Archivi del mese: febbraio 2013

La carica degli ovetti

ovetti-twitter-renzi-130x300Se seguite la campagna elettorale su twitter con un minimo di assiduità, non potete non averli incontrati almeno una volta. Sono loro, gli ovetti, le centinaia, forse migliaia di account con un nome, ma senza un volto (costerebbe troppo) che stanno infestando le conversazioni online sui temi politici. Come è fin troppo facile capire, li hanno creati ad arte per intervenire tempestivamente nelle discussioni dove, legittimamente o meno, viene attaccato un candidato da difendere. La strategia è quella del branco: non conta la forza degli argomenti, ma solo il numero, il mettere in minoranza chi minaccia l’autorevolezza del personaggio da proteggere. Proprio come alle elementari.

E’ la vera novità di questa campagna elettorale online. Lo sciame di disturbatori fittizi è gestito da dei piccoli eserciti di volontari. E spesso si tratta anche di volontari “a loro insaputa”, perché a volte sono stagisti che non hanno nemmeno la certezza che verranno pagati per la loro autoclonazione, per la loro capacità di moltiplicarsi in decine di “Elio Vito” (lo ricordate?) in grado di ripetere a manetta una serie di frasi fatte da opporre in automatico anche di fronte all’argomentazione più stringente.

Del resto, se la stagione politica che abbiamo alle spalle continua a premiare, nei talk show televisivi, esattamente questo tipo di comportamenti, non dobbiamo stupirci se vengono ripetuti sui social media, dove al vantaggio della clonazione infinita si aggiunge la sensazione di un miglior rapporto costo/beneficio.

Il vero problema, duole ricordarlo ancora dopo averlo più volte affermato in ambito aziendale, è la facilità con cui il più becero e vetusto approccio alla comunicazione sul web viene venduto ai committenti di questa breve ma evidentemente remunerativa stagione elettorale: i politici. Invece di spiegar loro come, in passato, gli strumenti digitali hanno svolto un ruolo forse non decisivo, ma nemmeno trascurabile, durante una campagna per il voto si preferisce calarsi  nel più scontato “digital divide” del cliente, del quale è un gioco da ragazzi assecondare il naturale terrore di “essere criticati su twitter”.

E quindi via con gli sciami di droni che possono attaccare in massa senza mettere a rischio vere “vite umane”, vere reputazioni con un nome e un cognome. E tanti saluti ai profeti del marketing conversazionale che avrebbe dovuto premiare la trasparenza, trasformandola in credibilità.

Rimane solo da chiedersi, la prossima volta, se ci sarà ancora qualcuno disposto a pagare l’affama-stagisti di turno per una “strategia” di questo tipo. Ma siamo in Italia, e la memoria corta, purtroppo, non ce l’ha solo l’elettorato attivo.

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Le elezioni, gli effetti-annuncio e i pensieri compiuti

Negli ultimi giorni mi è apparso evidente che rispetto alle ultime elezioni politiche, quelle del 2008, negli ecosistemi dei media qualcosa di non trascurabile è forse cambiato.

Questa potrebbe essere la prima campagna elettorale in cui una larga fetta di elettori (non necessariamente coincidente con il “club dei 5 milioni” di Severgniniana memoria) è mediaticamente esposta all’integralità dei contenuti dei programmi proposti dalle varie formazioni politiche.

Fino a qualche anno fa, il meccanismo prevedeva che questi contenuti dovessero necessariamente passare attraverso il “filtro della digeribilità” stabilito a priori dalla televisione, e in seconda battuta dei giornali. Con i tempi della televisione e la “reductio ad headline” della carta stampata, e pochissimo spazio a disposizione dei commentatori politici veri e propri, qualsiasi proposta politica risultava ostaggio dell'”effetto annuncio”. La conseguenza diretta era che una proposta per il Paese poteva avere elettoralmente senso solo in funzione della sua “titolabilità”, che è inversamente proporzionale alla necessità di spiegarla o raccontarla in un concetto compiuto.

Una volta, per trasmettere la prospettiva reale di una idea politica, esistevano i comizi. Il candidato parlava in una piazza, che si gremiva in varia misura di persone disposte a farsi raccontare il contesto dei problemi e farsi convincere dalle varie soluzioni. La televisione ha ucciso i comizi, favorendo gli esponenti poveri di contenuti ma ricchi di “titoli” suggestivi, come “abolirò l’ICI” o – per rimanere nella stretta cronaca – “restituirò l’IMU”, senza che questi ultimi si sentissero in obbligo di spiegare dove avrebbero trovato – per esempio – la copertura finanziaria.

Ora, io non intendo affollare ulteriormente la già nutrita schiera degli osservatori che sottolineano la crescente importanza dei social media nella discussione delle varie posizioni politiche in vista del 24-25 febbraio. Vorrei piuttosto limitarmi a sottolineare che – grazie al moltiplicarsi delle piattaforme mediatiche a disposizione di tutti (e non solo del “club” di cui sopra) – è oggi possibile tornare a seguire la campagna elettorale nella sua interezza.

Sui canali “active” di Sky Tg 24, per fare solo un esempio, è possibile seguire tutti i comizi dello Tsunami Tour di Beppe Grillo, per capire se si tratti davvero di un populista demagogo o di qualcuno che solleva problemi e propone soluzioni nuove. Allo stesso modo, attraverso le apparizioni pubbliche di Bersani, è possibile vivere in diretta  i tormenti del centro-sinistra ora che la sua vittoria è nuovamente messa in discussione. E non fosse stato per Sky, le molte proposte ed idee per il Paese scaturite dal dibattito delle Primarie avrebbero avuto una esposizione molto inferiore su tutti gli altri media. E allo stesso modo, avremmo subito il teatrino di Berlusconi senza assistere in tempo reale allo psicodramma delle liste PDL in Campania, dopo la vicenda Cosentino. In questa nuova “arena politica integrale” si possono capire i mutamenti di strategia di Monti e dei suoi sodali, e farsi delle domande sulla costante assenza di Fini e Casini dalle sue apparizioni pubbliche.

Non ci sono giornalisti o commentatori o tipografi di mezzo. E se proprio non ci si arriva con la diretta satellitare, si può supplire con lo streaming sul web, dove magari “i passi salienti” vengono ripresi dall’amico su facebook e non dal titolista che deve comporre la prima pagina.

L'”integralità” non sposta un voto? Sarei cauto prima di sostenere una cosa del genere. Nella disponibilità di nuove piattaforme, utilizzate da un numero sempre maggiore di elettori, c’è infatti un nuovo linguaggio e un nuovo racconto della politica. Una “nuova pratica” che lascia maggiori margini alla capacità dei residui indecisi di farsi un’idea sulla scelta finale al di là degli annunci roboanti cui ci eravamo abituati negli ultimi 20 anni. Al di là di quegli imbattibili slogan che facevano sembrare il “programma di 252 pagine” una sorta di dichiarazione di sconfitta in partenza.

Saranno tre settimane molto lunghe quelle che ci separano dal voto, ma forse – per una volta – qualcuno potrebbe riuscire a riempirle di contenuti. Lo spazio, almeno quello mediatico, non manca. L’audience, per la prima volta, non è solo quella della televisione o delle edicole. A meno che non si preferisca credere di essere ancora nel 2008, o peggio – come sento ripetere su twitter – nel 1994.