Archivi del mese: gennaio 2013

Ultima chiamata

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A volte provano a convincermi di scrivere su queste pagine qualcosa di personale, abbandonando per un attimo i temi freddi del blog “tecnologico”. Va bene, se è l’eccezione che conferma la regola. Per farlo devo essere piuttosto motivato, e forse stavolta lo sono.

Avete presente il tipico dialogo sulla mafia? Quello dove a un certo punto salta fuori quello che dice che “i meridionali sono tutti responsabili, anche quelli onesti, semplicemente perché hanno permesso che la mafia si impadronisse delle loro terre, dei loro affari, delle loro vite?”.

Ecco. Ieri ero a Milano, e ho visto la città tappezzata da manifesti come questo, quello in cui la Lega promette che se governerà in Lombardia, dopo le prossime elezioni del 24 e 25 febbraio, farà in modo che vengano trattenute in regione il 75% delle tasse.

Di solito, di questi manifesti, mi capita di discutere con un tassista leghista, ed è sempre lui a prendere l’iniziativa. Però stavolta la discussione si svolgeva in un bar elegante del centro, in mezzo a persone che dichiaravano di votare Ambrosoli, così come prima avevano votato Pisapia. Quelli – per intenderci – con l’attico in Brera, ma c’erano anche dei sedicenti militanti, quelli che vanno a vedere i film all’Anteo. Un simpatico mix tra la “Milano per bene”, quella delle famiglie storiche, colte, istruite e gli alternativi coi soldi di papà, quelli che hanno trasformato il Leonkavallo in un localino alla moda.

E niente, loro dicevano che se avesse vinto di nuovo la Lega, alleata di Berlusconi, dopo tutto quello che è successo, loro si sarebbero arresi, non si sarebbero più occupati di politica. Tanto la colpa è “di quegli ignoranti” che votano Maroni e Berlusconi.

Il problema (e lo dice un toscano che ha vissuto sia a Milano che a Roma, quindi direi molto laico rispetto alle questioni di latitudine) è che questi signori per bene, che hanno studiato, sono anche gli stessi che, nella loro profondissima e coltissima analisi socioantropologica del voto di destra, per anni hanno sostenuto, appunto, che tutti i meridionali, coi loro bizantinismi, con le loro clientele, col loro sottobosco hanno in fondo legittimato la mafia e il malaffare che ha distrutto il loro giocattolo dal ’68 in poi, “la politica”. E quindi, pur non votando Lega o Berlusconi, tutto sommato quel voto l’hanno capito. Tutto sommato è sempre colpa del sud, della sua cultura mafiosa che ha sottratto la politica a loro, le persone per bene, ottenendo il consenso dei conterranei che – poverini – non hanno studiato abbastanza, e si fanno abbindolare dalle ampolle del po e dai miracoli italiani.

In sintesi: al sud la colpa della mafia è di tutti i meridionali, anche quegli onesti. Al nord la colpa del berlusco-leghismo non è anche loro, dei settentrionali onesti che non hanno saputo opporsi, ma ancora una volta dei meridionali.

Ecco, io credo che dopo tutto quello che è successo, che non sto qui a ripetere perchè lo sapete a memoria (e credo che si ci fossimo sbizzarriti con l’immaginazione non saremmo nemmeno riusciti a prevedere in uno di quegli articoli di “Cuore” di cui era maestro Michele Serra, l’indiscusso campione del “nord per bene”), non ci siano proprio più scuse.

Quella del 24 e il 25 Febbraio è davvero l’ultima chiamata. Se decideranno di farsi ancora  governare da questi personaggi, e magari determineranno anche un risultato decisivo al Senato per le elezioni politiche, tutti i lombardi, con la loro cultura imprenditoriale, le loro capitali morali, il loro senso del dovere, la loro intrinseca onestà di gente per bene, saranno per sempre rappresentati – anche culturalmente – da gente che organizza festini con minorenni e paga gli interventi di chirurgia plastica coi finanziamenti pubblici. E hai voglia a costruire linee di metropolitana, a inaugurare Esposizioni Universali, a fare i loggionisti alla Scala o a parlare di Brecht nel foyer del Piccolo.

No, questa è proprio l’ultima chiamata. In gioco non c’è solo il destino di una regione o di un paese. C’è anche il mito del nord. Vi prego, dimostrate a tutti, all’Italia e al mondo che non avete più nulla a che spartire con questa gente. Liberatevene una volta per tutte. Grazie.

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Non poteva andare diversamente

Sono passate alcune ore dal Berlusconi-show nella tana di Santoro e mi capita di leggere ancora commenti del tipo: “ma come è stato possibile, hanno aspettato vent’anni per incastrarlo, con documenti inoppugnabili, domande ineludibili, lontano dai suoi soliti lacchè, e invece l’ha fatta da padrone, li ha ridicolizzati”.

E francamente sono commenti che mi sorprendono. Sono anzitutto stupito che ancora non sia chiaro che Santoro e tutte le sue imitazioni degli ultimi vent’anni sono solo un riflesso condizionato del berlusconismo, in qualche misura un prodotto diretto di questi ultimi vent’anni di politica ridotta a teatrino raccontata da un giornalismo ridotto a teatro.

Sì, teatro, perché – se ricordate bene – quello che a molti sembrava ormai un format immutabile (il “talk-show” alla Santoro) in realtà agli inizi era molto diverso. Vent’anni fa – ai tempi di “Samarcanda”, per intenderci – Santoro conservava ancora un simulacro delle regole base del giornalismo, inteso come un mestiere  che dovrebbe mettere le persone in condizione di costruire una “propria” opinione attraverso il racconto documentato di “fatti”.

Ebbene attraverso Moby Dick, Tempo Reale, Anno Zero e infine Servizio Pubblico quello che oggi ci ritroviamo in mano, dopo tre lustri di sistematica distruzione dell’informazione televisiva, partita da Mediaset e felicemente portata a termine in Rai, è qualcosa di irriconoscibile. Un luogo dove un “opinion leader” (Santoro) e i suoi sodali (Ruotolo, Travaglio, Vauro ecc.) devono dimostrare a un pubblico evidentemente ritenuto beota che loro avevano avuto ragione fin dall’inizio, indipendentemente dalla regola numero uno che – appunto – dovrebbe essere il rispetto dell’intelligenza del telespettatore.

Il fatto che Santoro e i suoi abbiano ragione o torto, così, passa clamorosamente in secondo piano, affogato dalle dirette dalle piazze e dalle fabbriche urlanti, dai loggionisti rumorosi e scapigliati, da reportage ormai diventati copie perfette della peggiore fiction berlusconiana, con tanto di musica d’effetto e voce recitante.

Che Santoro sia diventato una “bête de spectacle” più che un giornalista, all’estero se ne rendono facilmente conto, anche quando devono difenderlo dagli editti del potente di turno. Siamo invece noi, assuefatti dall’imbarbarimento dei linguaggi prima ancora che della politica, a non accorgerci più che si tratta sempre dello stesso prodotto televisivo, un prodotto che con l’informazione ha davvero poco che vedere.

E’ dunque del tutto ovvio che in un circo come quello allestito da Santoro, in ossequio alle leggi dell’audience dettate da vent’anni di berlusconismo, sia proprio Berlusconi a trovarsi perfettamente a proprio agio. Con le più elementari sconnessioni logiche, le volgarità, le incoerenze, le battute per superare gli ovvi imbarazzi, in sintesi con il massimo disprezzo per l’intelligenza di chi è davanti al video. Un disprezzo che del resto, da spettatori, legittimiamo ogni volta che ci poniamo di fronte al video con le stesse granitiche certezze di chi compra “Libero” o “Il Giornale”, e con lo stesso spirito con cui guarderemmo l’unico prodotto televisivo paragonabile, e cioè il becerissimo “Jerry Springer Show“.

Se poi tutto questo sarà in grado di spostare consensi verso il centro-destra è un tema su cui non intendo spendermi, perché di sondaggi non capisco molto. Dico solo che se lo scopo era quello di esporre l’ex-premier al pubblico ludibrio, in una sorta di resa dei conti tra l’Italia dei giusti e quella degli avvelenatori dei pozzi, il risultato è stato imbarazzante. Anche perché di solito l’acqua per pulire non la vai a prendere nel pozzo avvelenato.

EuroNews: 20 anni e un po’ sentirli, ma grazie lo stesso

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Sembra davvero ieri, ma sono passati due decenni da quando, quasi inosservato, con sede a Lione partì il primo canale all-news paneuropeo. Una clamorosa sfida per il 1993, quando tutto sommato poche erano le case equipaggiate di un impianto satellitare per riceverla. E non dimentichiamo l’ostacolo delle 5 lingue in cui iniziò a trasmettere, ciò che implicava la rinuncia all’anchorman in video, vero e proprio elemento imprescindibile di quello che ancora oggi chiamiamo “il telegiornale”.

Di quei tempi ricordo un aneddoto tra il romantico e il picaresco: per captare il segnale a Roma dovetti abituarmi a spostare a mano la rudimentale parabola “prime focus” da un metro e mezzo che avevo faticosamente installato sul terrazzo dai 19.2 gradi est dell’unico satellite commerciale disponibile (Astra) agli ormai famosi 13 gradi est di Eutelsat. Per farlo, avevo destinato uno speciale impermeabile –  che poi  ribattezzai “il cappotto satellitare” – all’unica funzione di proteggermi dal freddo e dalla pioggia nel breve tempo necessario a svolgere questa operazione. Tempi eroici, lontani anni luce dal florilegio di canali digitali in alta definizione disponibili oggi, tutti sulla stessa posizione orbitale.

Tornando invece a EuroNews, a distanza di 4 lustri credo si possa parlare di una sfida largamente vinta: sono oggi 344 i milioni di case che possono riceverla in 155 paesi in tutto il mondo, offrendo un inedito “punto di vista europeo” sui fatti della cronaca internazionale ai quattro angoli del pianeta.

Il panorama dei canali all-news si è molto affollato nel frattempo, ma EuroNews continua a conservare un suo “special flair” grazie forse alle improbabili voci dei commentatori, al placido rituale delle rubriche in sequenza fissa, ma anche e soprattutto alla sua capacità di inventare “una nuova equidistanza” che non cade mai nel falso mito dell’imparzialità.

Il fatto di essere sovvenzionata dalle istituzioni europee, e di attingere largamente dall’informazione televisiva dei canali pubblici del vecchio continente, la fa ancora più apprezzare in opposizione al moltiplicarsi dei canali all-news commerciali (vengono in mente soprattutto le reti di Murdoch), dal ritmo forsennato e sempre sgradevolmente conditi da musiche roboanti per annunciare le esclusive e gli scoop più vari, spesso composti da  aria fritta.

Ciò di cui peraltro il canale sembra soffrire più di altri concorrenti è la concorrenza di internet. Chi oggi cerca qualcosa di diverso dalla “pappa pronta” del proprio TG nazionale, pubblico o privato che sia, ha da tempo abbandonato il “convento della salvezza” di un canale internazionale a fruizione lineare per aggregare autonomamente le proprie fonti informative sulla rete.

E’ forse per questo che EuroNews si sta espandendo soprattutto nei Paesi a bassa alfabetizzazione informatica, dove Twitter & soci costituiscono ancora una concorrenza tutto sommato poco temibile.  L’importante è che il management capisca  in tempo che dietro l’angolo si annida proprio quella “sindrome del business traveller”, che già sancì il declino della CNN di Turner a tutto vantaggio della più affidabile BBC.

Intanto però consentitemi di ringraziare ancora una volta questi giovani pionieri che per vent’anni, da Lione, ci hanno fatto sentire un po’ meno soli, e un po’ meno beceri, con ottimi programmi informativi in lingua italiana, mentre da queste parti si recitava il de prufundis di ogni forma di dignità dell’informazione televisiva. Non dimentichiamo che fu grazie a EuroNews che potemmo assistere quasi in diretta, e con la traduzione simultanea in italiano, al duetto Berlusconi-Shultz al Parlamento di Strasburgo. Oggi va appena meglio, ma  nel 2003, vi assicuro, non era cosa da poco.