Archivi del mese: gennaio 2009

Sarà Boxee la svolta della Net TV?

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I Media Center Software, vale a dire i programmi per portare i contenuti della rete sullo schermo del salotto, per un motivo o per l’altro finora non mi avevano mai convinto, pur essendo facile intuirne le potenzialità. Scartando a priori tutti i software a pagamento, per di più offerti in bundle con qualche “giardino murato” di contenuti in abbonamento, avevo testato vari programmi di questo tipo rilasciati con licenza freeware (e in alcuni casi anche Open Source), ma con scarsa soddisfazione.

La parte più delicata di questi progetti è infatti la capacità di includere plugin in grado di lavorare con le API dei principali servizi disponibili sul web (come You Tube, Joost, Hulu eccetera), in modo da permettere al pubblico di utilizzarli agevolmente, con una interfaccia coerente e user-friendly, dal divano di casa, con un semplice telecomando. E nessuno dei programmi finora disponibili era in grado di rispettare questo requisito.

Ora però, è uscito Boxee, un freeware (e anche Open Source) che promette davvero molto bene. Disponibile su MacOS, Linux e presto per Windows, è un Media Center che porta a casa la quasi totalità dei contenuti multimediali, anche in alta definizione, scaricabili dalla rete, compresi i torrent pubblici, servizi come Last.fm e Flickr, e naturalmente qualsiasi feed RSS a cui ci venga in mente di iscriverci.

Il tutto attraverso una interfaccia semplice e gradevole, facilmente accessibile con un qualsiasi telecomando a infrarossi, un accessorio in questo caso indispensabile, e rintracciabile a meno di 10 euro in qualsiasi online store di accessori per il PC.

E’ il segnale della svolta, e cioè di una Web Net TV finalmente aperta al grande pubblico, e quindi in grado di costituire una alternativa praticabile, gratuita, virtualmente infinita e on-demand alla TV digitale di flusso (via etere e/o via satellite)?

Difficile dirlo. Ma nei paesi che da sempre ci insegnano, con largo anticipo, dove i comportamenti del pubblico andranno a parare, alla luce di una altrettanto prevedibile evoluzione tecnologica, la “destinazione” di questo trend è inequivocabile: un pubblico sempre più ampio di persone ormai si aspetta di fruire i propri contenuti, cioè esattamente quelli scelti dall’utente e, nel momento, nel luogo e sul device stabilito dall’utente. Possibilmente con tutte le applicazioni “Social” del caso.

Un Media Center come Boxee è un primo passo verso un pubblico “maturo” e “attivo anche dal divano” di questo tipo. Lo stesso pubblico che presto pretenderà di avere gli stessi contenuti sempre con sè, personalizzati all’inverosimile, magari sul telefono cellulare o comunque sul device che avrà sempre in tasca. E lasciando alla TV e alla radio di flusso la non trascurabile (ma comunque minoritaria) “nicchia” dei contenuti live, soprattutto notizie e sport.

Chi sarà in grado (e i primi che mi vengono in mente sono i grandi carrier di Telco, che oltre a gestire il canale di ritorno sono letteralmente seduti su una miniera di informazioni generate – consapevolmente o meno – dagli utenti attraverso le proprie scelte) di offrire una piattaforma di questo tipo, dove l’utente possa ritrovare sempre e ovunque tutti i propri contenuti a casa e nell’oggetto “tascabile” di cui sopra, avrà ottime possibilità di sfruttare tutte le sinergie tra social media, online advertising, e-commerce ecc. ecc. Con il privilegio di poter osservare da una posizione confortevole la naturale estinzione di vecchi arnesi come i Centri Media, l’Auditel, le telepromozioni e tutto il simpatico indotto che ha lobotomizzato il pubblico a partire dagli anni ‘80.

Boxee – tra le altre cose – promette presto di essere integrato in un “piece of hardware” che renda non necessaria l’installazione sul PC, ciò che ancora costituisce un ostacolo per la grande maggioranza dei potenziali utenti. Non sarei sorpreso di assistere, nel giro di qualche mese, a una versione Mobile, simile al glorioso Canola per il Nokia N800. E allora il cerchio potrebbe chiudersi anche prima del previsto, finendo per convincere anche molte persone tra quelle sedute nella stanza dei bottoni.

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Gli ultimi vagiti delle PR “blindate”

Per anni, e ancora in questi giorni, è stato affermato il principio, validissimo da vendere internamente a una azienda, secondo cui in tempi di crisi occorre investire di più in attività di pubbliche relazioni. E infatti, come conferma un bell’articolo del Guardian, una delle mie sorgenti preferite di informazioni sui trend della comunicazione corporate, la spesa in P.R. sta crescendo.

Il punto è che questo principio è valido se è valido l’assunto per il quale lo scopo principale delle Pubbliche Relazioni è quello di proiettare una immagine aziendale che, una volta percepita dai vari interlocutori (stampa, comunità finanziaria, decisori, e – quasi sempre per ultimi – i clienti) avrebbe il potere di tutelare il business da una parte dei danni derivanti dalla crisi. Il che ovviamente funziona se i messaggi sono unici e coerenti dal vertice fino ai vari terminali, con la figura del Corporate Communication Manager che ha il preciso incarico di blindare questo percorso da qualsiasi interferenza, per esempio da qualsiasi messa in discussione di tali messaggi.Ma cosa succede se, nel nuovo universo new-mediale i messaggi aziendali, viaggiando liberamente in rete, e spesso fuori dai siti Web aziendali, sono continuamente oggetto di una messa in discussione? E quando questa discussione si svolge in contesti in cui i messaggi degli interlocutori hanno – gratis – la stessa visibilità di ciò che una volta era alla portata delle sole Aziende, che prima erano le uniche a poterla ottenere grazie a ingenti investimenti? Bene, l’esperienza recente ci insegna che, in questo caso:

  1. cambia la natura stessa dei messaggi, nel senso che non possono più pretendere di essere assiomatici, e devono essere argomentabili per essere credibili
  2. in questa chiave le leve razionali funzionano meglio di quelle emotive (che non sono vietate, ma vanno meno d’accordo con la trasparenza)
  3. i messaggi non sono più “istituzionali”, cioè riconducibili al vertice aziendale (e, di conseguenza al brand, col quale – come noto – non si conversa), ma…
  4. “personali”, cioè propri delle figure aziendali con cui gli interlocutori entrano in conversazione, il che comporta…
  5. …che l’Azienda decida con quali figure aziendali, alternative all’antica figura della “spokesperson”, gli interlocutori entreranno in contatto per svolgere questa vera e propria conversazione
  6. che è inutile inventarsi, con le vecchie logiche blindate e poco trasparenti, un “volto buono“, anch’esso destinato a rimanere al di fuori da questa conversazione (vedi alle voci “Bilancio Sociale”, “Corporate Social Responsibility”, ecc., almeno per come sono state attuate fino ad ora).

In sostanza, si profila un futuro in cui le varie funzioni aziendali, con nome e cognome, dovranno diventare comunicatori aziendali per la parte di propria competenza: il Product Manager per la comunicazione di prodotto, il Responsabile HR per la comunicazione ai dipendenti, e così via. Questo significa, fondamentalmente, che l’azienda sarà costretta ad essere trasparente, altrimenti i suoi messaggi, o meglio quelli declinati dalle sue persone, avranno in rete un valore inferiore allo zero. Anche perchè una bugia o una omissione non si può improvvisare: nel vecchio mondo l’Azienda poteva sedersi intorno a un tavolo per una settimana e studiare una grande bugia da comunicare, blindata e indiscutibile, attraverso tutti i propri terminali. Nel nuovo mondo l’unico modo per essere “aziendalmente coerenti”, e quindi credibili, è dire la verità, che – notoriamente – è una sola.

Per fare questo ogni persona in azienda investita di questo ruolo di front-end dovrà avere ben chiari (e blindati) non tanto i messaggi, quanto le policy, ovvero le modalità – chiamiamole pure “regole di ingaggio” – con cui conversare coi vari stakeholder. E soprattutto dovrà essere chiaro cosa costituisce un “fatto aziendale” (cioè un dato incontrovertibile) e una “opinione personale“. Distinzione nel fissare la quale da un secolo fa fatica la stampa, figuriamoci quanto faticosa potrà essere questa operazione in Azienda.

In questa prospettiva, per rispondere finalmente alla domanda iniziale, se tutte le Aziende faranno a gara a colpi di credibilità, cosa accadrà in tempi di crisi ai budget di PR? Finalmente, e giustamente, scenderanno come tutti gli altri budget. Se avranno ancora una ragione di esistere, naturalmente.

[via Geneva Communicators Blog]

KublaiCamp, creatività per lo sviluppo

A volte è bello vedere che, pur nel quadro generale di uno sconcertante immobilismo (che a volte sconfina nell’aperta rassegnazione), spuntano fuori proposte meritorie per provare a smuovere un pò questo derelitto Paese. Il 24 Gennaio, per esempio, avrà luogo a Roma il KublaiCamp, una non-conferenza in cui saranno illustrati e discussi i progetti di Kublai, l’iniziativa del Dipartimento per le Politiche di Sviluppo per stimolare la creatività “grassroots” al servizio del territorio.

Se ne era già parlato con Alberto Cottica e Federico Bo in uno dei talk show improvvisati durante l’ultimo RomeCamp, e mi era parso un modo brillante di strutturare ed incentivare la raccolta delle idee anche come risposta all’atavico immobilismo/fatalismo con cui gli italiani tendono a considerare, per esempio, il nostro Sud.

Dando una rapida scorsa al wiki, appare evidente il tentativo di coniugare l’impalpabile universo dei nuovi media con l’indiscussa ricchezza – e il probabile futuro – del nostro paese, quella che qualcuno chiama “cultura”, se non addirittura “economia della conoscenza” e che piu’ banalmente potremmo definire “la capacità di un popolo di creare cose belle o che ci fanno stare meglio”.

Chissà, magari è l’occasione per cominciare il nuovo anno all’insegna di un ottimismo che – di questi tempi – è un pò fuori moda. E che forse proprio per questo andrebbe la pena di sfoggiare.

Le prospettive politiche del giornalismo partecipativo

Il Partito Radicale, come noto, non ha mai avuto granchè da imparare in materia di uso dei media. Con veri e propri colpi di genio come “l’imbavagliata” di Pannella e Bonino durante le tribune elettorali, o come la campagna “Emma for President”, i militanti della rosa del pugno si sono guadagnati mille citazioni anche nel mondo della comunicazione aziendale, in particolare per quanto riguarda la capacità di esercitare le leve emotive degli italiani a supporto delle loro iniziative.

Il rischio che hanno sempre corso, semmai, è quello degli “early adopter”, cioè di coloro che adottano strumenti acerbi, che ancora non hanno espresso tutte le loro potenzialità. E’ accaduto per Agorà Telematica, uno dei primi ISP italiani, per l’archivio multimediale di Radio Radicale, che anticipa da anni le logiche della coda lunga, e anche per Fai Notizia, una delle più importanti piattaforme di citizen journalism viste finora da queste parti.

E così quando Diego Galli, responsabile dei siti internet dei Radicali, ha ritenuto di invitarmi a tenere una relazione per un seminario interno del partito, sul tema delle prospettive politiche del giornalismo partecipativo, non ho potuto far altro che provare a spingermi ancora più avanti, delineando tre possibili trend evolutivi di questo fenomeno e alcune proposte di campagne politiche sulla libertà di informare e di essere informati.

I temi erano in qualche modo già stati accennati nella prima puntata di Mutazioni Digitali, il talk show che conduco insieme a Marco Traferri, ma si erano un pò persi nella prevedibile polemica tra gli esponenti dei nuovi media e i giornalisti tradizionali. Stavolta sono riuscito ad andare un pò più a fondo, e ho potuto concentrarmi su qualche nodo cruciale, come il tema dell’assenza delle tutele legali e della conseguente “libertà di censura” che affligge l’emergente universo dei blogger e dei reporter diffusi, e che già Daniele Di Gregorio affrontò con chiarezza e competenza nel corso dell’ultimo RomeCamp.

L’intervento dura circa mezz’ora, e può essere scaricato qui oppure visto (e ascoltato, grazie alla funzionalità Slidecast) qui sopra.