L’effimero eldorado dei detrattori del web

blogging Torno (claudicante) dal Festival del Giornalismo, cerco di mettere in ordine le idee venute fuori da mille incontri, panel, dibattiti, e ho un netto senso di deja vu. Ne parlavo l’altro giorno al telefono con l’amico Luca, uno che di rapporto tra informazione offline e online ci capisce qualcosina. E siamo d’accordo su una cosa: su questo tema, da sempre centrale al Festival, il dibattito non solo non fa passi avanti, ma percorre anche qualche centimetro all’indietro.

La scusa per questa regressione ce l’ha regalata Beppe Grillo. Infatti, come ho scritto in un amaro twit da Perugia, l’unico vero impatto di Grillo è stato consegnare alla stampa l’immagine di internet che ha sempre desiderato. Una accozzaglia di gente frustrata e sgrammaticata, facilmente strumentalizzabile dal primo tribuno che si presenta in piazza. E – per estensione – un esercito di dilettanti allo sbaraglio: dilettanti del giornalismo per cominciare, ma anche della scrittura, della democrazia, del’arte, della musica, insomma gente che per il solo fatto di non essere pagata per fare qualcosa, automaticamente non produce alcun valore. Anzi, banalizza, involgarisce, e persino distrugge, in una folle corsa collettiva alla battuta più tranchant, all’aforisma più fulminante col solo obbiettivo di guadagnare follower su follower come non ci fosse un domani.

Per la nuova generazione dei detrattori del Web l’exploit elettorale di Beppe Grillo è stato insomma un vero e proprio eldorado. Ed è buffo, perché chiunque conosca le basi della comunicazione politica sa bene che l’operazione Grillo/Casaleggio somiglia molto, ma molto di più a una operazione televisiva che a una campagna online. Somiglia drammaticamente, per intenderci, all’operazione “Forza Italia”: comunicazione top-down, personalismo, pochi slogan tautologici. Si dirà “ma come, Grillo non occupa i media, li snobba”. Certo, può snobbarli anzi deve, perché sa bene che nel 2013 si fa più notizia espellendo un parlamentare perché è andato a un talk show che mandarlo ad aumentare il “rumore di fondo”. In questo si può dire che quella del Movimento 5 Stelle è davvero una operazione geniale. Ma non si dica che è una operazione guidata dal web. Come fu notato agli inizi del suo blog, Beppe Grillo non risponde non solo ai giornalisti, ma nemmeno ai suoi seguaci: pubblica i post esattamente come fossero comunicati stampa, senza concedere alcuna possibilità al contraddittorio. Quindi, concludendo, Grillo non è “Il Web”, è il suo opposto. Casaleggio non è “un guru”, ma solo un abile spin doctor, e pure di quelli vecchia maniera.

Ciononostante i vari Michele Serra, Massimo Giannini e Francesco Merlo (tanto per non fare nomi e non fare riferimento a un giornale in particolare) sono convinti di aver trovato una specie di eterno klondike, al grido implicito di “ecco il Web che voleva rifondare l’informazione, la democrazia, la cultura, l’establishment, ecco il pericolo dove vogliono trascinarci”. E a questo filone d’oro, anch’esso tautologico, attingono a piene mani tutte le volte che hanno una qualche crisi di creatività o non riescono a dare una spiegazione sensata alla situazione politica nella quale ci troviamo. Forse proprio perché nessuno, proprio nessuno, si è mai sognato di fare da noi quello che col web ha fatto, per citare il caso più celebre, Barack Obama.

Ma ovviamente adesso le due vittorie di Obama, costruite in larga parte online, sono acqua passata. Il problema non è l’Italia, non sono i nostri partiti. Il problema è quella maledetta invenzione, il protocollo TCP-IP e la sua interoperabilità, che ha permesso a tutti di pubblicare qualsiasi cosa, e metterla subito disposizione di tutti. Su una piattaforma ancora miracolosamente laica e neutrale rispetto ai contenuti. Senza dover montare tralicci, lanciare satelliti, allestire tipografie.

Un sacrilegio, insomma. E a Perugia, di questo atto collettivo di lesa maestà nei confronti dei mandarini dell’industria dei contenuti, si sono visti chiaramente i segni. Proprio perché, grazie a Grillo, finalmente c’era qualcosa di orrendo che potesse personificare il Web, in una equazione facilmente vendibile a chi ancora, con una specie di rito feticista, tutte le mattine esce di casa, si reca presso un chiosco colorato dove ormai si vende qualsiasi cosa, prende i soldi in un portafogli, estrae se va bene un euro e venti e compra una cosa inquinante su cui è stampata pubblicità mescolata a dei testi che secondo qualcuno dovrebbero saturare la nostra voglia di capire, ogni giorno, cosa succede nel mondo. Ma non è così. L’eldorado di Grillo è drammaticamente effimero per la stampa di sempre. E’ solo il prolungamento di una terribile agonia, che potrebbe persino tramutarsi in resurrezione se davvero questi mandarini per tutte le stagioni stessero a sentire quello che per fortuna gli ospiti internazionali del festival, come Anthony De Rosa o Mathew Ingram sono venuti a raccontarci.

E’ inutile, come fa Repubblica, proclamare di ispirarsi al modello del Guardian se poi i feed sono inaccessibili e nessuno prova nemmeno a capire cosa sia l’Open Data Journalism. E’ inutile, come fa il mio ex-collega (posso?) del Sole 24 Ore Ugo Tramballi, meditare di chiudere il proprio blog nella convinzione che tutta l’informazione online sia condannata alla deriva della brevità, della velocità, e della conseguente incapacità di analisi, come se il problema fosse la piattaforma, e non la necessità di modificare il modo di lavorare. Il fatto che oggi, a differenza di vent’anni fa, sia infinitamente più facile -come nel caso di Andrea Marinelli – diventare un freelance di successo prima ancora che un blogger di successo dimostra che il problema non è l’evoluzione tecnologica.

Il punto è che il pubblico ha trovato altri modi di informarsi, di aggregare e scegliere le notizie secondo i propri interessi e a condizioni economiche non più stabilite da chi poteva allestire una catena distributiva verticalmente integrata. La vera cosa che i giornali stanno perdendo, in sintesi, è la capacità di stabilire cos’è una notizia. Finché non capiranno questo, temo, torneremo dall’edizione 2023 del Festival di Perugia con lo stesso, identico senso di deja vu di oggi. Ma anche senza la forza di scrivere ancora un post così lungo e lamentoso.

P.S.: ora posso rivelarlo: il sondaggio condotto negli USA che ha prodotto gli istogrammi dell’immagine è del 2008. In Italia, nel 2013, ci metterei la firma.

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