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Rimini, la transizione al rallenty

Questa è la volta che capirò se scrivere un post sul divano a piedi scalzi, con un bassotto che te li lecca tutto il tempo, può essere fonte d’ispirazione.

Vorrei scrivere il classico sbrodolone a consuntivo della Blogfest, nessuno mi ha obbligato, ma il punto è che i molti confronti “live” con le persone incontrate sul posto mi hanno schiarito le idee su alcune cose che ho sempre pensato e che finora avevo elaborato solo in parte.

Gianluca sa cosa penso della sua creatura, dai tempi delle prime edizioni. Ne abbiamo parlato più volte francamente, senza ipocrisie. Per me è troppo allineata agli stili della comunicazione televisiva per poter essere una vera festa della Rete. Lui ribatte che in Italia c’è ancora troppo strada da fare per gettare il cuore oltre l’ostacolo e rinnegare i linguaggi, i tormentoni, i riflessi condizionati della TV. Alla fine ciascuno rimane della sua opinione, ma siccome siamo nella stessa barca  (nei rispettivi ruoli) alla fine bisogna stare tutti e due a testa bassa, e pedalare. OK, facciamo che la barca è un pedalò – ma ci siamo capiti.

Certo, dispiace confrontare la realtà italiana con gli USA, dove il festival SXSW (nato come un raduno di sviluppatori) è diventato negli anni una straordinaria kermesse di tutta la cultura indipendente, dal cinema alla musica, alla letteratura, al giornalismo, ecc. Mentre laggiù internet è considerato un volano di tutti questi movimenti, che entrano progressivamente in concorrenza coi fenomeni di massa costruiti da major e broadcaster, qui da noi è l’esatto contrario: l’evento più “vissuto” dalla socialsfera ha senso nella misura in cui “risuona” negli strapuntini concessi ai protagonisti su giornali, radio e TG (la famigerata “rassegna stampa”).

Questo – si badi bene – è un mio punto di vista personale, ma non riesco a passarci sopra. In fondo a me non interessa troppo “la purezza di “Internet”, “la net neutrality contro i walled garden” o “HTML5 contro gli App Store”. A me interessa tutto ciò che può far crescere musica, cinema, spettacolo, cultura, informazione indipendente. Se poi volete chiamarla “cultura digitale”, fate pure: io me la cavavo benissimo anche captando le community radio in onde medie o facendomi spedire i vinili dall’estero.

Ora, semplicemente, sarebbe più facile. Peccato che i tesori della cultura digitale, ovviamente, sono tutti molto lontani da casa. Si scovano nei podcast di oscure radio universitarie canadesi, nei canali youtube dei “nuovi miagolatori” di BaebleMusic, nella splendida serie House of Cards (un prodotto televisivo del tutto ortodosso, ma prodotto autonomamente da Netflix, senza interferenze), nel formidabile video magazine di Gestalten.tv, solo per citare qualche caso particolarmente eclatante.

Il punto è che non è facile convincere gli sponsor di un evento come la Blogfest senza usare i loro parametri, le loro misurazioni. Nel mio piccolo, insieme ad altri colleghi molto motivati sto provando a far passare in azienda altri elementi di valutazione che non siano sempre e solo quelli della pubblicità tabellare, ma non è facile. E allora, come ben sanno gli amici di Macchianera, occorre arrivarci per gradi, correggere il tiro, battere altre strade.

La cosa migliore dell’edizione di quest’anno è stata, guarda caso, il respiro più ampio. Il WriteCamp (a mio avviso la sezione più pregiata del pur ricchissimo programma) ha avuto uno spazio adeguato, con la domenica non più relegata a “giornata povera” della manifestazione. Ci sono stati dibattiti di alto livello (formidabile quello con Calabresi e Gramellini, due modi molto diversi di strappare applausi – direi), c’è stato l’enorme filone del food, c’è stata soprattutto una gigantesca carrambata collettiva. Eh sì, perché se Riva del Garda è sempre stato un “ri-trovo” dei blogger della prima ora, Rimini è stata la fiera del “trovo e finalmente ti conosco”. Si è registrata una netta maggioranza, per capirsi, di “quelli che io alla Blogfest non c’ero mai venuto e mi sembra stupenda”, quasi stupiti dell’eco di tutte le polemiche e i veleni pregressi maturati in troppi anni di autoreferenzialità e di chiusure a riccio. Da solo, questo risvolto giustifica il trasferimento nella più raggiungibile ed accogliente riviera romagnola.

Poi vabbè, il rischio del millesimo panel schiacciato tra neo-luddisti e tecnofatalisti è sempre dietro l’angolo. Però la sensazione è sempre quella: mondi, ambiti, contesti (sto provando a non scrivere “caste”) che sentono la loro professionalità minacciata dai nuovi modi di fare le cose con la rete. Gente che piuttosto di ammettere di doversi spostare di un millimetro (dalla propria Olivetti Lettera 22, dal borderò, dal centro media, dal comunicato stampa, dall’inviato barricato nella suite dell’Hilton di Nairobi col giubbotto Wrangler comprato a Piazza Vescovio) preferisce stare a guardare il meteorite dello Yucatan che diventa sempre più grande sulla propria testa.

Proprio ieri leggevo un libro sulla storia dei trasporti pubblici a Roma. Pare che quando furono introdotti i tram elettrici (mentre i primi tram erano trainati sulle rotaie da cavalli) i conducenti delle vecchie vetture, pur essendo i naturali candidati a guidare quelle nuove, si rifiutavano di sottoporsi a quel minimo di riconversione professionale necessaria per affrontare la transizione. Secondo loro, gli utenti del servizio avrebbero dovuto continuare ad apprezzare la loro competenza nella gestione delle stalle e dei depositi per le vettovaglie degli animali da traino. Gli utenti avevano in realtà solo bisogno di un trasporto pubblico più efficiente, di vetture più veloci, di strade più pulite. Così le compagnie di tram non ci misero più di tanto ad assumere conducenti nuovi.

Ecco, a me i vari Gramellini e Merlo, quando si scagliano contro twitter, fanno lo stesso effetto dei conducenti-stallieri. Sono degli straordinari, impareggiabili conducenti, ma si rifiutano di abbandonare i cavalli e la biada.

Chissà per quanto, alla blogfest o eventi simili, continueremo ad assistere a discussioni su transizioni che non vanno più nemmeno raccontate, perché sono sotto gli occhi di tutti. A meno che non ci si esalti nell’osservare un declino ripreso in super-slow motion. Dove la scena al rallentatore, col meteorite che si avvicina e alla fine si schianta al suolo, avviando un inverno lungo mille anni, la manda in onda la sapiente regia del festival. Proprio perché il pubblico – in fondo – non aspetta altro.

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Dott. Merlo, mi dispiace ma Twitter è un’altra cosa

Egregio Dottor Francesco Merlo, sgombriamo subito il campo dagli equivoci: lei è un grande giornalista. Grazie alle argute e puntuali analisi sue e dei suoi valenti colleghi di “Repubblica”, abbiamo potuto esplorare quotidianamente il ventre molle del berlusconismo, responsabile nell’ultimo ventennio della più devastante involuzione culturale del nostro Paese. Se un giorno l’informazione italiana vedrà rispuntare il sol dell’avvenire, lo dovremo in larga misura al lavoro suo e degli altri pochi giornalisti riusciti a sfuggire alle logiche di questo sciagurato scorcio di storia.

Leggendo il suo articolo di oggi su Twitter, però, appare purtroppo chiaro che Lei ritenga le sue indiscusse qualità professionali sufficienti a parlare diffusamente di qualcosa (Twitter e Internet più in generale) che nessuno può pensare di conoscere per il semplice fatto di saperlo usare. E’ questo un equivoco in cui cadono illustri rappresentanti di tante industrie che la grande Rete sta obbligando a mettersi in discussione, a cominciare proprio dall’editoria.

Il fatto che sia io sia lei siamo in grado di gestire un account twitter, di creare un blog su wordpress, di gestire una pagina Facebook non significa comprendere compiutamente il loro impatto sul sistema dell’informazione. Non significa, per farla breve, che siamo “esperti”, o che “possiamo scrivere un articolo di analisi su twitter”.

Faccio un esempio. Quando lei sostiene che twitter ci ha trasformati in un esercito di aspiranti Flaiano, per il fatto di costringere tutti a un aforisma di 140 caratteri, dimostra di non sapere che quella sparuta (ma influente) minoranza di persone che usa twitter per informare non twitta “messaggi”, ma link ad altri contenuti: foto, video, e ovviamente articoli di approfondimento. Twitter, per intenderci, è usato come strumento di “content curation”, e non a caso gli account più popolari non sono quelli di chi mette in fila gli aforismi più sagaci, ma quelli che nel tempo hanno guadagnato l’autorevolezza e la credibilità di chi seleziona solo contenuti validi, svolgendo un vero e proprio ruolo editoriale. Il ruolo, per intenderci, che sarebbe il vostro.

Il fatto che molti politici, personaggi illustri e financo giornalisti, nell’usare twitter si facciano stregare dal “flaianismo d’accatto” non significa che siano questi gli usi che devono essere presi a modello. Se costoro hanno molti iscritti, lo devono alla loro notorietà pregressa acquisita ben lontano dalla rete (la politica, la televisione, gli stessi giornali).

Insomma non mi pare che il fenomeno twitter lo abbia centrato con grande rigore giornalistico, come del resto accadde a suo tempo coi blogger, che per anni ha definito dei frustrati che passano la loro vita a scrivere rinchiusi nelle loro camerette, spesso facendo le pulci ai giornali non essendo riusciti a diventare ciò che avrebbero voluto (e cioè giornalisti come lei). Ebbene, a questo proposito potrà forse stupirla scoprire alcune cose.

Per cominciare, la definizione “blogger” è sbagliata dall’inizio. Essa infatti potrebbe descrivere, indifferentemente:

  1. chi ha un account su WordPress o altra piattaforma di blogging che magari ha utilizzato una volta sola per poi subito scocciarsi;
  2. chi ha un blog popolarissimo in quanto ben noto grazie ai mezzi di comunicazione tradizionali (cantanti, attori, ovviamente giornalisti, ecc.);
  3. chi – eh si, esistono – ha guadagnato un pubblico di lettori su un blog semplicemente perché scrive bene o scrive cose di valore.

Ebbene, soffermiamoci per un attimo su quest’ultimo segmento di persone, e proviamo a chiamarle “i letti”. Costoro non solo non vivono rinchiusi nelle loro camerette, ma spesso cercano di conoscere di persona chi popola la loro piccola o grande community: per affinità, per un salutare scambio di idee, o semplicemente perché è bello farlo. Altra sorpresa sconvolgente: per il fatto stesso di avere un piccolo o grande seguito, solo pochi – tra costoro – intendono trasformare il blog (o l’account twitter, o quello che è) in un lavoro o in una fonte di reddito, diventando per esempio scrittori o giornalisti. La stragrande maggioranza di loro, infatti, hanno solo scoperto di poter entrare in questo modo in contatto con persone piene di idee, di talento, di cose belle.

Allo stesso modo, me lo permetterà, ci sono molte persone che per anni sono state “lette” semplicemente perché avevano a disposizione una tipografia e una distribuzione in migliaia di edicole. Non so che fine farebbero questi ultimi se oggi si misurassero ad armi pari col vero talento dei “letti” (io sospetto che sparirebbero in un amen, ma forse sono di parte). Perché idee, talento, cose belle arrivano non solo dai giornali, dai libri, dalle radio, dalle televisioni, ma anche da una cosa che sta là fuori, che si chiama “Internet” e che non si nutre solo dei derivati dei mezzi di comunicazione tradizionali, ma inizia ad avere una vita propria, che magari sarebbe meglio esplorare con più attenzione.

Insomma, così come all’ultimo Festival di Perugia mi chiesi come mai il giornalismo tradizionale avesse il brutto vizio di prendere ad esempio una parte di internet per descrivere il tutto e dimostrare una tesi precostituita (“Grillo è il web = Grillo è il male = Il web è il male”), anche stavolta la ritrovo ad occupare una intera pagina di un quotidiano nazionale per dare rilevanza ad account twitter gestiti male da persone che non hanno compreso questo strumento. Politici, giornalisti, celebrità che – lo capisco – fanno notizia con le loro gaffe, ma non vedo cosa c’entri la constatazione della loro imperizia col giudizio complessivo del mezzo.

Il sospetto è che dietro questo tipo di pre-giudizio vi sia il terrore che l’unica chance di sopravvivenza del vecchio giornalismo sia raccontare “una certa storia” alla metà del paese che ancora oggi va solo in edicola. Del resto, se in spiaggia mi sono imbattuto nel suo pezzo di oggi è stato solo perché non volevo che la sabbia entrasse nel mio tablet dove di norma leggo cose molto più interessanti con aggregatori come Flipboard. Dove trovo (tutti insieme, e chissà come mai non mi dà alcun fastidio) un fondo del Wall Street Journal, un post di un mio amico “blogger”, un tweet con un link interessante, le migliori foto e i migliori video del giorno. Tutti contenuti scelti su misura per me. Scelti non solo da astrusi algoritmi, ma da gente che mi conosce personalmente, che sa cosa ha davvero “senso” per me, a prescindere dalla carta, dalla piattaforma, dai 140 caratteri o dalle 5 cartelle o dalle 30.000 battute.

Se le cose stanno così, se la vostra ultima trincea è davvero l’estremo tentativo di popolarizzare questi pregiudizi sui nuovi strumenti, temo proprio, caro Dr. Merlo, che per difendere il vostro business abbiate bisogno di qualcosa di più articolato di una strategia così miope. E non parlo solo del rischio che qualcuno inventi il tablet a prova di sabbia.

L’effimero eldorado dei detrattori del web

blogging Torno (claudicante) dal Festival del Giornalismo, cerco di mettere in ordine le idee venute fuori da mille incontri, panel, dibattiti, e ho un netto senso di deja vu. Ne parlavo l’altro giorno al telefono con l’amico Luca, uno che di rapporto tra informazione offline e online ci capisce qualcosina. E siamo d’accordo su una cosa: su questo tema, da sempre centrale al Festival, il dibattito non solo non fa passi avanti, ma percorre anche qualche centimetro all’indietro.

La scusa per questa regressione ce l’ha regalata Beppe Grillo. Infatti, come ho scritto in un amaro twit da Perugia, l’unico vero impatto di Grillo è stato consegnare alla stampa l’immagine di internet che ha sempre desiderato. Una accozzaglia di gente frustrata e sgrammaticata, facilmente strumentalizzabile dal primo tribuno che si presenta in piazza. E – per estensione – un esercito di dilettanti allo sbaraglio: dilettanti del giornalismo per cominciare, ma anche della scrittura, della democrazia, del’arte, della musica, insomma gente che per il solo fatto di non essere pagata per fare qualcosa, automaticamente non produce alcun valore. Anzi, banalizza, involgarisce, e persino distrugge, in una folle corsa collettiva alla battuta più tranchant, all’aforisma più fulminante col solo obbiettivo di guadagnare follower su follower come non ci fosse un domani.

Per la nuova generazione dei detrattori del Web l’exploit elettorale di Beppe Grillo è stato insomma un vero e proprio eldorado. Ed è buffo, perché chiunque conosca le basi della comunicazione politica sa bene che l’operazione Grillo/Casaleggio somiglia molto, ma molto di più a una operazione televisiva che a una campagna online. Somiglia drammaticamente, per intenderci, all’operazione “Forza Italia”: comunicazione top-down, personalismo, pochi slogan tautologici. Si dirà “ma come, Grillo non occupa i media, li snobba”. Certo, può snobbarli anzi deve, perché sa bene che nel 2013 si fa più notizia espellendo un parlamentare perché è andato a un talk show che mandarlo ad aumentare il “rumore di fondo”. In questo si può dire che quella del Movimento 5 Stelle è davvero una operazione geniale. Ma non si dica che è una operazione guidata dal web. Come fu notato agli inizi del suo blog, Beppe Grillo non risponde non solo ai giornalisti, ma nemmeno ai suoi seguaci: pubblica i post esattamente come fossero comunicati stampa, senza concedere alcuna possibilità al contraddittorio. Quindi, concludendo, Grillo non è “Il Web”, è il suo opposto. Casaleggio non è “un guru”, ma solo un abile spin doctor, e pure di quelli vecchia maniera.

Ciononostante i vari Michele Serra, Massimo Giannini e Francesco Merlo (tanto per non fare nomi e non fare riferimento a un giornale in particolare) sono convinti di aver trovato una specie di eterno klondike, al grido implicito di “ecco il Web che voleva rifondare l’informazione, la democrazia, la cultura, l’establishment, ecco il pericolo dove vogliono trascinarci”. E a questo filone d’oro, anch’esso tautologico, attingono a piene mani tutte le volte che hanno una qualche crisi di creatività o non riescono a dare una spiegazione sensata alla situazione politica nella quale ci troviamo. Forse proprio perché nessuno, proprio nessuno, si è mai sognato di fare da noi quello che col web ha fatto, per citare il caso più celebre, Barack Obama.

Ma ovviamente adesso le due vittorie di Obama, costruite in larga parte online, sono acqua passata. Il problema non è l’Italia, non sono i nostri partiti. Il problema è quella maledetta invenzione, il protocollo TCP-IP e la sua interoperabilità, che ha permesso a tutti di pubblicare qualsiasi cosa, e metterla subito disposizione di tutti. Su una piattaforma ancora miracolosamente laica e neutrale rispetto ai contenuti. Senza dover montare tralicci, lanciare satelliti, allestire tipografie.

Un sacrilegio, insomma. E a Perugia, di questo atto collettivo di lesa maestà nei confronti dei mandarini dell’industria dei contenuti, si sono visti chiaramente i segni. Proprio perché, grazie a Grillo, finalmente c’era qualcosa di orrendo che potesse personificare il Web, in una equazione facilmente vendibile a chi ancora, con una specie di rito feticista, tutte le mattine esce di casa, si reca presso un chiosco colorato dove ormai si vende qualsiasi cosa, prende i soldi in un portafogli, estrae se va bene un euro e venti e compra una cosa inquinante su cui è stampata pubblicità mescolata a dei testi che secondo qualcuno dovrebbero saturare la nostra voglia di capire, ogni giorno, cosa succede nel mondo. Ma non è così. L’eldorado di Grillo è drammaticamente effimero per la stampa di sempre. E’ solo il prolungamento di una terribile agonia, che potrebbe persino tramutarsi in resurrezione se davvero questi mandarini per tutte le stagioni stessero a sentire quello che per fortuna gli ospiti internazionali del festival, come Anthony De Rosa o Mathew Ingram sono venuti a raccontarci.

E’ inutile, come fa Repubblica, proclamare di ispirarsi al modello del Guardian se poi i feed sono inaccessibili e nessuno prova nemmeno a capire cosa sia l’Open Data Journalism. E’ inutile, come fa il mio ex-collega (posso?) del Sole 24 Ore Ugo Tramballi, meditare di chiudere il proprio blog nella convinzione che tutta l’informazione online sia condannata alla deriva della brevità, della velocità, e della conseguente incapacità di analisi, come se il problema fosse la piattaforma, e non la necessità di modificare il modo di lavorare. Il fatto che oggi, a differenza di vent’anni fa, sia infinitamente più facile -come nel caso di Andrea Marinelli – diventare un freelance di successo prima ancora che un blogger di successo dimostra che il problema non è l’evoluzione tecnologica.

Il punto è che il pubblico ha trovato altri modi di informarsi, di aggregare e scegliere le notizie secondo i propri interessi e a condizioni economiche non più stabilite da chi poteva allestire una catena distributiva verticalmente integrata. La vera cosa che i giornali stanno perdendo, in sintesi, è la capacità di stabilire cos’è una notizia. Finché non capiranno questo, temo, torneremo dall’edizione 2023 del Festival di Perugia con lo stesso, identico senso di deja vu di oggi. Ma anche senza la forza di scrivere ancora un post così lungo e lamentoso.

P.S.: ora posso rivelarlo: il sondaggio condotto negli USA che ha prodotto gli istogrammi dell’immagine è del 2008. In Italia, nel 2013, ci metterei la firma.

Context is King, Content is Apps

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E se fossero proprio le tecnologie aperte come HTML5 a permettere ai creatori di contenuti di stabilire autonomamente i loro modelli di business?

Se fossi riuscito, col mio coloratissimo Prezi a seminare un dubbio di questo tipo tra gli avventori del Media Web Symposium di Berlino, lo considererei già un successo trionfale. Per ben due giorni la kermesse organizzata dal Fraunhofer Institut sulle tecnologie d’interazione applicate all’industria dei contenuti si è concentrata su fenomeni “di processo”: la connected TV, il multiscreen, la ricerca di uno streaming davvero “agnostico” rispetto a chi lo diffonde sul Web.

Ma rimaneva un grosso “buco” al centro del programma, quello su come queste evoluzioni tecnologiche si incontrano (o ignorano) i nuovi trend d’uso, e soprattutto come possono abilitare ecosistemi del tutto inediti, non necessariamente governati da vecchi e nuovi aspiranti “padroni del vapore”.

E in quello spazio mi sono infilato io, con la scusa di concedere una tregua a un pubblico forse in vena di staccare per un attimo dal tema dei linguaggi di programmazione e degli standard.

Nel mio speech ho provato a percorrere un pezzo di passato fino a un possibile futuro: dal 1990 al 2020, con al centro una fotografia del momento che stiamo vivendo, il 2013.

Si passa quindi da un ecosistema bloccato (1990), in cui il modello “sussidia” in prima istanza i detentori dell’infrastruttura distributiva, che possono così dettare regole, vincoli e modelli di business per tutti gli altri attori a monte della catena, a cominciare dai Content Owners…

…a una fase, quella attuale (2013), in cui nuovi soggetti provano a sostituirsi ai vecchi “tycoon”, facendo valere i propri asset non duplicabili (la piattaforma, il device, i contenuti mainstream)…

…per sbarcare in un 2020 dove appare un nuovo ecosistema che ancora non si sostituisce al vecchio, ma progressivamente sottrae eyeballs, attenzione e quindi fonti di ricavo ai modelli precedenti, facendo soprattutto leva sul “senso” del contenuto (“Context is King”).

La straordinaria resistenza al cambiamento di TV, Radio, Giornali e Libri è solo scalfita dai newcomers, il cui principale fattore di successo, nel conseguire una sostenibilità economica, è allearsi coi nuovi player che sul Web spingono verso linguaggi, codec, pratiche aperte e non controllabili da pochi soggetti. L’area del sussidio si allontana dai distributori e per la prima volta si avvicina al content provider indipendente, che è libero di studiare il format insieme al nuovo meccanismo di remunerazione. Per esempio, all’interno di una App “agnostica” rispetto alla piattaforma, e in grado (magari grazie a HTML5) di girare su qualsiasi browser. Sullo sfondo, le nuove esigenze di consumatori ormai smaliziati, che da un lato si tuffano nella “diversity” offerta dal Web, dall’altro confermano di usare i social media per i grandi, irrinunciabili momenti di aggregazione.

Il video in italiano, registrato pochi giorni prima alla Social Media Week, è qui. I vostri commenti sono più che mai graditi.

Milano da twittare

C’è un primo, grande paradosso che è apparso in tutta la sua evidenza durante la Social Media Week che si è recentemente chiusa a Milano. Mentre dai vari “panel” ci si produceva nell’ennesimo sforzo di dimostrare come la rete ci liberi da mille vincoli, scatenando la creatività delle persone e mettendo le idee a disposizione di tutti, la stampa mainstream guardava Grillo in Piazza del Duomo e concludeva questo: “Visto? La rete è roba da frustrati, astiosi dilettanti rinchiusi nelle loro camerette, ridateci il monopolio dell’informazione”.

C’era dunque bisogno di un evento non “per addetti ai lavori”, non isolato in una nuvola autoreferenziale, ma “su strada”, che incuriosissse anche visivamente l’avventore casuale. Occorreva non spaventarlo con la solita cascata di buzzword, e magari sedurlo attraverso il racconto di come la Rete cambia la nostra vita quotidiana, quella fatta di cose che si toccano e di persone che si guardano negli occhi.

Posso dire che Hagakure c’è riuscita? OK, mi limito a pubblicare qualche numero che ciascuno potrà liberamente interpretare. In fondo siamo il popolo dei 10.000 visitatori “secondo la Questura”, quindi anche la matematica è una simpatica opinione 🙂

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Circa i panel che sono riuscito a seguire, cito a memoria:

–  “Web Everywhere!” il dibattito sulle prospettive di una rete omnipresente: anche qui siamo in pieno conflitto d’interesse, ma non posso esimermi dall’esaltare la splendida deriva socioantropologica innescata dai brillantissimi Bennato e Mulé;

Social Media & Comics, dove incontrastate star della satira in rete come Zerocalcare hanno trasformato Palazzo Reale in una sorta di Zelig improvvisato;

Governi, piazze, mercati e palazzi. Come Twitter cambia il mondo in cui Matthias Lufkens, capo della sezione Digital di Burson-Marsteller, ha raccontato in che modo – ancora a volte troppo ingenuo – i governanti dell’orbe terracqueo usano i social media (come cambia in fretta il mondo, vero Eric?);

Non potevo infine mancare (perché ero sul palco, mica per altro) il dibattito di chiusura, dove – fortunatamente con modalità del tutto ludiche – l’ineffabile Gianluca Neri ha tormentato i relatori con pungenti domande sui possibili trend del 2013. Io me la sono cavata con un nuovo Prezi sull’evoluzione degli ecosistemi dei media, in realtà una specie di anteprima della presentazione che sto per tenere a Berlino per il Media Web Symposium 2013. Per una analisi più puntuale di quella roba lì, rimando al prossimo post dalla Crante Cermania.

Concludendo, sono sicuro che i molti personaggi che sono pagati non per lavorare, ma per parlar male del lavoro degli altri, avranno da ridire anche sulla Social Media Week. Da parte mia, io non vedo l’ora che ne organizzino un’altra, magari all’ombra del Colosseo, e possibilmente col sole. Perché OK, la neve a fiocconi è bella e romantica, ma insomma, ecco, come dire.

What’s Broadcast, and what’s not?

Sempre più spesso mi capita di leggere o ascoltare frasi come “Twitter non è conversazionale, è broadcast”. La mia sensazione è che al fianco del deprecabile fenomeno delle buzzwords che durano il tempo di far sembrare “nuovi” quelli che le usano per primi, stia prendendo corpo la tendenza di attribuire a parole antiche, come “broadcast”, significati fantasiosi.

Lungi da me fare il lexicon-nazi (per me i Beatles sono diventati grandi comunicatori quando hanno iniziato a strillare “she don’t care”, per dire). Il punto è che si comincia ad esagerare. Con questa parola, “broadcast” ormai si iniziano ad intendere significati che – ad essere clementi – potremmo definire tirati per i capelli. Twitter e Tumblr vengono definiti “broadcast” perchè non incoraggerebbero la risposta e il canale di ritorno, favorendo invece il meccanismo dell’amplificazione dell’audience attraverso il meccanismo del retweet o del reblog.

Niente di più falso. Sia Twitter che Tumblr poggiano su una infrastruttura a due vie. Se le  due piattaforme sembrano incoraggiare un uso “spannometrico” ciò non significa che gli utenti rinuncino ad utilizzare il canale di ritorno, e questo a prescindere da funzionalità come il “like” di Tumblr o il “reply” di Twitter. E’ proprio il feedback in tempo reale, in ogni caso, a rendere questi mezzi completamente diversi rispetto – per intenderci – alla radio o alla televisione. Essi permettono infatti – attraverso la curation – di costruire e ricondividere senso, cosa che nel broadcast non è possibile e – aggiungerei – nemmeno auspicabile.

Non è una questione di poco conto. Quando venne inventata la radio, non fu dato per niente per scontato se dovesse essere utilizzata la tecnologia broadcast (radioaudizioni circolari) o quella a due vie (radioaudizioni telefoniche). E quando fu scelta la prima, è stato comunque possibile per decenni ascoltare programmi anche attraverso il telefono. L’Araldo Telefonico è stato uno dei più popolari di questi, e ovviamente già allora era disponibile “on demand”.

La scelta del tutto ovvia di andare “on the air” per raggiungere a condizioni più economiche il maggior numero di fruitori, attraverso la modulazione di ampiezza, implicò non solo la mancanza fisica di un canale di ritorno nella catena distributiva, ma anche il principio della distribuzione lineare (e quindi del “palinsesto”), e infine  l’accettazione di un criterio di tipo “best effort” sia per la qualità della trasmissione sia per la misurazione dei risultati. L'”era del broadcast” di cui forse (e sottolineo forse) stiamo osservando le prime luci del crepuscolo determinò tutta una serie di vincoli: negli stili, nei linguaggi, nei modelli di business e nelle modalità d’uso.

Tutti vincoli che nè Tumblr, nè Twitter nè – per fare un esempio più sofisticato – oggetti come Pleens pongono all’utente e al gestore della piattaforma. Così, per fare chiarezza.

I festival sul web e la necessità della non necessarietà

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Sul treno Pisa-Roma, di ritorno dall’Internet Festival che si è appena concluso nella città toscana, cerco un bandolo nella matassa dei pensieri razionali e delle sensazioni grezze, con una preferenza per queste ultime, che quest’ennesimo raduno di Web Tellers (è l’unica definizione che mi pare in grado di accomunarli) mi ha lasciato nello zaino.

I festival sul web, è indubbio, si stanno affollando. Ce ne sono così tanti che si inizia a guardare con preoccupazione a certi momenti “pregiati” del calendario (settembre-ottobre e maggio-giugno), con tanto di lotte di posizionamento per occupare la settimana più utile e i primi, inevitabili fenomeni di sovrapposizione.

Non c’è da stupirsi per questa rincorsa: da un lato gli sponsor privati cominciano a “mettere i paletti” e a fidelizzare il proprio brand su alcune iniziative “storiche”, pensando di poter capitalizzare sulla primigenia, e non sempre con molto costrutto. Dall’altro sono ormai nel “loop” le amministrazioni locali, e in particolare quelle che per diverse ragioni (maggiori risorse o reale e meditata scelta strategica, o una combinazione delle due) decidono di finanziare con soldi prevalentemente pubblici la propria “settimana del web”, a vario titolo o con tagli diversi.

A quest’ultima categoria di iniziative appartiene, come del resto l’ottimo Medioera (organizzato lo scorso Luglio dalla provincia di Viterbo),  anche l’arioso e apparentemente indefinito festival pisano, giunto quest’anno alla seconda edizione ma solo da quest’anno curato dalla Fondazione Sistema Toscana.

A Pisa abbiamo vissuto un festival finanziato prevalentemente con denaro pubblico dunque, anche se alcuni sponsor di non trascurabile peso facevano bella mostra di sè negli stand e sui materiali. Dico subito, a scanso di equivoci, che laicamente e dal mio soggettivissimo punto di vista di semplice fruitore, il festival mi è piaciuto più di qualsiasi altro evento organizzato quest’anno nel nostro Paese.

Ma prima di spiegare perchè, vorrei tornare su questa oziosa forzatura della dicotomia pubblico-privato, che torna sempre più di frequente nelle discussioni delle “cerchia” che si muove in primo piano e con le stesse dinamiche, indipendentemente dal mutare della texture dello sfondo (dalla Rocca di Riva del Garda alle ormai consolidate location delle grandi aree metropolitane).

A Pisa ho avvertito molte critiche, spesso gratuite, provenienti da addetti ai lavori di primissima fascia, persone che stimo per la loro competenza e professionalità e che ormai da una decina d’anni mi trovo ad incontrare in occasioni simili (dai barcamp in poi, diciamo). Ecco, mi spiace rilevare che in queste critiche ho letto più la volontà di far pagare una sorta di noviziato agli “ultimi arrivati” – gli organizzatori del festival, appunto – che uno sforzo “laico” di capire che cosa essi avessero in mente, che cosa volessero lasciarci nel cuore e nella testa dopo queste 4 giornate, a prescindere dalle ovvie rigidità che legano le aspettative all’esperienza, se non addirittura un cliente ad un fornitore.

Dietro queste critiche il messaggio di fondo sembra essere “se i soldi sono pubblici, sono sprecati, perchè non possono che essere affidati a persone incompetenti” . Ebbene, io credo che questo tipo di associazione sia poco più che un riflesso condizionato che risponde a uno sterile pregiudizio.

Potrà anche esserci del vero – perchè “il diavolo è nei dettagli” – nelle parole di chi sottolinea l’imprecisione della segnaletica e dei materiali, l’eccessivo affollamento di eventi in contemporanea, l’inadeguatezza di certe location, la composizione di panel che hanno relatori di prima fascia mescolati a personaggi semisconosciuti, o che per le ragioni più disparate a ciascuno di noi risultano tristemente conosciuti, come se tra i vari oneri dell’organizzazione vi fosse anche quello di bilanciare i rapporti tra clan, amicizie, inimicizie e orientamenti ideologici di varia natura, e via criticando.

Ora, io credo si possa affermare con ragionevole serenità che nessuna di queste osservazioni aggiunga assolutamente nulla sul tema davvero centrale, che è un altro: qual è l’obiettivo di un evento come questo? accontentare i clienti? gli sponsor? le istituzioni? l’università? o forse, banalmente, lasciare a chi il festival lo fruisce (in larghissima misura studenti), qualche traccia di quella cultura digitale che che negli ultimi anni stiamo alacremente distruggendo, affogandola nella nostra necessità di rivendicare una presunta e neonata “professionalità”? O, peggio, come accade a molti miei coetanei, traghettare la nostra competenza “cartacea” (qualcuno una volta la definiva “parolaia”) nel mondo digitale, come se le logiche di contenuto fossero le stesse, come se certi “capisaldi” cosituissero davvero l’imprescindibile punto di partenza?

E’ buffo, perchè molte delle pecche che rileviamo oggi una volta le consideravamo fenomeni romantici, tipici di una transizione, di un'”era dei pionieri”. Ciò che oggi chiamiamo “disorganizzazione”, ai tempi, la chiamavamo serendipity, per il semplice fatto che allora, gli eventi, li organizzavamo noi, da soli, con le nostre risorse, ed eravamo i primi. E ci lamentavamo proprio perchè il “pubblico” (e non le aziende, che avrebbero “comprato” la nostra verginità) non ci aiutava, non ci capiva, era sempre in ritardo. Ma non appena ci siamo felicemente riposizionati siamo tornati ad essere più realisti dei Re, perdendo ogni stilla dell’entusiasmo e di quella “ingenuità” iniziale che oggi ci spedisce dritti dritti al ritorno all’alveo, in perfetto stile “Business International”.

E nel frattempo, tra le altre cose, abbiamo scoperto che quando organizziamo un evento è più facile essere giudicati sui pochi parametri che i nostri interlocutori comprendono: la “cura della segnaletica”, la “coerenza dei relatori”, e via banalizzando. Finendo così per assecondare qualsiasi iniziativa pubblica alle logiche di sempre, i criteri “necessari”, semplicemente perchè più vendibili ai nostri “clienti”, che sono ormai le aziende che ci mettono i soldi. E perdendo così di vista la nostra responsabilità di ex-pionieri, che poi è quella di dar vita a una rottura, a un filone davvero indipendente, quello delle culture digitali che permettono di creare nuove aspettative, compresa la capacità di stupirci con un necessario – se mi perdonate il gioco di parole – clima di “non necessarietà”.

Per riassumere: continuando così, nell’asfittico calendario di cui sopra, ci sarà sempre meno spazio per i tanti eventi realmente “partecipati”, perchè nell’inseguire pedissequamente la logica del “se c’è, è perchè è monetizzato” (ove la monetizzazione è solo una delle possibili forme di remunerazione) finiremo per non essere più remunerati con le idee, con le esperienze, con il networking che solo dopo, dentro di noi e dentro la Rete, diventano competenze davvero monetizzabili.

Per fare un parallelo, se io stessi scrivendo questo post con l’obiettivo di monetizzare il mio blog, sarebbe già infinitamente troppo lungo: avrei dovuto scrivere al massimo venti righe, meglio se ricolme di link. Sfortunatamente per i liberisti orizzontali, può anche capitare che a qualcuno interessi esprimere compiutamente il proprio pensiero (ed essere gratificato dal valore della discussione che lo spunto genererà). Ed è per questo che non sono affatto preoccupato dai cali di attenzione, ma dalla necessità di argomentare e mettere nuovi problemi sul tavolo, a disposizione di chi si riterrà interessato.

Tornando a Pisa, questo festival, forse proprio per il fatto di non essere troppo assillato dal rapporto profit/loss, ha potuto mettere sul tavolo tante questioni, senza dover scendere a compromessi, nella consapevolezza che “ogni issue ha un suo mercato” il che è infinitamente preferibile alla coda lunga delle opinioni secondo cui “ogni opinione –  compresa quella degli scettici ad orologeria –  ha un suo mercato”.

E’ forse solo grazie all’approccio “laico” rispetto agli snobisti e ai disillusi per tutte le stagioni che a Pisa è stato possibile ascoltare Mariann, che ha parlato delle rispettabilissime motivazioni dei molti che decidono coscientemente di cancellarsi da Facebook, seguire il meraviglioso Salvatore nel suo struggente e visionario appello alla rete, approfondire temi spinosi come quello dei dati personali in un programma che prima di giudicare “troppo affollato” definirei, semplicemente, ricco. Ricco delle sue diversità, delle sue incoerenze, della sua incoscienza nel non dover preoccuparsi di chi è amico di chi, di cosa è rapidamente passato di moda, di quali sono le nuovissime buzzwords ascoltate la settimana prima, magari da quelli che ormai parlano di 4.0 e di “nuovo umanesimo”.

Non possiamo infine dimenticare che la riuscita di un evento non si misura solo durante o immediatamente dopo. Anche se i numeri sono già impressionanti, un festival come questo va valorizzato anche e soprattutto per i contenuti che  hanno un ciclo di vita potenziale ben più lungo. Ed è dai tempi di Words, World, Web che a In Toscana l’hanno capito, mandando in streaming (con un servizio che ha funzionato a puntino, anche da 12 location in contemporanea) tutte le conferenze, che saranno rese disponibili successivamente, on demand.

Personalmente, nelle due occasioni in cui ho participato come relatore (un Keynote Speech sulla Content Curation – il prezi è qui – e  il dibattito sulla nuova informazione “Dalla Carta a Twitter“, moderato da Luca Alagna) ho avuto ottimi riscontri sia dalla platea che dalla Rete, con domande e osservazioni molto più utili rispetto a tante occasioni con un “vissuto” più consistente.

Comincio a sospettare che sia proprio il “vissuto storico” a iniziare a pesare come un fardello su parecchie di queste manifestazioni, con una costante opera di corrosione e drenaggio dell’entusiasmo di chi ci lavora prima, durante e dopo. E lo dico a ragion veduta, dopo aver ammirato la passione e la pazienza di persone come Ivo Riccio, Costanza Giovannini, Marzia Cerrai e naturalmente Adriana De Cesare che ci hanno accompagnato in queste quattro lunghissime e  meravigliose giornate.

All’Internet Governance Forum va in onda l’agonia degli intermediari

Nell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.

Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.

Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato – prosegue il suo ragionamento – che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.

Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.

Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali – per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo – dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè – come poi abbiamo ben visto – “dal sicuro valore scadente”.

In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?

Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.

Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…

Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.

Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che – tra le altre cose – ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.

Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere, come vedete qui sopra, il passo è stato breve.

Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?

Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un  centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.

Errata corrige del 31.10.2009:  come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu – che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.

Le prospettive politiche del giornalismo partecipativo

Il Partito Radicale, come noto, non ha mai avuto granchè da imparare in materia di uso dei media. Con veri e propri colpi di genio come “l’imbavagliata” di Pannella e Bonino durante le tribune elettorali, o come la campagna “Emma for President”, i militanti della rosa del pugno si sono guadagnati mille citazioni anche nel mondo della comunicazione aziendale, in particolare per quanto riguarda la capacità di esercitare le leve emotive degli italiani a supporto delle loro iniziative.

Il rischio che hanno sempre corso, semmai, è quello degli “early adopter”, cioè di coloro che adottano strumenti acerbi, che ancora non hanno espresso tutte le loro potenzialità. E’ accaduto per Agorà Telematica, uno dei primi ISP italiani, per l’archivio multimediale di Radio Radicale, che anticipa da anni le logiche della coda lunga, e anche per Fai Notizia, una delle più importanti piattaforme di citizen journalism viste finora da queste parti.

E così quando Diego Galli, responsabile dei siti internet dei Radicali, ha ritenuto di invitarmi a tenere una relazione per un seminario interno del partito, sul tema delle prospettive politiche del giornalismo partecipativo, non ho potuto far altro che provare a spingermi ancora più avanti, delineando tre possibili trend evolutivi di questo fenomeno e alcune proposte di campagne politiche sulla libertà di informare e di essere informati.

I temi erano in qualche modo già stati accennati nella prima puntata di Mutazioni Digitali, il talk show che conduco insieme a Marco Traferri, ma si erano un pò persi nella prevedibile polemica tra gli esponenti dei nuovi media e i giornalisti tradizionali. Stavolta sono riuscito ad andare un pò più a fondo, e ho potuto concentrarmi su qualche nodo cruciale, come il tema dell’assenza delle tutele legali e della conseguente “libertà di censura” che affligge l’emergente universo dei blogger e dei reporter diffusi, e che già Daniele Di Gregorio affrontò con chiarezza e competenza nel corso dell’ultimo RomeCamp.

L’intervento dura circa mezz’ora, e può essere scaricato qui oppure visto (e ascoltato, grazie alla funzionalità Slidecast) qui sopra.