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Fuga da YouTube: errori, diritti, doveri e un appello

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A seguito del mancato rinnovo dell’accordo Rai-Google, da domani 1 Giugno spariranno da YouTube tutti i video ufficialmente pubblicati da Rai (parecchie migliaia di clip). Sempre da domani, la Rai potrà chiedere la rimozione delle migliaia di propri video pubblicati dagli utilizzatori di YouYube, quasi tutto materiale d’archivio, e sui quali (proprio in virtù di quell’accordo) Google – grazie al sistema ContentID – riconosceva alla tv pubblica italiana una quota di ricavi in base alle views di ogni clip.

Cosa succederà adesso? Il materiale “nuovo”, che  poteva essere consultato sui canali ufficiali Rai di YouTube, migrerà sull’ottimo portale Rai.tv, senza – almeno così assicura l’azienda radiotelevisiva di Stato – che vi sia alcun “cono d’ombra” durante questa complessa transizione. Credo si debba avere molta fiducia su questo, nel senso che si tratta della quota di contenuti su cui Rai spera di recuperare molta raccolta pubblicitaria gestendola in-house e finalmente sottraendola al sistema di Google.

Il materiale d’archivio invece, in stragrande maggioranza pubblicato su canali non ufficiali (quindi illecitamente) su YouTube, sarà verosimilmente rimosso su richiesta della stessa Rai, proprio come accade ormai da molti anni con le clip catturate da Mediaset.

Ora, nel cercare di elaborare un giudizio – positivo, neutro o negativo – su questa scelta, non credo sia il caso di snocciolare numeri. In fondo, tutto dipende da Google, e non conosciamo i termini che hanno fatto naufragare la trattativa per il rinnovo. Forse se avessero negoziato una quota più alta oggi non staremmo nemmeno a commentare questo esito.

Credo che sarebbe scorretto anche fare della dietrologia, per esempio immaginandosi un Gubitosi costretto a mandare un segnale di “austerità e delivery” al Governo, resosi necessario dopo il taglio di 150 milioni di euro paventato dall’esecutivo.

Però su una cosa credo sia opportuno spendere qualche considerazione: se per quanto riguarda i canali ufficiali e i materiali “nuovi” (diciamo dell’ultimo anno) mi pare giusto immaginarsi una azienda pubblica fatta di manager che devono compiere scelte strategiche per far quadrare i conti, diverso – molto diverso – è il discorso per la massa di quei capture illeciti di materiali “vecchi”, sui cui Rai non riesce a monetizzare granché.

Il modello della raccolta pubblicitaria online attualmente perseguito da Rai.tv si fonda infatti su “ciò che va per la maggiore”, e cioè “ciò che adesso va in televisione”: le dirette streaming, la catch-up tv dell’ultima settimana, le clip più interessanti, dove impera ormai da anni sua maestà lo spot in pre-roll. Bisogna dire che si tratta di una strategia del tutto ragionevole, perseguita con intelligenza da persone che ne sanno, cercando di proporre la miglior user-experience possibile sia sul sito sia sull’applicazione Rai.tv, non a caso una delle più scaricate in Italia.

Ma tutto il resto? Quanti soldi, e come intende farli Rai.tv con le vecchie puntate di StudioUno, con l’integrale della diretta per la conquista della luna del 1969, coi telegiornali del rapimento Moro, con tutte quelle cose – per intenderci – che oggi si possono ancora trovare su YouTube e domani, anzi tra pochi minuti, verosimilmente inizieranno a sparire?

Spiace dirlo, ma io credo che la Rai non abbia una vera strategia per monetizzare questi contenuti, e consideri una specie di incidente il fatto che oggi i video su YouTube siano le vere “teche”, la vera memoria collettiva del Paese. Ed è un peccato, perché è proprio grazie a YouTube che oggi molti giovani italiani possono sapere cos’è stata la Rai prima di diventare, per qualche disgraziata evoluzione politica, una brutta copia di Mediaset senza che ve ne fosse alcun obbligo nè economico nè istituzionale (anzi). Prima dei “meravigliosi” anni ’80 la Rai era una straordinaria fabbrica di idee, cultura, informazione, intrattenimento di prim’ordine a disposizione di tutti. E se a disposizione di tutti lo era rimasta lo si doveva proprio alle formichine che su YouTube catturavano quei vecchi programmi e li ripubblicavano certo non per fine di lucro.

Ma sono davvero queste vecchie trasmissioni, sono questi pezzi di storia i colpevoli di quel furto di attenzione nei confronti di Rai.Tv, o  – peggio – dell’intoccabile schermo del salotto minacciato dalla Chromecast? E’ per colpa di una YouTube dove puoi trovare Mina e Alberto Lupo, le commedie di Eduardo, i supplementari di Italia-Germania 4-3 che la Rai “sta perdendo ricavi”?

Ovviamente no. Nonostante le ossessioni di chi lavora nella incrollabile logica del broadcaster, chi studia gli user behavioural trends sa che i veri responsabili di questo furto sono da cercarsi altrove: su Facebook, su Whatsapp, persino su Candy Crush. E su milioni di altri schermi che, fregandosene della Rai e molto spesso anche di YouTube, governano sempre più la vita in salotto, in cucina, in camera da letto, in tram, in ufficio, ovunque. E’ per le tante altre cose che succedono su questi schermi, che solo in minima parte o comunque per altri versi hanno a che fare con “la televisione”, che guardiamo sempre meno “la televisione”.

E’ buffo perché vedete, nel fare questi discorsi, ci sto cascando anch’io. Sto discutendo del modello di una televisione che sarebbe di tutti (la Rai) come se fosse la televisione di uno solo (Mediaset), mettendo direttamente in relazione lo stesso modello di business (la raccolta pubblicitaria, la pay-tv) come se non esistesse un contratto di servizio, come se la Rai non avesse appunto proprio quel ruolo, cioè quello di usare tutte le tecnologie disponibili per ricordarci chi siamo, come eravamo e dove potremmo quindi decidere di andare.

Le scelte di altri grandi operatori di televisione pubblica in Europa ma anche nel resto del mondo, da sole, dovrebbero dirci a sufficienza quanto sia miope trattare l’argomento mettendola su un semplice piano di confronto di strutture di costi e ricavi.

Ora, non è difficile immaginarsi che qualcuno a questo punto possa obiettare “e allora che facciamo, chiudiamo la Rai, o la privatizziamo come in Grecia, visto che i soldi per tenerla in vita sono finiti?” La domanda è legittima, ma è come se arrivasse da un canguro che sta per affogare per aver voluto sfidare a nuoto un delfino, invece che a salto in lungo, e non si vede perché debbano essere i diritti (eh sì, sono “diritti”) dei cittadini a doverne pagare le conseguenze. La vera domanda è: quanto è disposto il Governo a far rinascere la Rai, a farla tornare ad essere una risorsa per il Paese al servizio di quella economia della conoscenza di cui proprio nei proclami governativi si parla di continuo?

E per quanto siano ridicoli gli appelli, specie quando arrivano da un semplice blog come questo, allora forse è il caso di chiedere a chi – per legge e per conto nostro – concede a questa azienda l’incarico di svolgere un servizio pubblico (ah, quanti termini vintage), di fare due semplici cose:

  • chiedere alla Rai di studiare e mettere in atto una efficace strategia di monetizzazione, con tutti i mezzi disponibili, dei contenuti “nuovi” su Rai.tv e sulle altre proprie piattaforme in modo da contribuire in modo decisivo al salvataggio e al rilancio dell’Azienda;
  • imporre alla Rai di rinunciare a far rimuovere i contenuti “vecchi” da YouTube, così da salvaguardare l’unico vero archivio naturale dell’azienda seriamente accessibile al pubblico, che dà lustro alla storia della prima industria culturale del Paese e non minaccia in alcun modo i modelli di business attuali.

Chiedo troppo? Non lo so, ma non potevo star qui ad assistere impotente allo stacco della spina. Almeno non avrò il rimpianto di non averci provato.

Un’isola virtuale per il mondo reale

montaggio di salvatore mulliri

Conobbi Salvatore Mulliri, con il nick “Isola Virtuale” circa quattro anni fa, grazie alle sue vignette su Tumblr e Friendfeed. Lo so, parlare di “vignette”, nel suo caso, è limitativo, come del resto lo sarebbe parlare di “montaggi”. Ma non è facile attrezzarsi con le definizioni in un mondo in continua evoluzione come quello della comunicazione digitale.

Salvatore è un “anticipatore” della rivoluzione dei contenuti in rete. Un creativo in grado di cogliere i trend sociali nella loro fase acerba. E’ uno dei primi ad aver capito il valore della conversazione che può essere innescato da uno spunto creativo, fino a farsi MEME, tormentone. Quando pubblica una vignetta  – ok, chiamiamole così per ora –  inizia subito a dialogare in tempo reale con chi la commenta, estendendo a dismisura il potenziale del messaggio e di tutti i meta messaggi associati. Proviamo a immaginarci il Forattini nella sua fase di declino che si azzarda in un esperimento del genere, con la gente che gli chiede “ma che significato hanno quei gabbiani?” e lui che non può esimersi dal rispondere “non so più cosa disegnare”. Immaginiamoci un Bucchi, un Giannelli, che ingaggiano sotto le loro vignette una conversazione su un fatto di attualità, fino a doversi esporre, argomentare, o continuare sul filo dell’ironia.

Ecco, questa è la prima cosa che fa Salvatore. Lui “conversa”, come i pionieri del Cluetrain Manifesto hanno stabilito che si debba fare in rete proprio perché grazie al Web sono tutti sullo stesso piano: artisti e “loggionisti”, creativi e distruttivi, geni e detrattori di geni. Con la certezza che ogni opinione ha un mercato, e quindi c’è gloria per tutti.

Il fatto che tutto questo si svolga principalmente in un social network per “addetti ai livori” (come lo definì sagacemente un blogger del calibro di Enrico Sola, al momento di abbandonarlo) rende il tutto ancora più interessante. FriendFeed è a ragione stato definito “il socialino dell’odio”, proprio per il fatto di essere il dominio quasi incontrastato dei cattivi, dei cinici, dei distruttori. Perché si sa, se per caso hai la sfortuna di nascere senza alcun reale talento creativo, puoi sempre distinguerti parlando male degli altri. In fondo è infinitamente meno faticoso e quasi più redditizio.

Dal mio personalissimo punto di vista di osservatore delle dinamiche andreottiddel Web, lo spettacolo dell’originalità creativa di Salvatore che sovrasta “le guerre dei poveri di talento” con le sue vignette è forse uno degli ultimi motivi che fa sperare in una rete capace di superare le logiche della comunicazione mainstream. Di sconfiggere, in definitiva, una omologazione culturale per anni imposta non solo dai vincoli delle piattaforme tradizionali, ma anche per la sempiterna disponibilità del pubblico passivo a cercare aggregazione nella riconoscimento di schemi e figure, senza correre il rischio di esplorare la diversità di nuovi linguaggi e nuove culture che non fossero quelli introdotti dall’alto.

Se c’è una cosa che internet sta regalando alle nuove generazioni, e lo dico a dispetto dei tanti neoluddisti che vivono oggi la loro effimera età d’oro, è un ecosistema mediatico finalmente aperto a questi nuovi linguaggi e a queste nuove culture. Culture che solo per comodità definiamo “digitali”, ma potremmo semplicemente definire, finalmente, libere dai vincoli funzionali delle catene produttive verticalmente integrate.  Prima ancora di non essere preventivamente censurabile da qualche “padrone in redazione”, Salvatore, anche in un ipotetico mondo di stampa libera e “guardiano della democrazia” avrebbe dovuto comunque concordare tempi di uscita e di stampa. E il suo lavoro sarebbe stato vagliato, se non direttamente dall’editore, dal gradimento degli inserzionisti. E nessun vignettista sano di mente vorrebbe vedere il suo lavoro giudicato dal responsabile marketing della Findus o della S. Pellegrino.

Ma nel comporre e pubblicare i suoi montaggi digitali, Salvatore è libero da un altro mantra che si presumeva eterno: l’individualità dell’atto creativo. Quando lo invitai a parlare alla BlogFest 2012, dal palco di Riva del Garda Salvatore pronunciò parole che lasciarono molti di stucco, e forse fecero anche storcere il naso a qualcuno. “Sono orgoglioso di essere influenzato, nelle mie vignette, dalla folla degli utenti di Internet, e di ispirarla a mia volta per nuovi spunti creativi. La creazione per me non può essere un atto solitario”. Nè, mi verrebbe da aggiungere, può essere la proprietà di un solo autore.

Quando Lawrence Lessig, profeta dei Creative Commons, proclamò  alla Camera dei Deputati nel 2009 che il mondo era entrato  “nell’era della cultura condivisa”, a qualcuno sembrò una di quelle frasi altisonanti buone per ingraziarsi una platea accomodante. Di fatto, nei trend d’uso e di fruizione dei contenuti digitali che mi trovo a studiare per  lavoro, poche profezie hanno avuto un maggior riscontro di quelle parole.

I report degli infoprovider dell’industria dei media concordano su un punto: la principale leva di interazione con un contenuto si sta spostando rapidamente dalla fruizione alla condivisione. Il ruolo principale di un contenuto non è più – dunque – solo quello di informare, intrattenere, acculturare, ma anche di ispirare altre persone a modificarlo, remixarlo o crearne uno integralmente nuovo.

Le vignette di Salvatore-IsolaVirtuale sono spesso dei remix, che a loro volta vengono modificate in MEMI e tormentoni prima dagli utenti più smaliziati, poi via via anche da tutti gli altri. A dare nuovo senso a una vignetta, del resto, può contribuire anche un solo commento, e Internet non pone filtri o setacci. Se in giro c’è un commento geniale, sarà pubblicato, e ne ispirerà altri istantaneamente.

Ma il tema della open culture non riguarda solo la co-creazione delle idee, e si estende agli strumenti che decidiamo di mettere nella “cassetta degli attrezzi”. Nell’elaborazione grafica, per esempio, Salvatore si serve esclusivamente di software Open Source, vale a dire applicativi che migliorano grazie al costante contributo di una comunità di sviluppatori. La sua storia ci insegna che tutto sta cambiando, non solo nell’industria dei media, ma anche nel modo in cui ci rapportiamo a una idea, a un contenuto, a un racconto. Le chiavi di questo passaggio cruciale sono la partecipazione, l’apertura, la condivisione da opporre all’autorialità proprietaria e che si apre al mondo esterno solo attraverso una catena di vendita, protetta da silos impenetrabili.

Non c’è miglior modo per cogliere l’essenza di questa transizione se non attraverso l’opera e le pratiche di chi ha scelto di attraversare un terreno così vergine col suo genio, ma anche con la sua coerenza ed onestà.

Il futuro oltre l’ostacolo

Non capita spesso di avere un’ora di tempo per esprimere il proprio pensiero sui temi che ti stanno più a cuore. I nuovi ecosistemi dei media, la convergenza tra Web e TV, i nuovi trend dei contenuti in rete. Al massimo può capitare di fare qualche comparsata a vari convegni o seminari, nel corso dei quali devi sintetizzare concetti di un certo respiro, con risultati spesso frustranti, specie se non si hanno grandi doti di sintesi.

Ci hanno pensato i formidabili Maria Petrescu e Jacopo Paoletti a fornirmi questa opportunità, dedicandomi una sfiancante (per loro, per me e soprattutto per voi) intervista video nell’ambito di un progetto davvero promettente, denominato Intervistato.com. Iniziativa ambiziosa, proprio perchè non si pone troppi “requisiti funzionali”, come la durata, sposando il principio per cui se una persona non avrà nulla di interessante da dire non la starai a sentire nemmeno se parla per soli trenta secondi. Una sfida, insomma.

E al di là della pur utilissima sintesi di 7 minuti (che vedete qui sopra), è stato proprio nella versione integrale che sono riuscito a spendere i miei famosi “two cents” su molte delle questioni all’ordine del giorno nel dibattito sugli ostacoli che si frappongono tra noi e un futuro mediatico che – in loro assenza – sarebbe davvero portata di mano. Nel farlo, ho potuto – tra le altre cose – rispondere alle belle domande di Alberto D’Ottavi e Gianluca Diegoli e citare l’opera di innovatori come Luca Alagna (per 140nn) e Francesca Gerardi (per il suo Tumblr).

Per comodità di fruizione pubblico quindi di seguito i link alle 5 parti della videointervista completa, con l’indicazione dei temi trattati su cui, come sempre, mi piacerebbe raccogliere le vostre impressioni nei commenti del post. Buona visione.

Prima Parte

La situazione dell’adozione dei social media da parte delle aziende: il conflitto tra i nuovi professionisti e gli opportunisti per tutte le stagioni. La transizione della comunicazione di massa dalle catene verticalmente integrate (giornali, radio, televisione) al web. Gli ostacoli: i “grandi rallentatori” e la concorrenza sul prezzo. Le peculiarità della situazione italiana e il ruolo chiave delle major sullo scenario internazionale.

Seconda Parte

La convergenza tra televisione e il Web: “il vero walled garden è il digital divide“. Il tema della nuova, emergente militanza sui temi digitali per l’ecologia dell’informazione.

Terza Parte

Il ruolo delle applicazioni nella nuova televisione. Il progressivo prevalere della leva della condivisione sulla mera fruzione del contenuto. Dagli User Generated Content agli editori distribuiti. Il ruolo dei content curators verso masse, gruppi e singoli individui. Dalla specializzazione verticale alla costruzione di senso orizzontale. Il residuo ruolo degli aggregatori di senso sociale. Il valore della conoscenza profonda e industrializzata della digital identity dell’utente.

Quarta Parte

I modelli di business della vecchia e della nuova televisione. La sopravvivenza dei palinsesti e la seconda vita, sulla televisione di flusso, dei canali generalisti. Lo spostamento del problema della libertà di informazione dall’ostacolo tecnologico al problema culturale. Le soluzioni di retroguardia (la docu-fiction) e di avanguardia (il citizen journalism autofiltrante). L’emergere della necessità di nuovi filtri e nuove malizie degli utenti nei futuri ecosistemi dell’informazione.

Quinta parte

L’illusione di avere tutto e subito: la rapidità del cambiamento tecnologico a fronte della lentezza della risposta dell’economia reale. Lo spostamento del valore, nelle nuove catene dei media, dall’area della distribuzione alla ownership del contenuto grezzo.

Forse quell’altro schermo che hai in mano non deve farmi paura

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Nel salotto di casa l’unica vera risorsa scarsa è l’attenzione. Per anni lo schermo televisivo, avendo la pretesa di costituire un’ esperienza autosaturante, ha dovuto contendere questa risorsa alle “altre cose” che succedevano nell’ambiente domestico. La cena, i riti familiari, i racconti, le discussioni, fino naturalmente agli altri media analogici (il libro, il giornale, il disco, eccetera). Tutte attività che, in ogni caso, tendevano ad essere svolte – appunto – una per volta.

Ma quando anche l’antico precetto “non si cena con la tv accesa” cominciò a scricchiolare, in concidenza con lo sbarco di un secondo televisore in cucina, si capì che qualcosa stava cambiando. La TV poteva essere vista anche in modo distratto, e i contenuti potevano persino essere “intuiti” via audio, magari da un’altra stanza, dove magari stavamo svolgendo un’altra attività. Gli stessi format si sono adeguati a questa mutamento, tanto da prevedere enormi sovraimpressioni (”The Jerry Springer Show”), newsticker (la CNN), o comunque altri dati statici che hanno permesso, con una sola occhiata, di capire “cosa sta succedendo in TV” senza necessariamente guardare la TV.

Una volta assicuratisi che questo cambiamento comportamentale (che derubricava la TV da “aggregatore sociale”  – tutti nella stessa stanza a guardare Rischiatutto – a banale “elettrodomestico”), non modificava gli equilibri dei modelli di business, i broadcaster tornarono a dormire tranquilli sugli allori, capendo che non era poi così necessario fare “la guerra alla vita reale”.

Questo passaggio però gettava le basi per una successiva evoluzione, che viene permessa oggi da una nuova svolta tecnologica. Quando i salotti (ma anche le altre stanze) hanno cominciato a popolarsi di nuovi schermi del tutto indipendenti dalla programmazione dei broadcasters (smartphone, notebook, ma sempre più ormai tablet) fu chiaro che queste nuove interazioni iniziavano a sottrarre eyeball e quindi attenzione “vendibile” e quindi – in potenza – raccolta pubblicitaria alla televisione tradizionale. La cosa più grave era che le giovani generazioni utilizzavano questo secondo schermo magari proprio per commentare in tempo reale la propria trasmissione preferita. In sostanza, il broadcaster tornava ad essere un aggregatore sociale, ma stavolta svincolato dalla posizione fisica degli utenti. Col problema di alimentare l’attenzione (e quindi il business) di altre piattaforme, senza ricavarne un euro per sè. Dalla “guerra alla vita reale” la prospettiva della TV lineare divenne quella di una sanguinosa “guerra agli altri schermi”.

Ed è proprio di queste dinamiche si è parlato a “The Future od Digital Media Distribution”, l’evento annuale di Screen Digest (tra i principali infoprovider internazionali che rilevano e studiano i dati di audience) al quale sono stato invitato qualche giorno fa a Londra. La questione centrale del dibattito è stata: cosa succede a chi vende non solo pubblicità ma anche contenuti (la Pay per View) in un luogo in cui la disponibilità ad acquistare contenuti vale solo se si “compra”, nuovamente, una esperienza autosaturante (il film, la partita di calcio, insomma “storie” che richiedono ancora una attenzione costante)?

Nessuno dei componenti del pur qualificato panel ha saputo rispondere a questa difficilissima domanda. E questo è un bel passo in avanti, rispetto ai troppi convegni e seminari nostrani in cui si avvicendano persone che parlano come se avessero la soluzione in tasca. Su una cosa, però, siamo stati d’accordo: c’è del valore nel riassegnare al televisore un ruolo di riaggregazione, quel ruolo che fino a poco fa veniva considerato estinto a causa della fruizione asincrona. Per i broadcaster si tratta di “non avere paura” di quel secondo schermo e di quello che può accaderci dentro, abilitando forme di interazione “proprie” che restituiscano valore per l’utente da un lato e per l’inserzionista dall’altro. Qui potete assistere al video della tavola rotonda, con una avvertenza: in uno dei miei interventi c’è anche (al min. 23) una battuta preventiva mirante a schivare in anticipo il consueto lazzo di scherno e dileggio sull’Italia di oggi, sempre in agguato quando si parla lontano dai patri lidi

Cosa ci fa uno schermo in un salotto?

Il ruolo dei dispositivi connessi alla rete (flatscreen, smartphone, tablet) nella living room, da sempre regno incontrastato dell’intrattenimento domestico, è stato l’oggetto del mio intervento alla Social Media Week che si è appena conclusa a Milano. Qui potete vedere il relativo Prezi – che si conferma strumento insostituibile quando si vuole far sembrare importanti cose banali  🙂  – e qui il video dell’intero dibattito, intitolato “Narrazioni Convergenti”, moderato da Paola Liberace e nel corso del quale si è parlato soprattutto di Social TV, di Serial TV e del “caso” Lost, oggetto di un recentissimo libro di Romana Andò.

Uno degli aspetti più interessanti della discussione è stato l’emergere di un valore sociale del contenuto in rete che è legato intimamente al potere della narrazione, e che prescinde del tutto dalle piattaforme e dalle modalità di fruzione – proprio come è accaduto con Lost. Come ha sottolineato anche Alberto Marinelli, è il segnale che nella corsa alla valorizzazione degli aspetti sociali nei media non bisogna sopravvalutare l’aspetto tecnologico rispetto a quello dei mutati comportamenti della net-generation, che decide spesso da sola cosa fare sia degli strumenti sia dei contenuti, fino a sostituirsi al ruolo dei produttori e degli aggregatori nella stessa “costruzione di senso” attorno all’oggetto multimediale. Per un resoconto più dettagliato della giornata potete vedere qui.

E’ il digital divide il vero walled garden

Secondo un recente rapporto dell’Associazione IPTV, entro il 2014, in un modo o nell’altro, la maggioranza dei televisori presenti nelle case degli italiani sarà direttamente o indirettamente collegabile ad internet.

Ovviamente “collegabile” e non “collegata” è una prima distinzione chiave. Infatti, se consideriamo che solo poco più della metà delle case degli italiani ha una connessione a banda larga sufficiente per servizi video, ecco che nel 50% dei casi l’avere un televisore “collegabile” non significherà averlo “collegato”.

Ma anche se fossimo al 50% di questo 70-80% si tratterebbe comunque di una quota in grado di sconvolgere l’industria dei contenuti. Se tutti quelli che possono pubblicare video su internet potessero in questo modo sbarcare nel regno dell’intrattenimento domestico, scavalcando le catene di distribuzione tradizionali (storicamente intermediate dal broadcaster), si tratterebbe già di una rivoluzione degli ecosistemi mediatici, che potrebbe scuotere dalla base il principale nutrimento della nostra cultura popolare, nonchè – aspetto non secondario – l’agenda dell’informazione.

Ma siamo ancora costretti a usare il condizionale. In questa fase di transizione, in cui il pallino del “network enabling” dei televisori è ancora nelle mani degli stessi costruttori, le motivazioni di fondo nel rendere una TV “connected” o “non connected” non hanno natura strategica. Ciò che spinge, ad esempio, i leader di mercato dell’hardware a dotare i propri flatscreen da salotto di una porta ethernet che permetta il collegamento a internet è una semplice leva commerciale. Una scelta tattica, mirante ad accorciare i cicli di sostituzione e aumentare le vendite. Non a caso, nella quasi totalità dei casi il  collegamento wifi non è previsto: per ottenere questa comodità (e non essere costretti ad allungare il cavo ethernet fino alla TV) occorre comprare uno specifico accessorio, ovviamente prodotto dalla stessa casa che ha venduto il televisore.

Non c’è quindi nessuna fretta, per i vari produttori di smart TV, di portare questi contenuti in massa a casa dello spettatore, anzi. Più gli rendono la vita difficile (e infatti sono un cliente su 10 allunga quel cavo fino all’agognato schermo) e meglio è, anche perchè i costruttori sono tradizionalmente alleati dei broadcaster, in una catena che per decenni ha garantito guadagni sicuri per tutti.

Quindi siamo già al 10% del 50% del 70-80%. Insomma il 4 per cento delle persone, di fatto, accendendo col telecomando il proprio televisore, e smanettando un pò fino al menu “Internet TV” o “Contenuti Online” si trova di fronte a una scelta di contenuti alternativi a quelli che arrivano dal satellite o dal digitale terrestre. E’ vero che ad alcuni di questi contenuti si può arrivare anche attraverso vari set top box, lettori blu-ray, game consoles, e persino (anche se a malincuore, parrebbe) attraverso il decoder del digitale terrestre con bollino gold.  Ma anche essendo generosi, diciamo che la quota dei telespettatori italiani  consapevolmente “net-enabled”, stante l’attuale situazione, non supererebbe il 5% oggi e il 10% nel 2014. Nulla di che spaventare, nell’immediato, le catene del valore tradizionali (inserzionisti, aggregatori, operatori di Pay TV e gestori della capacità trasmissiva). I cui “padroni del vapore” potranno quindi ancora a lungo recitare il consueto “tout va bien, madame la marquise“.

Ma i blocchi di natura “non tecnologica” rispetto all’apertura verso una potenzialmente sterminata varietà di contenuti non finiscono qui. Anche una volta raggiunto, faticosamente e per pervicace volontà del’utente, l’agognato e seminascosto menu “contenuti online” lo spettatore non potrà certo navigare liberamente tra tutti i video disponibili su internet, ma tra una selezione di “widgets” (content-based applications, in questo caso) frutto di accordi tipicamente stretti tra il costruttore e un fornitore di contenuti mainstream, come Disney, CNN, De Agostini, ecc.

La parte più avanzata di questo menu sarebbe quella che ospita i widget che permettono di navigare sulle applicazioni di video sharing come YouTube, apparentemente una enorme quota di nuovi contenuti. In realtà si tratta solo di quelli presenti sulle API pubbliche di YouTube che – non a caso – tendono ad escludere i contenuti di maggior pregio, e cioè quelli con alle spalle un Featured Channel gestito da un broadcaster, da una major o da un gruppo di major aggregate (come l’ottimo Vevo per i video musicali).

Guarda caso, sono solo major e broadcaster ad avere alle spalle una Content Delivery Network decente, in grado di garantire una user experience accettabile, senza interruzioni, sullo schermo del salotto. E infatti c’è chi parla degli OTT (YouTube e Facebook in prima fila) come di “nuovi intermediari” del video e non come aggregatori realmente capaci di offrire valore agli utenti, in cambio di eyeballs pubblicitarie.

Non parliamo poi di quella che dovrebbe essere la punta più avanzata del digitale all’italiana: gli iperpubblicizzati decoder per il digitale terrestre con bollino gold, prodotti e distribuiti in regime di quasi-monopolio, pur avendo la porta ethernet permettono l’accesso solo a un microscopico subset di contenuti online rigidamente intermediati dai broadcaster (il cosiddetto “broadband addendum”). Più o meno la stessa cosa che accade, con le major, sui lettori Blu-Ray, che si collegano alla rete solo per scaricare alcuni contenuti speciali associati ai film acquistati, rigorosamente in videoteca.

Insomma, l’attuale ecosistema dei media sembra fare di tutto per inserire la Over the Top TV nelle proprie offerte come leva di marketing, ma quando ormai ti ha venduto il televisore cerca di scoraggiare in ogni modo l’accesso alla totalità dei contenuti accessibili online. Se inoltre, come ben spiega il rapporto già citato, ci addentriamo nella natura profonda dell’attuale assetto regolatorio che disciplina in Italia i diritti per la diffusione dei contenuti (e in particolare le finestre per la distribuzione dei film in VOD, che potrebbe rappresentare la prima killer application per la Over the Top TV) appare del tutto evidente il proposito di perpetuare il più a lungo possibile la conservazione delle catene di distribuzione tradizionali, cosa che peraltro difficilmente – in un paese come il nostro – potrebbe destare grande sorpresa.

Ancora molto lontana sembra dunque essere la prospettiva di una TV che senza alcun ostacolo permetta a chiunque (e non solo al geek pervicacemente motivato, che ha già le sue soluzioni) di mettere in concorrenza la straordinaria diversità e ricchezza di contenuti multimediali presenti su internet con i contenuti iperomologati che arrivano dalla tv tradizionale.

Quella di chi vuole intermediare, limitare e in alcuni casi persino censurare i contenuti che arrivano da internet può apparire una battaglia di retroguardia, in quanto si tratterebbe solo di una questione di tempo. L’affermazione di internet come piattaforma di distribuzione universale, come dimostra l’evoluzione di mercato nei paesi più avanzati sotto questo profilo (come la Corea del Sud) è solo una questione “balistica”: una volta lanciato il missile, prima o poi atterrerà, e non può essere fatto nulla per arrestarlo. Anche perchè, nel frattempo, sullo sfondo emerge in modo sempre più evidente il ruolo di alcuni utenti trendsetter, i quali – senza pubblicare alcunchè di originale, ma solo per le loro capacità di selezionare accuratamente i contenuti pubblici per i loro follower – diventano veri e propri maestri della content curation, contendendo la funzione editoriale a quelli che una volta chiamavamo “portali”. E pensando a ciò che sono diventati i DJ negli anni ottanta e novanta, non è difficile prevedere anche per costoro un ruolo di nuove star della rete. La “Open Internet TV” infatti non pregiudica il ruolo dell’editore, dell’aggregatore, di chi sa selezionare e intercettare in tempo reale le esigenze degli utenti con il contenuto giusto al momento giusto. Semplicemente, questa funzione editoriale risponde a regole radicalmente nuove e soprattutto può essere svolta da chiunque, proprio come accade con la pubblicazione dei contenuti.

Tutto questo promette purtroppo di rimanere a lungo fantascienza per il nostro paese. L’approccio “tutto italiano” adottato dall’industria dei contenuti  rischia davvero di moltiplicare il già atavico ritardo digitale che l’Italia sconta rispetto agli altri paesi europei, e non solo sotto il profilo della limitazione della libertà di espressione, ma proprio dal punto di vista dell’opportunità economica. Se – come in molti cominciano a osservare -una delle leve principali dell’economia futura dell’Italia sarà proprio la capacità di produrre e distribuire liberamente la propria cultura (nel nostro caso un vero e proprio asset non-duplicabile) l’imposizione di blocchi e ostacoli di varia natura, normativa o strettamente commerciale che sia – è davvero una tara che non possiamo permetterci di sostenere a lungo.

Il problema, come abbiamo visto, non è di natura tecnologica. Il cuore della questione è la dimostrazione a tutti gli attori in campo (broadcaster, major, produttori di contenuti indipendenti, detentori di diritti “grezzi”, industria dell’elettronica di consumo, internet service provider, abilitatori tecnologici, “nuovi editori”, inserzionisti e fruitori finali)  che un nuovo ecosistema più fluido e in grado di portare a valore l’intera offerta dei contenuti disponibili su internet può sposarsi felicemente (anche economicamente) col diritto degli utenti a un accesso neutrale e platform-neutral a tali contenuti.

NEM Summit 2011: down-to-earth media trends

Da quando mi occupo di trend nel settore dei media, uno dei miei imprescindibili punti di riferimento in azienda – specie quando si tratta di “mettere a terra” i fenomeni che davvero contano per l’industria – è Gabriele Elia.

Ne ho avuto la conferma mercoledì scorso a Torino, quando Gabriele ha tenuto il suo keynote al NEM Summit 2011, appuntamento annuale della principale community di stakeholders europei dedicata alla convergenza dei media, e intitolato “the challenge of openness”.

Andando dritto al punto ed evitando i classici fronzoli socioantropologici (nei quali colpevolmente tendo ad indulgere), in un fulminante quarto d’ora Gabriele ha “dato un senso” all’andamento dei principali indicatori della rete, evidenziando tre macrofenomeni davvero dirompenti.

  1. la capacità predittiva dei social media (Twitter è in grado di prevedere gli incassi dei film persino prima di aprire i botteghini,  e può persino “vedere” l’andamento dei titoli in borsa con 6 giorni di anticipo)
  2. i processi di concentrazione,  dovuti anche alla “appificazione” della rete (un numero sempre minore di applicazioni genera un traffico crescente, a discapito delle altre)
  3. la circostanza che tutti i principali protocolli di trasporto stanno cedendo il passo ad HTTP

Sullo sfondo il tema dei nuovi “giardini murati” delle web application con API proprietarie, che lasciano intravedere modelli di business “vecchi” e derivati dalle catene tradizionali dei media. E – ad addolcire il quadro finale – la possibile risposta dei protocolli aperti, con un accenno alle lezioni del passato, quando i telco fissarono degli standard per risparmiarsi di “reinventare la ruota” a ogni passaggio chiave.

Una visione davvero lucida delle sfide che attendono tutti coloro che lavorano per un Web ancora in grado di trasferire valore agli utenti proprio per l’assenza di vincoli e barriere fissate da pochi player industriali.

immagine: w3.org

All’Internet Governance Forum va in onda l’agonia degli intermediari

Nell’immaginario collettivo degli anni ‘50, uno dei momenti di più tangibile sviluppo del Paese lo si viveva quando veniva data la notizia dell’”abbattimento dell’ultimo diaframma” tra le due gallerie di un qualche nuovo tunnel ferroviario o autostradale. L’opera non era ancora completata, ma i quell’istante catartico era possibile stringere la mano agli operai che si trovavano dall’altra parte. E in quell’istante l’Italia, questo Paese difficile da mettere in comunicazione per mille motivi (non solo orografici), poteva sentirsi un po’ più vicina.Oggi, su scala più grande, stiamo vivendo le stesse sensazioni su Internet, che proprio come il piccone degli operai svolge un ruolo fisiologico di grande disintermediatrice lungo molte filiere industriali.

Al di là dei servizi di comunicazione, dove l’impatto di Internet è immediatamente percepibile, ci sono parecchie altre “catene del valore”, come si chiamavano una volta, sulle quali molti soggetti sono stati “scoperti” per il ruolo che per anni hanno svolto: quello di sottrarre valore invece di produrne, perchè era più remunerativo essere gestori esclusivi di alcune leve essenziali, sostanzialmente “vendendone” l’inaccessibilità. Gli esempi sono facili: servizi come Amazon disintermediano la Grande Distribuzione Organizzata, Tripadvisor, Edreams, Venere e LonelyPlanet disintermediano le agenzie di viaggi, iTunes disintermedia la distribuzione di contenuti multimediali a pagamento, Twitter disintermedia le agenzie di stampa e si potrebbe andare avanti ancora a lungo.

Ma dato che il processo è ancora in divenire (perchè sussistono larghe fasce di popolazione che ancora non hanno accesso al Web, senza il quale nulla di tutto questo è possibile), in tutti i consessi in cui si affrontano questi temi sono ancora presenti, e giustamente rappresentati, i difensori degli interessi dei soggetti disintermediati. In qualche misura va in scena la loro lenta agonia, ma è comunque interessante studiarne le strategie e gli strumenti dialettici.

Prendiamo l’intervento di Davide Rossi di UniVideo (estensore reale del famoso ddl Carlucci) all’Internet Governance Forum in corso a Pisa, da dove sto tornando in treno mentre scrivo. L’argomento principale su cui poggia la sua difesa dell’industria multimediale tradizionalmente intesa è che Internet non sta rendendo migliore il mondo, anzi: sta distruggendo i meccanismi di remunerazione dei prodotti dell’ingegno e quindi, in definitiva, sta demolendo l’unica industria che permetteva di retribuire la creatività. Con il risultato – prosegue il suo ragionamento – che non essendo remunerata, la creatività è destinata a sparire, sepolta dalla montagna della spazzatura gratuita o pirata dei meandri di YouTube. Il tutto condito dalla consueta chiosa finale sui “migliaia di posti di lavoro persi” grazie alla facilità con cui i contenuti sono copiati su Internet in barba al diritto d’autore.

Come replicare, o meglio, da dove cominciare per replicare? Al di là della facile constatazione che l’offerta di creatività legale è esplosa grazie a Internet (e non era esattamente sovrabbondante ai tempi della Rai Bernabeiana e della Fonit Cetra, per non parlare della lobotomizzazione di massa dei mainstream media dei giorni nostri), vorrei concentrarmi proprio sul cuore di queste argomentazioni.

Il punto non è se ci si debba o meno disperare per la perdita di quei posti di lavoro: occorre semmai chiedersi se quei lavori aggiungevano valore lungo la filiera produttiva e distributiva. E non parlo solo degli intermediari (chi stampa i dischi, chi si occupa della promozione dei musicisti, chi scrive le recensioni solo se il disco è buono, un po’ alla Vincenzo Mollica…) No, sto parlando anche degli artisti, dove gli unici ad “avere successo” erano quelli che avevano abbastanza pelo sullo stomaco da accettare il diktat dei “padroni del vapore”, cioè le case discografiche, le quali – per sostenere il loro pesantissimo e iperintermediato modello distributivo – dovevano puntare su prodotti “dal sicuro valore commerciale”, cioè – come poi abbiamo ben visto – “dal sicuro valore scadente”.

In sostanza, nel vecchio modello, tutti gli attori invece che produrre creatività la stavano in realtà distruggendo. E dobbiamo davvero stracciarci le vesti se questi sono i posti di lavoro a rischio?

Non ci sarebbe invece da rallegrarsi per il fatto che grazie al Web si creano nuovi modelli e nuove professionalità per “mettere a valore” tutta la creatività, e non solo quella disposta a scendere a compromessi? Nuove professionalità in grado di studiare nuovi modelli di business non “lineari” (una catena dove tutti sottraggono valore fino al prodotto finale) ma “multilaterali” (cioè ecosistemi “governati” dal talento e dal merito, dove le relazioni tra i vari soggetti sono governate da scambi alla pari, altrimenti l’ecosistema stesso non regge)?.

Ci arriveremo, ma nel frattempo penso che ancora per un po’ dovremo assistere allo spettacolo, per certi versi affascinante, di personaggi dall’indubbia professionalità nel difendere questi interessi, e che mostrano anche un notevole coraggio, operando in contesti del tutto trasparenti che li espongono ad attacchi pesanti, oltre che più facilmente argomentabili. Molto più onorevole, da parte loro, rispetto a quanto abbiamo visto in passato con chi difendeva (non pubblicamente, ma dietro le quinte) l’interesse dei produttori di eternit, bromuro di metile, additivi alimentari, ecc…

Più difficile, tutto sommato, capire le posizioni di chi professa di perseguire la missione di “diffondere internet” ma poi finisce per equivocare il significato del termine “Governance”, traducendolo in una generica e pervasiva tendenza alla regolamentazione a tutto campo. E’ il caso di Enzo Fogliani di ISOC Italia che dal palco di Pisa si è lanciato in una filippica senza troppi distiguo contro i famigerati User Generated Content, con un virulento carotaggio sull’inaffidabilità dei Citizen Journalists che “non controllano le fonti, non verificano la notizia…” insomma la nenia che conosciamo molto bene.

Si tratta di argomenti che esercitano ancora un certo fascino in ambito accademico (non dimentichiamo che eravamo ospiti del CNR, che – tra le altre cose – ci ha trattato coi guanti bianchi), perchè in fondo agiscono sulle stesse corde delle accuse a Wikipedia che, in mancanza di un controllo certificato e centralizzato, sarebbe un luogo poco garantito rispetto alle incursioni di troll, incompetenti e flamers di ogni specie, finendo per rendere lo strumento altamente inaffidabile rispetto agli strumenti del sapere tradizionali.

Se Fogliani non avesse ritirato fuori l’aberrante idea del “bollino blu” per certificare la provenienza delle informazioni, che solo i giornalisti professionisti possono garantire dall’alto della loro superiore etica e professionalità, avrei potuto starmene tranquillo in platea a continuare a seguire con le orecchie i lavori, e contemporaneamente lavorare sull’ennesimo documento dell’ufficio. Ma il bollino blu evoca nella mia mente foschi ricordi, legati a un mio omonimo Ministro della Propaganda di epoca fascista, e da lì a prendere il microfono per rispondere, come vedete qui sopra, il passo è stato breve.

Per dire cose semplici: ma come fanno, questi “tutori dell’ordine dell’informazione” a stabilire chi è certificato e chi no dopo che dalle sue origini il giornalismo ufficiale di questo paese non ha fatto altro che disattendere, non per incompetenza o per scarsa professionalità, ma perchè era ciò che gli chiedevano gli editori impuri loro padroni, le stesse regole di etica, di verifica delle notizie, di controllo delle fonti che oggi si pretendono dai blogger e dagli altri protagonisti del giornalismo partecipativo? Non vi pare di intravedere una lieve scollatura nel vostro ragionamento?

Certo che c’è bisogno di regole etiche, di controlli, di verifiche puntuali. Ma dato che avete avuto un  centinaio d’anni per provare a mettere in piedi, con queste regole, una parvenza di informazione democratica, e palesemente non ci siete riusciti, direi che forse è giunto il momento di dare una chance a persone con un diverso talento e diverse professionalità. E se anche mi stessi sbagliando, mi conforta pensare che sia difficile far peggio, come hanno fatto molti giornali italiani, di mettere in prima pagina l’annuncio della clonazione umana dopo una semplice conferenza stampa dei Raeliani. Alla faccia delle verifiche.

Errata corrige del 31.10.2009:  come il dr. Fogliani ha precisato nel suo commento, non era provenuto da lui l’attacco all’affidabilità del citizen journalism, avendo semplicemente auspicato l’introduzione della prassi della citazione delle fonti da parte di chi pubblica informazioni online. Inoltre, il dr. Fogliani, come si può riscontrare nel video, non ha affatto promosso l’iniziativa del bollino blu – che nasce in realtà dall’ordine dei giornalisti. Mi scuso dell’errore con i lettori e con l’interessato. Ovviamente il mio intervento durante il convegno non era rivolto a lui, ma all’ordine dei giornalisti.