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Chiamala, se vuoi, RAItudine

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Ebbene sì, mi tocca parlare ancora della RAI. Ma stavolta non è per scongiurare con una petizione la cancellazione dei video d’archivio da YouTube, o per parlare di OTT-TV, Social TV, modelli di business e altri temi poco estivi.

No, questo è proprio un post sentimentalista, di quelli che si scrivono sotto l’ombrellone ripescando nei propri ricordi e nei propri istinti primari.  Il motivo di questa struggenza agostana è che la RAI, per un verso e per un altro, negli ultimi tempi è tornata far parte della mia vita, dopo qualche doloroso anno di “ok, ma restiamo amici”. E questo tipo di ritorni di fiamma, per uno che si spaccia per un freddo studioso degli ecosistemi dei media, può avere effetti collaterali dirompenti da un punto di vista emotivo.

Ripensandoci, il punto è che l’aver studiato la RAI e le sue evoluzioni, prima per gioco e poi anche per lavoro, è stata solo l’ovvia conseguenza di un mio desiderio infantile, e cioè un mondo in cui le persone – alla radio e alla televisione – avrebbero visto e ascoltato le cose più belle (sì, ho scritto proprio “più belle”, non a caso ho usato l’aggettivo “infantile”), e non quelle decise da un responsabile marketing della Findus.

Il che sposta da sempre la mia attenzione molto più sull’evoluzione delle radio e delle televisioni pubbliche, nel mondo, rispetto alle varie aziende televisive private, per le quali la missione è ovviamente e legittimamente fare profitti, a prescindere dal valore del contenuto.

Come ben sappiamo la RAI, negli ultimi anni, complici una serie di vicende politico-economiche più o meno note a tutti, ha finito per costituire una versione “sfigata” della televisione privata sia nel modello di business sia, come conseguenza, nella tipologia dei contenuti, allontanandosi notevolmente da questo tipo di utopia alla quale – almeno idealmente – il contratto di servizio sembra tutt’ora ispirarsi.

Lo scopo di chi ha indirizzato questa ormai trentennale deriva era precisamente e consapevolmente quello di far vincere il privato. E’ il privato, infatti, ad aver potuto in Italia operare in una sostanziale condizione di monopolio, e tutta l’operazione è stata resa ancora più facile dal sostanziale e tutt’ora perdurante dominio di un solo soggetto su tutta la raccolta pubblicitaria televisiva. Un dominio che permette a costui di stabilire non solo quali prodotti esistono, ma anche quali politici sono ancora in vita, quali fatti avvengono, quali problemi affligono il paese e quali sono le soluzioni a tali problemi. Se non abiliti quel modello, se non rispetti quel vincolo non vai in TV, quindi per gli italiani semplicemente non esisti.

Ora, io sono ben consapevole dell’argomento che qualcuno potrà opporre rispetto a questa premessa. Prima ancora di stabilire quale sia la missione di un servizio pubblico, e se davvero di un servizio pubblico radiotelevisivo vi sia bisogno, chi può salire su un piedistallo e stabilire cosa è un contenuto di valore e cosa non lo è? Non è forse questo intervento pretenzioso ad opera di una presunta élite intellettuale nel libero mercato dei contenuti a costituire in linea di principio l’infrazione di una libertà fondamentale dell’individuo, quella di nutrirsi dei contenuti (e dei valori) che vogliamo, proprio come ognuno ha il diritto di saccheggiare gli scaffali di junk food nei bar e nei supermercati?

Ecco, c’è un problemino. Questi ultimi trent’anni hanno dimostrato che questo  argomento è tutt’altro che ineccepibile, e ce lo dicono in primis i desolanti dati sull’analfabetismo di ritorno. Semmai tale tesi ha costituito l’alibi perfetto che ha permesso alla televisione pubblica di svuotarsi di tutto quel racconto dell’Italia e del mondo che grandissimi professionisti, almeno fino a tutti gli anni ’80, hanno provato a riversare nelle case degli italiani. Creando un linguaggio e persino una lingua comune, per cominciare, ma anche tanti motivi per stare insieme, per non guardarsi sempre e comunque in cagnesco sul pianerottolo, come pare oggi, nei tempi della crisi di sistema e dell’inevitabile, quotidiana “guerra dei poveri”.

E l’essere stati capaci, per tanti anni, di far scoprire agli italiani la cultura, il teatro, il cinema e persino di dare una rappresentazione alta della politica, al fianco di un intrattenimento leggero ma sempre “degno”, nel senso del rispetto dell’intelligenza del telespettatore, non fu – almeno a mio parere – solo merito di competenze e professionalità, ma anche di una pratica consolidata negli anni, quella che ho sempre chiamato “RAItudine“. Che poi è rimasto l’unico vero tratto distintivo del nostro servizio pubblico anche rispetto a quelli degli altri Paesi, animati in larga misura da propositi e missioni simili.

E che cos’è questa RAItudine di cui sto vaneggiando? Beh, in estrema sintesi potrei chiamarla quella capacità di rendere leggera e parte del nostro quotidiano quella stessa pesantissima missione e quegli stessi impegnativi propositi: educare il Paese, far scoprire la bellezza delle nostre diversità ai nostri stessi connazionali, consolidare la coesione sociale e il rispetto dei valori comuni attraverso la diffusione di uno stile e di un linguaggio comune.

Tutte cose che – si badi bene – nell’immediato dopoguerra non c’erano, e che quindi andavano inventate ex novo. Una operazione che richiedeva un fortissimo senso di responsabilità,  quella responsabilità che chi ha svuotato di senso il servizio pubblico sa bene di aver dovuto mettere da parte, magari con l’ipocrisia ormai ventennale dei bollini verdi e rossi che tutto e il contrario di tutto hanno fatto penetrare dal video direttamente nelle teste delle ultime generazioni.

Certo, i Bernabei che si inalberavano per le calze color carne delle gemelle Kessler erano davvero degli inguaribili e dannosissimi bacchettoni. Eppure dietro l’ingenuo scrupolo si celava proprio quella magica parola, “responsabilità”, che oggi, in virtù dell’inattaccabile alibi liberista, vorremmo rimuovere del tutto dalla tag cloud dei nuovi costruttori di immaginari, dei nuovi piani della rapprentazione di un Paese che forse ha paura del proprio essere “Paese Reale” (e infatti ne racconta un altro, che non è mai esistito).

La cosa affascinante che ho scoperto negli ultimi tempi, e che mi fa ancora sperare in un ritorno se non a quella RAI, che ha fatto ampiamente il suo tempo, a quel senso di responsabilità, è che i residui fossili della RAItudine hanno ben resistito a trent’anni di Pensiero Unico Berlusconiano e all’arrivo in massa delle sue truppe cammellate in tutti i luoghi di potere, RAI compresa.

Ricordate quando Sandra e Raimondo furono letteralmente comprati da quella che allora si chiamava “Fininvest”? Ce li ritrovammo eternamente vestiti lui in un clamoroso smoking, lei in un tripudio di paillettes obbligatorie, un po’ imbarazzati al centro di un lustratissimo studio milanese, quasi a voler essi stessi costituire l’unico motivo per farci cambiare canale. E infatti, privi di autori all’altezza e costretti a improvvisare (eh sì, il “Sandra e Raimondo Show” impallidiva di fronte al leggendario “Tante Scuse”), ci facevano cambiare due volte: la prima per andare su Canale 5, la seconda per tornare a guardare Benigni e Troisi sulle reti di stato.

Eppure proprio quella spregiudicatezza che i cugini d’oltralpe rispedirono al mittente (con tutto il cucuzzaro di “La Cinq”, che brividi) da noi trovò terreno estremamente fertile. Non ne potevamo più di Fanfani che ritardava l’arrivo della TV a colori (“gli italiani non possono permettersela in piena crisi petrolifera”), degli anatemi di Pasolini contro il consumismo che distruggeva la nostra innocenza. Perché noi quell’innocenza volevamo prenderla a martellate. Volevamo un mondo scintillante di soubrettes finalmente scollate proprio perché eravamo sessualmente repressi, perdendo così anche il treno di una vera liberazione sessuale di stampo mitteleuropeo, che invece quasi riuscì persino alla Spagna di Felipe Gonzales, ansiosa di liberarsi in fretta dalle pastoie di decenni di catto-franchismo.

Probabilmente si trattò di un passaggio obbligato. Il problema è che ne affidammo le redini a chi, come oggi sappiamo, pensava a tutt’altro. Mentre, per dire, nel 1969, quando fu allestita in RAI la diretta fiume per la conquista della luna, qualcuno che pensasse a noi, a noi telespettatori (e non al responsabile marketing della Findus, in prima battuta) c’era davvero.

E quindi, invece di copiare le musiche roboanti che contrassegnavano l’analoga moon coverage sulle privatissime CBS, ABC e NBC, c’era qualche assennato Capo Struttura che decise di attenuare l’enfasi, rilassarci con una sorta di musica d’ascensore mentre Andrea Barbato e Tito Stagno annunciavano i collegamenti con Cape Canaveral e le altre sedi collegate. Ecco, per farvi capire bene cosa intendo con RAItudine, vi invito a sbirciare le immagini di quella serata televisivamente perfetta, che – con tutti i vincoli tecnici dell’epoca – più di ogni altra cosa fa capire cosa e come dovrebbe essere un servizio pubblico quando racconta un evento di quella portata a una intera nazione. E in che modo la televisione fosse ancora in grado di incarnare il concetto di “responsabilità”.

Ebbene, la cosa che sto scoprendo in questi giorni è che l’eredità, o forse solo i residui fossili di quel tipo di indispensabili scrupoli nella televisione pubblica ci sono ancora oggi. Per esempio quando “sente” di dover adottare HTML5 nei formati dei video sul web. Oppure quando avverte l’obbligo di sperimentare l’interazione con altri schermi, quelli che la televisione privata guarda ancora con terrore. O quando ti inonda il salotto delle austere e mai interrotte note del quinto canale della filodiffusione, che oggi viene correttamente definito un canale di pubblica utilità.

Ma anche quando mette a disposizione in podcasting quasi tutte le più importanti rubriche radiofoniche, e non ha paura di usare questa parola nei richiami delle sigle finali  (“tutte le puntate sono disponibili in podcast”). Qualcosa resterà, pensa la testa del broadcaster, e magari qualche nipote potrà spiegare alla nonna come non perdere più una puntata di Fahrenheit.

E infine quella RAItudine ancora salta meravigliosamente fuori quando un pioniere del Web 2.0 come Antonio Sofi chiama a raccolta, fin dentro i teatri di posa di Via Teulada, un manipolo di twittaroli (il neologismo è della formidabile Celestina Pistillo), con l’intento di  movimentare i talk show della prima serata. Forse l’unico modo, far entrare la Rete fin dalla concezione del format, per aprire un programma come Millennium alle suggestioni e alle provocazioni di Twitter, non più e non solo un rutilante esercito di aforisti da strapazzo, ma anche una arena di vox populi in tempo reale.

Ecco, io vorrei tanto che dalla tenacia dei consapevoli e inconsapevoli, vecchi e nuovi vessilliferi della RAItudine, dell’amore per il Pubblico, del primato dello scrupolo sul modello di business imparassimo anche noi, anche noi blogger o quello-che-siamo-diventati che, lasciatemelo dire, secondo me continuiamo a scrivere e a pubblicare le cose migliori proprio quando nessuno ci paga, o meglio quando ci appaga il senso di libertà e il voler bene a chi ha la bontà di seguirci.

Perché è del tutto legittimo scrivere, parlare in pubblico, salire su un palco per essere notati e alla fine anche meritatamente ingaggiati da una radio, da una televisione o da una casa editrice. Ma quando vi leggo, che poi è un po’ come guardarvi negli occhi, le cose più belle mi arrivano quando le pensate, o le “sentite”, libere – e quindi gratis.  Per me che vi leggo e – ahimé – anche per voi che le scrivete.

E non, per intenderci, quando qualcuno vi mostra i lontani bagliori delle paillettes di una imbarazzatissima Mondaini, ma solo dopo aver stilato l’inesorabile e antichissimo elenco delle regole per farvi “funzionare”.

 

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Android Tv è un passo indietro. Nella migliore delle ipotesi.

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Sono ormai alcuni mesi che gioco con la Chromecast, l’accrocchetto iper-cheap che trasforma qualsiasi flatscreen in una Connected TV, e mi stavo pure divertendo. Anche perché, per la prima volta, non è un sistema che dipende da accordi con le major, i broadcaster e i costruttori di televisori, ma un vero “disintermediatore” che sposta ogni interazione sugli schermi che Google già domina (smartphone e tablet) riducendo lo schermo del salotto al semplice ruolo di “visualizzatore finale”.

Adesso però, come un fulmine a ciel sereno Google cambia di nuovo le carte in tavola e lancia una “roba” che si chiama Android TV. Ora, io capisco che nel mondo OTT quasi tutto è software, tutto si può lanciare e buttare in un secchio poco dopo (ricordate Google TV?) però in questo caso la prima impressione è che anche dall’alto di Mountain View l’orizzonte di cosa fare, con questa benedetta Connected Television, sia avvolto nella nebbia più fitta.

Che cosa cavolo è Android TV? Non è, provano a ripetercelo in ogni modo, “una piattaforma”. A risentire l’annuncio della I/O Conference, parrebbe un semplice aggregatore cross-screen, che riorganizza tutti i tuoi contenuti, giochi compresi, a patto che

1) tali contenuti siano gestiti nella nuvola di Google, quindi YouTube, Google Play, Google Music, ecc. e….

2) il grande schermo finale sia di un costruttore con cui Google ha stretto un accordo (per ora Sony, Sharp, e pochi altri).

La cosa affascinante è che – sempre ad ascoltare l’annuncio di Google – Android TV comprenderebbe tutte le funzionalità della Chromecast. Ma questo è ovviamente vero solo se tali funzionalità sono integrate nei televisori costruiti da chi si accorda con Google, quando invece la chiavetta Chromecast standalone attraverso la porta HDMI non guarda in faccia nessuno: come si diceva prima, “è un disintermediatore”.

Insomma, a una prima occhiata (ma magari occorrerebbe prima vederla in azione) verrebbe da definire Android TV una pallida imitazione di Apple TV senza il fastidio del set top box, e comunque con qualche anno di ritardo. Verrebbe a questo punto da chiedersi: perché Google continua a comportarsi come il granchio che fa un passo avanti e due indietro, quasi intimorita dal più grande degli schermi, l’ultimo che gli rimarrebbe da conquistare?

E’ come si ci fossero due anime. Una, poco creativa, che cerca di copiare il modello iTunes, quello di presentarsi dalle major, dai broadcasters e dai costruttori per dire “sono l’unico che può salvare le vostre industrie”. E questa si chiama Android TV.

L’altra anima è quella che potremmo chiamare “la rotta di collisione”, su cui la Chromecast iniziava a muovere i primi timidi passi: è quella per cui anzitutto le “cose” (le interazioni, le condivisioni, gli scambi di dati, la social tv…) succedono sugli schermi dominati da Android, abilitando i modelli tipici che foraggiano Google. Solo in un secondo momento, sperando che un numero crescente di applicazioni Android  supportino Chromecast, il contenuto – non necessariamente video –  atterra sullo schermo grande, rubando la scena (e il pubblico) al canale televisivo tradizionale, con conseguente stracciamento di vesti di quest’ultimo, delle major, insomma di tutto il vecchio mondo.

Ma siamo sicuri che sia solo schizofrenia, questa di Google? E se il secondo scenario non fosse solo un secondo tavolo per far capire agli altri cosa potrebbe succedere loro se non venissero accolte le condizioni di Google sul tavolo principale (Android TV, appunto)?

Non sarebbe nemmeno l’unico caso in cui Google crea una situazione di fatto solo per utilizzarla come leva negoziale. Sappiamo, per esempio, che Google ha minacciato le etichette musicali indipendenti di togliere i loro video da YouTube se non aderiranno al servizio di video a pagamento di cui si parla da qualche tempo.

Se così fosse, direi che è facile dire “Don’t be evil”, con la bontà degli altri. Ma magari sono solo mie congetture. Staremo a vedere.

Fuga da YouTube: errori, diritti, doveri e un appello

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A seguito del mancato rinnovo dell’accordo Rai-Google, da domani 1 Giugno spariranno da YouTube tutti i video ufficialmente pubblicati da Rai (parecchie migliaia di clip). Sempre da domani, la Rai potrà chiedere la rimozione delle migliaia di propri video pubblicati dagli utilizzatori di YouYube, quasi tutto materiale d’archivio, e sui quali (proprio in virtù di quell’accordo) Google – grazie al sistema ContentID – riconosceva alla tv pubblica italiana una quota di ricavi in base alle views di ogni clip.

Cosa succederà adesso? Il materiale “nuovo”, che  poteva essere consultato sui canali ufficiali Rai di YouTube, migrerà sull’ottimo portale Rai.tv, senza – almeno così assicura l’azienda radiotelevisiva di Stato – che vi sia alcun “cono d’ombra” durante questa complessa transizione. Credo si debba avere molta fiducia su questo, nel senso che si tratta della quota di contenuti su cui Rai spera di recuperare molta raccolta pubblicitaria gestendola in-house e finalmente sottraendola al sistema di Google.

Il materiale d’archivio invece, in stragrande maggioranza pubblicato su canali non ufficiali (quindi illecitamente) su YouTube, sarà verosimilmente rimosso su richiesta della stessa Rai, proprio come accade ormai da molti anni con le clip catturate da Mediaset.

Ora, nel cercare di elaborare un giudizio – positivo, neutro o negativo – su questa scelta, non credo sia il caso di snocciolare numeri. In fondo, tutto dipende da Google, e non conosciamo i termini che hanno fatto naufragare la trattativa per il rinnovo. Forse se avessero negoziato una quota più alta oggi non staremmo nemmeno a commentare questo esito.

Credo che sarebbe scorretto anche fare della dietrologia, per esempio immaginandosi un Gubitosi costretto a mandare un segnale di “austerità e delivery” al Governo, resosi necessario dopo il taglio di 150 milioni di euro paventato dall’esecutivo.

Però su una cosa credo sia opportuno spendere qualche considerazione: se per quanto riguarda i canali ufficiali e i materiali “nuovi” (diciamo dell’ultimo anno) mi pare giusto immaginarsi una azienda pubblica fatta di manager che devono compiere scelte strategiche per far quadrare i conti, diverso – molto diverso – è il discorso per la massa di quei capture illeciti di materiali “vecchi”, sui cui Rai non riesce a monetizzare granché.

Il modello della raccolta pubblicitaria online attualmente perseguito da Rai.tv si fonda infatti su “ciò che va per la maggiore”, e cioè “ciò che adesso va in televisione”: le dirette streaming, la catch-up tv dell’ultima settimana, le clip più interessanti, dove impera ormai da anni sua maestà lo spot in pre-roll. Bisogna dire che si tratta di una strategia del tutto ragionevole, perseguita con intelligenza da persone che ne sanno, cercando di proporre la miglior user-experience possibile sia sul sito sia sull’applicazione Rai.tv, non a caso una delle più scaricate in Italia.

Ma tutto il resto? Quanti soldi, e come intende farli Rai.tv con le vecchie puntate di StudioUno, con l’integrale della diretta per la conquista della luna del 1969, coi telegiornali del rapimento Moro, con tutte quelle cose – per intenderci – che oggi si possono ancora trovare su YouTube e domani, anzi tra pochi minuti, verosimilmente inizieranno a sparire?

Spiace dirlo, ma io credo che la Rai non abbia una vera strategia per monetizzare questi contenuti, e consideri una specie di incidente il fatto che oggi i video su YouTube siano le vere “teche”, la vera memoria collettiva del Paese. Ed è un peccato, perché è proprio grazie a YouTube che oggi molti giovani italiani possono sapere cos’è stata la Rai prima di diventare, per qualche disgraziata evoluzione politica, una brutta copia di Mediaset senza che ve ne fosse alcun obbligo nè economico nè istituzionale (anzi). Prima dei “meravigliosi” anni ’80 la Rai era una straordinaria fabbrica di idee, cultura, informazione, intrattenimento di prim’ordine a disposizione di tutti. E se a disposizione di tutti lo era rimasta lo si doveva proprio alle formichine che su YouTube catturavano quei vecchi programmi e li ripubblicavano certo non per fine di lucro.

Ma sono davvero queste vecchie trasmissioni, sono questi pezzi di storia i colpevoli di quel furto di attenzione nei confronti di Rai.Tv, o  – peggio – dell’intoccabile schermo del salotto minacciato dalla Chromecast? E’ per colpa di una YouTube dove puoi trovare Mina e Alberto Lupo, le commedie di Eduardo, i supplementari di Italia-Germania 4-3 che la Rai “sta perdendo ricavi”?

Ovviamente no. Nonostante le ossessioni di chi lavora nella incrollabile logica del broadcaster, chi studia gli user behavioural trends sa che i veri responsabili di questo furto sono da cercarsi altrove: su Facebook, su Whatsapp, persino su Candy Crush. E su milioni di altri schermi che, fregandosene della Rai e molto spesso anche di YouTube, governano sempre più la vita in salotto, in cucina, in camera da letto, in tram, in ufficio, ovunque. E’ per le tante altre cose che succedono su questi schermi, che solo in minima parte o comunque per altri versi hanno a che fare con “la televisione”, che guardiamo sempre meno “la televisione”.

E’ buffo perché vedete, nel fare questi discorsi, ci sto cascando anch’io. Sto discutendo del modello di una televisione che sarebbe di tutti (la Rai) come se fosse la televisione di uno solo (Mediaset), mettendo direttamente in relazione lo stesso modello di business (la raccolta pubblicitaria, la pay-tv) come se non esistesse un contratto di servizio, come se la Rai non avesse appunto proprio quel ruolo, cioè quello di usare tutte le tecnologie disponibili per ricordarci chi siamo, come eravamo e dove potremmo quindi decidere di andare.

Le scelte di altri grandi operatori di televisione pubblica in Europa ma anche nel resto del mondo, da sole, dovrebbero dirci a sufficienza quanto sia miope trattare l’argomento mettendola su un semplice piano di confronto di strutture di costi e ricavi.

Ora, non è difficile immaginarsi che qualcuno a questo punto possa obiettare “e allora che facciamo, chiudiamo la Rai, o la privatizziamo come in Grecia, visto che i soldi per tenerla in vita sono finiti?” La domanda è legittima, ma è come se arrivasse da un canguro che sta per affogare per aver voluto sfidare a nuoto un delfino, invece che a salto in lungo, e non si vede perché debbano essere i diritti (eh sì, sono “diritti”) dei cittadini a doverne pagare le conseguenze. La vera domanda è: quanto è disposto il Governo a far rinascere la Rai, a farla tornare ad essere una risorsa per il Paese al servizio di quella economia della conoscenza di cui proprio nei proclami governativi si parla di continuo?

E per quanto siano ridicoli gli appelli, specie quando arrivano da un semplice blog come questo, allora forse è il caso di chiedere a chi – per legge e per conto nostro – concede a questa azienda l’incarico di svolgere un servizio pubblico (ah, quanti termini vintage), di fare due semplici cose:

  • chiedere alla Rai di studiare e mettere in atto una efficace strategia di monetizzazione, con tutti i mezzi disponibili, dei contenuti “nuovi” su Rai.tv e sulle altre proprie piattaforme in modo da contribuire in modo decisivo al salvataggio e al rilancio dell’Azienda;
  • imporre alla Rai di rinunciare a far rimuovere i contenuti “vecchi” da YouTube, così da salvaguardare l’unico vero archivio naturale dell’azienda seriamente accessibile al pubblico, che dà lustro alla storia della prima industria culturale del Paese e non minaccia in alcun modo i modelli di business attuali.

Chiedo troppo? Non lo so, ma non potevo star qui ad assistere impotente allo stacco della spina. Almeno non avrò il rimpianto di non averci provato.

Connecting Television: raccontare il canone inverso

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Devo confessare una cosa: io non solo non so scrivere un libro (chi ha incocciato il mio capitolo di “Connecting Television” penso se ne sia accorto subito) ma soprattutto non so come si organizza la presentazione di un libro. Intendiamoci, il rito lo conosco bene, e ne subisco il fascino. Normalmente prevede un tipo occhialuto e con la pashmina che inizia a parlare a un gruppo di signore profumatissime, che accavallano gambe ancora piacenti su sedie scomode, con accanto l’autore – l’unico autorizzato ad avere sempre l’aria annoiata – il quale aspetta di poter anzitutto rimbalzare al mittente l’imbarazzante panegirico che lo ha appena investito, mostrandosi schivo e modesto per un brevissimo istante dal quale la Sua Creazione riemergerà monda di ogni autoreferenzialità e sarà quindi pronta a essere persino letta in pubblico dalla Sua Stessa Viva Voce, che si sarà casualmente posata su un brano abbastanza incuriosente ma poi non troppo spoilerante.

Il fatto di essere stati parecchie volte a Messa, però, non significa saper “dire Messa”. E così ci abbiamo proprio rinunciato, a fare “le belle presentazioni del prestigioso volume”, preferendo improvvisare una specie di mercato delle pulci nella speranza che tra pubblico e relatori qualcuno avrebbe comprato una vocale.

D’accordo, avevamo “zero budget”, ma anche,  bellepprònte, due fulgide location a Bologna e Milano. Avevamo soprattutto un libro che – apparentemente – iniziava ad invecchiare, ma invece stava solo diventando più saggio.

In circa due anni dall’uscita, più o meno, là fuori erano cominciate a succedere un po’ delle cose che avevamo provato a raccontare: grandi brand che iniziano a scrivere storie per la TV;  soldi che cominciano a finire direttamente nelle tasche dei creatori, senza essere filtrati dai distributori; un pubblico che decide lui i nuovi trend d’uso, iniziando a “creare senso” per gli altri utenti e addirittura, con la Social TV, ad avere lui (buffa parola), “un’audience”.

Così col professor Marinelli abbiamo preso il calendario e piantato il dito su due date un po’ a casaccio. L’idea era quella di trasformarle in altrettanti pretesti  per rilanciare la madre di tutte le grandi discussioni: che cavolo sta succedendo alla “grande sorella”? Che succede a questa televisione che qualcuno, in direzione ostinata e contraria rispetto all’incessante vento unidirezionale dei broadcaster, non rinuncia a voler collegare alla rete-che-fa-anche-tutto-il-resto, e pure nell’altro senso? Scusi lei, sì, dico a lei, quello che ha urlacchiato “sticazzi” dal fondo sala: eschi, per favore.

Abbiamo alzato il telefono, chiamato un po’ di belle persone, a cominciare da Massimo Mantellini, che abbiamo costretto con la forza a fare il “tipo occhialuto con la pashmina”, e siam partiti alla volta della patria dei turtelèn.

“Forse qualcuno verrà a sentire”, ci bisbigliavano gli indigeni mostrandoci un ingiustificatamente enorme articolo  apparso la mattina stessa sulla cronaca di Bologna del Carlino. Il vero dramma è che il titolo era una roba tipo “Correte, ci svelano il futuro della TV!”, alché l’idea di darsi malati e di proiettare in sostituzione Bugs Bunny  si era pure fatta strada.

Poi però abbiamo pensato che tutto sommato avevamo studiato e osservato per qualche annetto, abbastanza per poter raccontare qualcosa con più cognizione di causa degli attori, dei calciatori, dei parrucchieri che tutti i giorni se ne escono con cose come “sarà tutto in 3D, anzi al centro commerciale ho visto pure il 7D”. E quindi ci siamo pazientemente seduti sugli sgabelli e, mentre fuori era già quasi l’ora dell’aperitivo, abbiamo iniziato a raccontare questa roba qua.

Il pubblico? folto, molto attento, e in alcuni casi davvero molto qualificato. Tanto che “le domande”, alla fine, se le sono fatte soprattutto tra di loro, visto che in mezzo c’era gente tipo Angelo Ghigi e Giovanni Boccia Artieri. Il quale, per non tradire il primo dei suoi cognomi, ci ha poi subito condotti in un posto fighetto dietro l’angolo a bere una boccia di Brunello con contorno di sugna sopraffina. Il lambrusco l’avevano finito.

Nel frattempo, in vista della tappa finale milanese, le persone serie e soprattutto sobrie come Romana Andò stavano lavorando alacremente per reclutare autorevoli esponenti dell’universo broadcast. Perché – vedete – nella parte più “sana” della TV tradizionale, per esempio a MTV o Discovery, ci sono teste molto, molto pensanti che sanno dirci cosa, del “canone inverso” che sta per travolgerli può funzionare subito, cosa ancora no, cosa proprio mai mai mai, e soprattutto perché.

Per questo, nel giro di qualche giorno ci siamo ritrovati con Gianluca Neri sotto la madonnina (ditemi che Lambrate è ancora sotto la madonnina, vi prego) per farci raccontare proprio da loro gli ostacoli che impediscono una transizione più veloce verso una TV più libera: con contenuti davvero in concorrenza fra loro, indipendentemente dalla sorgente, meno vincoli “di palinsesto”, meno schiavitù “dell’audience” e magari con qualche nuovo modello di business, di quelli che altrove iniziano a funzionare, eccome.

E siccome stavolta davanti avevamo gente del mestiere (valenti analisti, autorevolissimi e imperscrutabili polemisti,  ma anche personcine che la web-tv la fanno, oltre che “scriverla”) ci è parso opportuno far parlare soprattutto loro, le due voci dell’industria con la I maiuscola, che per fortuna sono andate molto oltre il classico “bambole, non c’è una lira”, svelandoci un po’ di perché e persino qualche percome.

E dopo va beh, ci è parso ovvio e necessario annegare il tutto in un fiume di birra artigianale, perché pare che a Lambrate ci siano le cascate di birra artigianale, si sentiva il rumore in lontananza. Anche se alla fine sembrava un raduno di commilitoni: le ragazze ci hanno mollato “perché avevano da fare”, loro. E pazienza, anche perché io e Gallizio stavamo già elaborando le scuse per congegnare un fugone leggendario, ad ascoltare jazz in una specie di Million Dollar Hotel che forse ci siamo sognati, ma va bene lo stesso.

 

Il Web e i sonni tormentati di Michele Serra

amaca2Nella sua “Amaca” di oggi, che mi permetto di pubblicare qui sopra nonostante la minacciosa dicitura “Riproduzione Riservata” (appellandomi l’art. 10 della Convenzione di Berna per i fini di discussione), Michele Serra sostiene che l’aumento degli spettatori al cinema (+6% nel 2013) sarebbe un dato sufficiente per smentire non solo la crisi del cinema in sala, ma anche dei giornali, dei libri, della televisione a vantaggio del presunto “web social-cannibalizzante” che come sappiamo tormenta da qualche tempo i sonni dell’autore.

Ora, premesso che di crisi del consumo di cinema nelle sale non mi pare se ne parli più, o meglio se ne parla – a sproposito – dagli anni ’80 (quando il Web era un giochino per militari e accademici nerd) ci sono alcune sconnessioni logiche nel ragionamento di Serra che mi rendono un po’ perplesso.

Secondo la sua tesi la crescita del pubblico dei film in sala dimostra che evidentemente il web, che impone un consumo “monocratico” e “autistico” (queste le sue eleganti parole) davanti a uno schermo personale, non permetterebbe alla gente di uscire di casa, frustrando la naturale “voglia di condividere lo spettacolo con altre persone” di ognuno di noi. Di qui “l’effetto rinculo” che riporterebbe la gente in massa nelle sale cinematografiche.

Il problema è che Serra estende la portata delle sue conclusioni per dimostrare che l'”intero vecchio mondo mediatico” sarebbe dunque al riparo delle “previsioni funeste” dei “nuovisti”. Ne dedurremmo che, secondo lui, presto la gente leggerebbe sempre fuori di casa, in compagnia, il giornale o un libro di carta, ascolterebbe sempre fuori di casa, ancora in compagnia, la radio a transistor e infine guarderebbe sempre fuori di casa, sempre in compagnia, la televisione catodica e con la valvola termoionica. Nel 2014 quindi funzionerebbe come nel 1961, quando i miei genitori, grazie alla TV catodica che trasmetteva “Lascia o raddoppia?” in un bar di Montecatini, si conobbero “nel mondo reale” permettendo così la mia nascita qualche anno dopo.

Al di là di questo evidente salto logico, che sembra voler ignorare la sacrosanta peculiarità dell’esperienza “in sala” (su cui mi sono già ampiamente speso, come racconta Maria in questo post), colpisce la spregiudicatezza con cui Serra sia del tutto indifferente al fenomeno per cui le persone, proprio grazie al Web e agli schermi portatili:

1) fruiscono contenuti lontano da casa, nei tempi morti, liberando del tempo per la propria vita sociale “fisica” (per esempio guardano un film o leggono un e-book sui mezzi pubblici mentre vanno al lavoro o a trovare gli amici)

2) usano i social network come Facebook, e sempre più le piattaforme di instant messaging non tanto per “surrogare” una qualche vita sociale su uno schermo personale, ma per permetterla lontano dallo schermo: si organizzano, creano eventi, si danno appuntamento nel mondo reale, lontano dalle case in cui erano confinati quando era proprio la televisione a fungere consapevolmente da “surrogato” (con i reality, per fare l’esempio più lampante).

Da un giornalista del calibro di Serra, che si richiama da sempre a un inderogabile illuminismo cartesiano, non mi aspettavo un ragionamento così sgangherato. E non so se augurarmi se si tratti di una piccola perdita di lucidità, o solo dell’ennesimo, maldestro tentativo di tirare l’acqua al mulino del “vecchio medium” di turno.

Rai, i buoi sono scappati ma va bene così

rai2Certe battaglie – come quella di chi si ostina a trattare i diritti sui contenuti digitali con gli stessi strumenti dei contenuti analogici – sono ormai perse. Lo hanno capito quasi tutti, nel mondo. La major discografiche, per prime, scendendo a patti con chi – come Apple – prometteva di poter stringere nuovi cordoni, al prezzo di un flusso di ricavi molto ridotto rispetto ai tempi d’oro. Le case editrici, ora inginocchiate di fronte a un nuovo intermediatore di piattaforma (Amazon) più o meno dietro la stessa promessa, e alle stesse condizioni.

Con la TV, specie quella privata, è più difficile. Non a caso mentre la RAI ha trovato un accordo con Google per avere una quota dei ritorni pubblicitari su You Tube (anche sui contenuti “rippati” illegalmente dalla televisione pubblica) Mediaset è ancora ferma alle minacce e alle carte bollate.

Non c’è da sorprendersi. La cultura del modello della televisione commerciale è molto distante da qualsiasi prospettiva di cambiare il paradigma nell’era di internet. La televisione pubblica, invece, ha una cosuccia che la contraddistingue: si chiama “contratto di servizio“, ed è ciò che ci ricorda che è nostra. Un pezzo di carta dove sta scritto che la RAI deve rendere disponibile a tutti i cittadini italiani la fruzione dei contenuti da lei trasmessi su tutte le piattaforme che la tecnologia rende via via disponibili. Compreso il web. Poi, sta naturalmente alla RAI dotarsi di tutti gli strumenti che impediscano l’appropriazione indebita di questi contenuti, ma questo non deve limitare “la fruizione”.

Ora, la vicenda SKY/TVSAT ci insegna che non è il caso di dormire sugli allori. Sulla tecnologia satellitare, la RAI può imporre un proprio decoder, e alla fine – nonostante vari ricorsi in tutte le sedi legali anche internazionali, la piattaforma SKY non può ritrasmettere i canali del digitale terrestre, con l’argomento che non si poteva arricchire l’offerta di un concorrente.

Ma quello – lo ammettiamo – era un caso limite. Diverso è il caso dei portali “ufficiali” che ospitano i live stream dei canali televisivi. La RAI, in questo, è stata molto più veloce di Mediaset col suo portale Rai.tv. All’inizio, l’adozione di Silverlight (e di Microsoft.net) come piattaforma per il DRM suscitò qualche malumore. Poi ci si rese conto che Flash era ormai prossimo a tirare le cuoia, e il tema sembrò superato.

Chi voleva pervicacemente scaricare sul proprio hard disk, in modo illegale, i video della RAI poteva farlo seguendo le istruzioni dei parecchi tutorial che iniziarono a comparire su YouYube. Ma la quota dei “pirati” disposti a un tale sbattimento non superava mai la soglia “bittorrent”, la stessa che oggi mostra a major e broadcasters che la pirateria ha già saturato il “suo” mercato, rispetto alle molte offerte legali (come iTunes e Netflix) che ormai sono disponibili in rete. In sostanza si è scoperto che la stragrande maggioranza degli utenti è più che disposta a pagare un’offerta legale di contenuti via web pur di non dover imparare a diventare “pirata”.

Tutti felici e contenti? Manco per niente. Negli ultimi anni, infatti, le tecnologie per un web aperto (come HTML5) sono diventate degli standard “de facto” anche per il video. Tutti gli smartphone e tablet (che supportano HTML5) hanno ormai preso una bella quota delle fruizioni video totali, determinando il famoso “furto di attenzione” rispetto al primo schermo che terrorizza i broadcaster.

E – tornando alla RAI – se il servizio pubblico intende rispettare il contratto, deve permettere a ogni cittadino italiano possessore di un device mobile di accedere atutti i contenuti di Rai.tv senza limitazioni sulla piattaforma. Ora, però, la piattaforma non è solo il portale. E’ anche il sistema operativo, per esempio iOS e Android. Sono i linguaggi supportati, come HTML5. E’ anche il browser, per esempio Firefox.

Ecco, appunto: HTML5 e Firefox. Non sono in molti a rendersi conto di quanto sia importante che queste due componenti, che hanno ormai una quota di diffusione così alta siano componenti a sviluppo Open Source.

Infatti da un lato la RAI (ma anche molti altri produttori di contenuti) non possono esimersi dall’adottarle, proprio per la loro diffusione, e non solo per una questione di “contratto di servizio”. Ma dall’altro la comunità potrà continuare a sviluppare funzionalità su Firefox e HTML5 senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E’ per questo che – anche se con una funzione seminascosta – Firefox permette sui player HTML5 di scaricare il contenuto del video, come ho scoperto per caso l’altro giorno (e subito segnalato) guardando una bellissima puntata di “Sostiene Bollani” su Rai.tv. Da un tablet o uno smartphone, è sufficiente tenere premuto il player per vedere apparire queste funzioni.

raiScegliendo “Salva video” il device inizia a scaricare un enorme file con estensione “.htm”, che – rinominato in “.mpg” può poi essere visto in locale, come ogni altro video memorizzato sul device. E’ illegale, come quando si seguono le istruzioni dei tutorial pirata? No, non lo è. Perché la RAI supporta quella tecnologia in tutte le sue componenti, e quelle funzionalità sono previste da quelle componenti.

Ora, sono sicuro che esiste un modo per impedire “a monte” che i file video vengano scaricati. In questo modo, però, il broadcaster adotterebbe una versione “spuria” delle funzionalità della piattaforma di distribuzione, e violerebbe il contratto di servizio proprio come nel caso-limite di TVSAT.

Ma sono sicuro che, avendo gli esperti della RAI capito da tempo che ciò che interessa alla stragrande maggioranza delle persone è la fruizione, e non il possesso dei contenuti (lo dicono i report degli analisti che noi non siamo come i tedeschi, per fortuna), non sarà adottato alcuno stratagemma di questo tipo.

A meno che qualcuno non pensi di fare carriera illudendo qualche capo struttura con una pezza di durata molto, ma molto breve.

A’ la Blogfest comme à la Blogfest

BlogFest2013miniForse sarà una nuova Blogfest, e non lo dico solo per il fatto che si svolga a Rimini, per quanto ciò possa facilitare la logistica ed ampliare notevolmente la platea.

Il punto è che quest’anno la kermesse organizzata da Macchianera offre un programma molto più ricco. Oltre al consueto e irrinunciabile contesto ludico notturno (le feste, i DJ Set, la premiazione degli Awards), durante il giorno sono infatti in programma decine e decine di dibattiti, organizzati in 5 filoni contemporanei: economy, community, food, education e media.

Non è più, insomma, un “raduno di blogger”, ma qualcosa di più simile ai molti festival che affollano sempre più il calendario nazionale, sintomo di una crescente voglia di esperti e non esperti di confrontarsi nel mondo reale sui temi che escono dai giornali (La Repubblica delle Idee) dai libri (I festival della Letteratura, della Mente, della Filosofia), e dalla Rete (Internet Festival, le Social Media Week come quella di Milano e appunto – adesso – anche la Blogfest in questa versione arricchita e corretta).

Ascolteremo le voci di personaggi vecchi e nuovi, di tecnottimisti e di neo-luddisti, di startupper e artigiani del cibo, insomma ce ne sarà per tutti i gusti. E ci sarà anche  “il Capo del Capo del mio Capo“, intervistato da Daria Bignardi su tutto ciò che può essere rappresentato in uni e zeri, e non solo le tlc.

Per quanto mi riguarda, sarò coinvolto in due panel: il primo (sabato 21 alle 10) – al quale parteciperò a titolo personale, come co-autore di questo libro – sul futuro della “connected television”, in compagnia di pionieri della net-tv come Tommaso Tessarolo, venerati broadcast-bloggers come Matteo Bordone e con l’inafferrabile Filippo Pretolani nel ruolo di moderatore-guastatore d’altissimo lignaggio.

Il secondo – domenica 22 alle 12, stavolta col badge rosso in tasca e magari con una cravatta decente intorno al collo – nel quale Marco Massarotto presenterà un adorabile e misteriosissimo accrocco fotografico, che propone di raccontare la vita di una persona nel modo più autentico, cioè bypassando il “filtro autoriale” di chi lo indossa. Il digitale che prova a risorpassare la Lomo, insomma:  ne parleremo con virtuosi dell’analisi tecnoantropologica del calibro di Paolo Mulè, Luca Alagna, Davide Bennato.

Per il resto, se il lavoro me lo consentirà, sarà l’occasione di incontrare tante belissime persone che proprio grazie alla Rete sono diventate amicizie in carne ed ossa. E magari ascoltare insieme il crescente e sempre più popolare lamento di chi la Rete sa solo attaccarla.

Lo faremo con vigile rispetto per ogni opinione, ma con l’avvertenza che non accetteremo critiche:

  • per la spazzatura che si trova su You Tube da chi ha inondato la TV di spazzatura, senza offrire per decenni alcuna alternativa
  •  alla qualità della scrittura sui blog da chi ha prosperato per anni vendendo i libri di Rosa Giannetta Alberoni  (per fare solo un esempio)
  • per le bufale dell’informazione in Rete da chi titolò a nove colonne che i Raeliani avevano clonato l’uomo, dopo una regolare ed analogicissima conferenza stampa (e anche questo è solo un esempio)
  • al linguaggio di Facebook “che istiga alla violenza” da chi ha mandato in onda Borghezio con la maglietta anti-Maometto (altro esempio tutt’altro che isolato)
  • alla superficiale brevità di Twitter da chi ha ridotto la politica ad una lista di slogan precotti, da distribuire in speciali “kit per il candidato”
  • (aggiungere altri allegri riflessi condizionati a piacere)

Insomma, ci sarà da divertirsi, credo.

L’effimero eldorado dei detrattori del web

blogging Torno (claudicante) dal Festival del Giornalismo, cerco di mettere in ordine le idee venute fuori da mille incontri, panel, dibattiti, e ho un netto senso di deja vu. Ne parlavo l’altro giorno al telefono con l’amico Luca, uno che di rapporto tra informazione offline e online ci capisce qualcosina. E siamo d’accordo su una cosa: su questo tema, da sempre centrale al Festival, il dibattito non solo non fa passi avanti, ma percorre anche qualche centimetro all’indietro.

La scusa per questa regressione ce l’ha regalata Beppe Grillo. Infatti, come ho scritto in un amaro twit da Perugia, l’unico vero impatto di Grillo è stato consegnare alla stampa l’immagine di internet che ha sempre desiderato. Una accozzaglia di gente frustrata e sgrammaticata, facilmente strumentalizzabile dal primo tribuno che si presenta in piazza. E – per estensione – un esercito di dilettanti allo sbaraglio: dilettanti del giornalismo per cominciare, ma anche della scrittura, della democrazia, del’arte, della musica, insomma gente che per il solo fatto di non essere pagata per fare qualcosa, automaticamente non produce alcun valore. Anzi, banalizza, involgarisce, e persino distrugge, in una folle corsa collettiva alla battuta più tranchant, all’aforisma più fulminante col solo obbiettivo di guadagnare follower su follower come non ci fosse un domani.

Per la nuova generazione dei detrattori del Web l’exploit elettorale di Beppe Grillo è stato insomma un vero e proprio eldorado. Ed è buffo, perché chiunque conosca le basi della comunicazione politica sa bene che l’operazione Grillo/Casaleggio somiglia molto, ma molto di più a una operazione televisiva che a una campagna online. Somiglia drammaticamente, per intenderci, all’operazione “Forza Italia”: comunicazione top-down, personalismo, pochi slogan tautologici. Si dirà “ma come, Grillo non occupa i media, li snobba”. Certo, può snobbarli anzi deve, perché sa bene che nel 2013 si fa più notizia espellendo un parlamentare perché è andato a un talk show che mandarlo ad aumentare il “rumore di fondo”. In questo si può dire che quella del Movimento 5 Stelle è davvero una operazione geniale. Ma non si dica che è una operazione guidata dal web. Come fu notato agli inizi del suo blog, Beppe Grillo non risponde non solo ai giornalisti, ma nemmeno ai suoi seguaci: pubblica i post esattamente come fossero comunicati stampa, senza concedere alcuna possibilità al contraddittorio. Quindi, concludendo, Grillo non è “Il Web”, è il suo opposto. Casaleggio non è “un guru”, ma solo un abile spin doctor, e pure di quelli vecchia maniera.

Ciononostante i vari Michele Serra, Massimo Giannini e Francesco Merlo (tanto per non fare nomi e non fare riferimento a un giornale in particolare) sono convinti di aver trovato una specie di eterno klondike, al grido implicito di “ecco il Web che voleva rifondare l’informazione, la democrazia, la cultura, l’establishment, ecco il pericolo dove vogliono trascinarci”. E a questo filone d’oro, anch’esso tautologico, attingono a piene mani tutte le volte che hanno una qualche crisi di creatività o non riescono a dare una spiegazione sensata alla situazione politica nella quale ci troviamo. Forse proprio perché nessuno, proprio nessuno, si è mai sognato di fare da noi quello che col web ha fatto, per citare il caso più celebre, Barack Obama.

Ma ovviamente adesso le due vittorie di Obama, costruite in larga parte online, sono acqua passata. Il problema non è l’Italia, non sono i nostri partiti. Il problema è quella maledetta invenzione, il protocollo TCP-IP e la sua interoperabilità, che ha permesso a tutti di pubblicare qualsiasi cosa, e metterla subito disposizione di tutti. Su una piattaforma ancora miracolosamente laica e neutrale rispetto ai contenuti. Senza dover montare tralicci, lanciare satelliti, allestire tipografie.

Un sacrilegio, insomma. E a Perugia, di questo atto collettivo di lesa maestà nei confronti dei mandarini dell’industria dei contenuti, si sono visti chiaramente i segni. Proprio perché, grazie a Grillo, finalmente c’era qualcosa di orrendo che potesse personificare il Web, in una equazione facilmente vendibile a chi ancora, con una specie di rito feticista, tutte le mattine esce di casa, si reca presso un chiosco colorato dove ormai si vende qualsiasi cosa, prende i soldi in un portafogli, estrae se va bene un euro e venti e compra una cosa inquinante su cui è stampata pubblicità mescolata a dei testi che secondo qualcuno dovrebbero saturare la nostra voglia di capire, ogni giorno, cosa succede nel mondo. Ma non è così. L’eldorado di Grillo è drammaticamente effimero per la stampa di sempre. E’ solo il prolungamento di una terribile agonia, che potrebbe persino tramutarsi in resurrezione se davvero questi mandarini per tutte le stagioni stessero a sentire quello che per fortuna gli ospiti internazionali del festival, come Anthony De Rosa o Mathew Ingram sono venuti a raccontarci.

E’ inutile, come fa Repubblica, proclamare di ispirarsi al modello del Guardian se poi i feed sono inaccessibili e nessuno prova nemmeno a capire cosa sia l’Open Data Journalism. E’ inutile, come fa il mio ex-collega (posso?) del Sole 24 Ore Ugo Tramballi, meditare di chiudere il proprio blog nella convinzione che tutta l’informazione online sia condannata alla deriva della brevità, della velocità, e della conseguente incapacità di analisi, come se il problema fosse la piattaforma, e non la necessità di modificare il modo di lavorare. Il fatto che oggi, a differenza di vent’anni fa, sia infinitamente più facile -come nel caso di Andrea Marinelli – diventare un freelance di successo prima ancora che un blogger di successo dimostra che il problema non è l’evoluzione tecnologica.

Il punto è che il pubblico ha trovato altri modi di informarsi, di aggregare e scegliere le notizie secondo i propri interessi e a condizioni economiche non più stabilite da chi poteva allestire una catena distributiva verticalmente integrata. La vera cosa che i giornali stanno perdendo, in sintesi, è la capacità di stabilire cos’è una notizia. Finché non capiranno questo, temo, torneremo dall’edizione 2023 del Festival di Perugia con lo stesso, identico senso di deja vu di oggi. Ma anche senza la forza di scrivere ancora un post così lungo e lamentoso.

P.S.: ora posso rivelarlo: il sondaggio condotto negli USA che ha prodotto gli istogrammi dell’immagine è del 2008. In Italia, nel 2013, ci metterei la firma.

Context is King, Content is Apps

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E se fossero proprio le tecnologie aperte come HTML5 a permettere ai creatori di contenuti di stabilire autonomamente i loro modelli di business?

Se fossi riuscito, col mio coloratissimo Prezi a seminare un dubbio di questo tipo tra gli avventori del Media Web Symposium di Berlino, lo considererei già un successo trionfale. Per ben due giorni la kermesse organizzata dal Fraunhofer Institut sulle tecnologie d’interazione applicate all’industria dei contenuti si è concentrata su fenomeni “di processo”: la connected TV, il multiscreen, la ricerca di uno streaming davvero “agnostico” rispetto a chi lo diffonde sul Web.

Ma rimaneva un grosso “buco” al centro del programma, quello su come queste evoluzioni tecnologiche si incontrano (o ignorano) i nuovi trend d’uso, e soprattutto come possono abilitare ecosistemi del tutto inediti, non necessariamente governati da vecchi e nuovi aspiranti “padroni del vapore”.

E in quello spazio mi sono infilato io, con la scusa di concedere una tregua a un pubblico forse in vena di staccare per un attimo dal tema dei linguaggi di programmazione e degli standard.

Nel mio speech ho provato a percorrere un pezzo di passato fino a un possibile futuro: dal 1990 al 2020, con al centro una fotografia del momento che stiamo vivendo, il 2013.

Si passa quindi da un ecosistema bloccato (1990), in cui il modello “sussidia” in prima istanza i detentori dell’infrastruttura distributiva, che possono così dettare regole, vincoli e modelli di business per tutti gli altri attori a monte della catena, a cominciare dai Content Owners…

…a una fase, quella attuale (2013), in cui nuovi soggetti provano a sostituirsi ai vecchi “tycoon”, facendo valere i propri asset non duplicabili (la piattaforma, il device, i contenuti mainstream)…

…per sbarcare in un 2020 dove appare un nuovo ecosistema che ancora non si sostituisce al vecchio, ma progressivamente sottrae eyeballs, attenzione e quindi fonti di ricavo ai modelli precedenti, facendo soprattutto leva sul “senso” del contenuto (“Context is King”).

La straordinaria resistenza al cambiamento di TV, Radio, Giornali e Libri è solo scalfita dai newcomers, il cui principale fattore di successo, nel conseguire una sostenibilità economica, è allearsi coi nuovi player che sul Web spingono verso linguaggi, codec, pratiche aperte e non controllabili da pochi soggetti. L’area del sussidio si allontana dai distributori e per la prima volta si avvicina al content provider indipendente, che è libero di studiare il format insieme al nuovo meccanismo di remunerazione. Per esempio, all’interno di una App “agnostica” rispetto alla piattaforma, e in grado (magari grazie a HTML5) di girare su qualsiasi browser. Sullo sfondo, le nuove esigenze di consumatori ormai smaliziati, che da un lato si tuffano nella “diversity” offerta dal Web, dall’altro confermano di usare i social media per i grandi, irrinunciabili momenti di aggregazione.

Il video in italiano, registrato pochi giorni prima alla Social Media Week, è qui. I vostri commenti sono più che mai graditi.

Milano da twittare

C’è un primo, grande paradosso che è apparso in tutta la sua evidenza durante la Social Media Week che si è recentemente chiusa a Milano. Mentre dai vari “panel” ci si produceva nell’ennesimo sforzo di dimostrare come la rete ci liberi da mille vincoli, scatenando la creatività delle persone e mettendo le idee a disposizione di tutti, la stampa mainstream guardava Grillo in Piazza del Duomo e concludeva questo: “Visto? La rete è roba da frustrati, astiosi dilettanti rinchiusi nelle loro camerette, ridateci il monopolio dell’informazione”.

C’era dunque bisogno di un evento non “per addetti ai lavori”, non isolato in una nuvola autoreferenziale, ma “su strada”, che incuriosissse anche visivamente l’avventore casuale. Occorreva non spaventarlo con la solita cascata di buzzword, e magari sedurlo attraverso il racconto di come la Rete cambia la nostra vita quotidiana, quella fatta di cose che si toccano e di persone che si guardano negli occhi.

Posso dire che Hagakure c’è riuscita? OK, mi limito a pubblicare qualche numero che ciascuno potrà liberamente interpretare. In fondo siamo il popolo dei 10.000 visitatori “secondo la Questura”, quindi anche la matematica è una simpatica opinione 🙂

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Circa i panel che sono riuscito a seguire, cito a memoria:

–  “Web Everywhere!” il dibattito sulle prospettive di una rete omnipresente: anche qui siamo in pieno conflitto d’interesse, ma non posso esimermi dall’esaltare la splendida deriva socioantropologica innescata dai brillantissimi Bennato e Mulé;

Social Media & Comics, dove incontrastate star della satira in rete come Zerocalcare hanno trasformato Palazzo Reale in una sorta di Zelig improvvisato;

Governi, piazze, mercati e palazzi. Come Twitter cambia il mondo in cui Matthias Lufkens, capo della sezione Digital di Burson-Marsteller, ha raccontato in che modo – ancora a volte troppo ingenuo – i governanti dell’orbe terracqueo usano i social media (come cambia in fretta il mondo, vero Eric?);

Non potevo infine mancare (perché ero sul palco, mica per altro) il dibattito di chiusura, dove – fortunatamente con modalità del tutto ludiche – l’ineffabile Gianluca Neri ha tormentato i relatori con pungenti domande sui possibili trend del 2013. Io me la sono cavata con un nuovo Prezi sull’evoluzione degli ecosistemi dei media, in realtà una specie di anteprima della presentazione che sto per tenere a Berlino per il Media Web Symposium 2013. Per una analisi più puntuale di quella roba lì, rimando al prossimo post dalla Crante Cermania.

Concludendo, sono sicuro che i molti personaggi che sono pagati non per lavorare, ma per parlar male del lavoro degli altri, avranno da ridire anche sulla Social Media Week. Da parte mia, io non vedo l’ora che ne organizzino un’altra, magari all’ombra del Colosseo, e possibilmente col sole. Perché OK, la neve a fiocconi è bella e romantica, ma insomma, ecco, come dire.