione asincrona. Per i broadcaster si tratta di “non avere paura” di quel secondo schermo e di quello che può accaderci dentro, abilitando forme di interazione “proprie” che restituiscano valore per l’utente da un lato e per l’inserzionista dall’altro. Qui potete assistere al video della tavola rotonda, con una avvertenza: in uno dei miei interventi c’è anche (al min. 23) una battuta preventiva mirante a schivare in anticipo il consueto lazzo di scherno e dileggio sull’Italia di oggi, sempre in agguato quando si parla lontano dai patri lidi