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Android Tv è un passo indietro. Nella migliore delle ipotesi.

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Sono ormai alcuni mesi che gioco con la Chromecast, l’accrocchetto iper-cheap che trasforma qualsiasi flatscreen in una Connected TV, e mi stavo pure divertendo. Anche perché, per la prima volta, non è un sistema che dipende da accordi con le major, i broadcaster e i costruttori di televisori, ma un vero “disintermediatore” che sposta ogni interazione sugli schermi che Google già domina (smartphone e tablet) riducendo lo schermo del salotto al semplice ruolo di “visualizzatore finale”.

Adesso però, come un fulmine a ciel sereno Google cambia di nuovo le carte in tavola e lancia una “roba” che si chiama Android TV. Ora, io capisco che nel mondo OTT quasi tutto è software, tutto si può lanciare e buttare in un secchio poco dopo (ricordate Google TV?) però in questo caso la prima impressione è che anche dall’alto di Mountain View l’orizzonte di cosa fare, con questa benedetta Connected Television, sia avvolto nella nebbia più fitta.

Che cosa cavolo è Android TV? Non è, provano a ripetercelo in ogni modo, “una piattaforma”. A risentire l’annuncio della I/O Conference, parrebbe un semplice aggregatore cross-screen, che riorganizza tutti i tuoi contenuti, giochi compresi, a patto che

1) tali contenuti siano gestiti nella nuvola di Google, quindi YouTube, Google Play, Google Music, ecc. e….

2) il grande schermo finale sia di un costruttore con cui Google ha stretto un accordo (per ora Sony, Sharp, e pochi altri).

La cosa affascinante è che – sempre ad ascoltare l’annuncio di Google – Android TV comprenderebbe tutte le funzionalità della Chromecast. Ma questo è ovviamente vero solo se tali funzionalità sono integrate nei televisori costruiti da chi si accorda con Google, quando invece la chiavetta Chromecast standalone attraverso la porta HDMI non guarda in faccia nessuno: come si diceva prima, “è un disintermediatore”.

Insomma, a una prima occhiata (ma magari occorrerebbe prima vederla in azione) verrebbe da definire Android TV una pallida imitazione di Apple TV senza il fastidio del set top box, e comunque con qualche anno di ritardo. Verrebbe a questo punto da chiedersi: perché Google continua a comportarsi come il granchio che fa un passo avanti e due indietro, quasi intimorita dal più grande degli schermi, l’ultimo che gli rimarrebbe da conquistare?

E’ come si ci fossero due anime. Una, poco creativa, che cerca di copiare il modello iTunes, quello di presentarsi dalle major, dai broadcasters e dai costruttori per dire “sono l’unico che può salvare le vostre industrie”. E questa si chiama Android TV.

L’altra anima è quella che potremmo chiamare “la rotta di collisione”, su cui la Chromecast iniziava a muovere i primi timidi passi: è quella per cui anzitutto le “cose” (le interazioni, le condivisioni, gli scambi di dati, la social tv…) succedono sugli schermi dominati da Android, abilitando i modelli tipici che foraggiano Google. Solo in un secondo momento, sperando che un numero crescente di applicazioni Android  supportino Chromecast, il contenuto – non necessariamente video –  atterra sullo schermo grande, rubando la scena (e il pubblico) al canale televisivo tradizionale, con conseguente stracciamento di vesti di quest’ultimo, delle major, insomma di tutto il vecchio mondo.

Ma siamo sicuri che sia solo schizofrenia, questa di Google? E se il secondo scenario non fosse solo un secondo tavolo per far capire agli altri cosa potrebbe succedere loro se non venissero accolte le condizioni di Google sul tavolo principale (Android TV, appunto)?

Non sarebbe nemmeno l’unico caso in cui Google crea una situazione di fatto solo per utilizzarla come leva negoziale. Sappiamo, per esempio, che Google ha minacciato le etichette musicali indipendenti di togliere i loro video da YouTube se non aderiranno al servizio di video a pagamento di cui si parla da qualche tempo.

Se così fosse, direi che è facile dire “Don’t be evil”, con la bontà degli altri. Ma magari sono solo mie congetture. Staremo a vedere.

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Fuga da YouTube: errori, diritti, doveri e un appello

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A seguito del mancato rinnovo dell’accordo Rai-Google, da domani 1 Giugno spariranno da YouTube tutti i video ufficialmente pubblicati da Rai (parecchie migliaia di clip). Sempre da domani, la Rai potrà chiedere la rimozione delle migliaia di propri video pubblicati dagli utilizzatori di YouYube, quasi tutto materiale d’archivio, e sui quali (proprio in virtù di quell’accordo) Google – grazie al sistema ContentID – riconosceva alla tv pubblica italiana una quota di ricavi in base alle views di ogni clip.

Cosa succederà adesso? Il materiale “nuovo”, che  poteva essere consultato sui canali ufficiali Rai di YouTube, migrerà sull’ottimo portale Rai.tv, senza – almeno così assicura l’azienda radiotelevisiva di Stato – che vi sia alcun “cono d’ombra” durante questa complessa transizione. Credo si debba avere molta fiducia su questo, nel senso che si tratta della quota di contenuti su cui Rai spera di recuperare molta raccolta pubblicitaria gestendola in-house e finalmente sottraendola al sistema di Google.

Il materiale d’archivio invece, in stragrande maggioranza pubblicato su canali non ufficiali (quindi illecitamente) su YouTube, sarà verosimilmente rimosso su richiesta della stessa Rai, proprio come accade ormai da molti anni con le clip catturate da Mediaset.

Ora, nel cercare di elaborare un giudizio – positivo, neutro o negativo – su questa scelta, non credo sia il caso di snocciolare numeri. In fondo, tutto dipende da Google, e non conosciamo i termini che hanno fatto naufragare la trattativa per il rinnovo. Forse se avessero negoziato una quota più alta oggi non staremmo nemmeno a commentare questo esito.

Credo che sarebbe scorretto anche fare della dietrologia, per esempio immaginandosi un Gubitosi costretto a mandare un segnale di “austerità e delivery” al Governo, resosi necessario dopo il taglio di 150 milioni di euro paventato dall’esecutivo.

Però su una cosa credo sia opportuno spendere qualche considerazione: se per quanto riguarda i canali ufficiali e i materiali “nuovi” (diciamo dell’ultimo anno) mi pare giusto immaginarsi una azienda pubblica fatta di manager che devono compiere scelte strategiche per far quadrare i conti, diverso – molto diverso – è il discorso per la massa di quei capture illeciti di materiali “vecchi”, sui cui Rai non riesce a monetizzare granché.

Il modello della raccolta pubblicitaria online attualmente perseguito da Rai.tv si fonda infatti su “ciò che va per la maggiore”, e cioè “ciò che adesso va in televisione”: le dirette streaming, la catch-up tv dell’ultima settimana, le clip più interessanti, dove impera ormai da anni sua maestà lo spot in pre-roll. Bisogna dire che si tratta di una strategia del tutto ragionevole, perseguita con intelligenza da persone che ne sanno, cercando di proporre la miglior user-experience possibile sia sul sito sia sull’applicazione Rai.tv, non a caso una delle più scaricate in Italia.

Ma tutto il resto? Quanti soldi, e come intende farli Rai.tv con le vecchie puntate di StudioUno, con l’integrale della diretta per la conquista della luna del 1969, coi telegiornali del rapimento Moro, con tutte quelle cose – per intenderci – che oggi si possono ancora trovare su YouTube e domani, anzi tra pochi minuti, verosimilmente inizieranno a sparire?

Spiace dirlo, ma io credo che la Rai non abbia una vera strategia per monetizzare questi contenuti, e consideri una specie di incidente il fatto che oggi i video su YouTube siano le vere “teche”, la vera memoria collettiva del Paese. Ed è un peccato, perché è proprio grazie a YouTube che oggi molti giovani italiani possono sapere cos’è stata la Rai prima di diventare, per qualche disgraziata evoluzione politica, una brutta copia di Mediaset senza che ve ne fosse alcun obbligo nè economico nè istituzionale (anzi). Prima dei “meravigliosi” anni ’80 la Rai era una straordinaria fabbrica di idee, cultura, informazione, intrattenimento di prim’ordine a disposizione di tutti. E se a disposizione di tutti lo era rimasta lo si doveva proprio alle formichine che su YouTube catturavano quei vecchi programmi e li ripubblicavano certo non per fine di lucro.

Ma sono davvero queste vecchie trasmissioni, sono questi pezzi di storia i colpevoli di quel furto di attenzione nei confronti di Rai.Tv, o  – peggio – dell’intoccabile schermo del salotto minacciato dalla Chromecast? E’ per colpa di una YouTube dove puoi trovare Mina e Alberto Lupo, le commedie di Eduardo, i supplementari di Italia-Germania 4-3 che la Rai “sta perdendo ricavi”?

Ovviamente no. Nonostante le ossessioni di chi lavora nella incrollabile logica del broadcaster, chi studia gli user behavioural trends sa che i veri responsabili di questo furto sono da cercarsi altrove: su Facebook, su Whatsapp, persino su Candy Crush. E su milioni di altri schermi che, fregandosene della Rai e molto spesso anche di YouTube, governano sempre più la vita in salotto, in cucina, in camera da letto, in tram, in ufficio, ovunque. E’ per le tante altre cose che succedono su questi schermi, che solo in minima parte o comunque per altri versi hanno a che fare con “la televisione”, che guardiamo sempre meno “la televisione”.

E’ buffo perché vedete, nel fare questi discorsi, ci sto cascando anch’io. Sto discutendo del modello di una televisione che sarebbe di tutti (la Rai) come se fosse la televisione di uno solo (Mediaset), mettendo direttamente in relazione lo stesso modello di business (la raccolta pubblicitaria, la pay-tv) come se non esistesse un contratto di servizio, come se la Rai non avesse appunto proprio quel ruolo, cioè quello di usare tutte le tecnologie disponibili per ricordarci chi siamo, come eravamo e dove potremmo quindi decidere di andare.

Le scelte di altri grandi operatori di televisione pubblica in Europa ma anche nel resto del mondo, da sole, dovrebbero dirci a sufficienza quanto sia miope trattare l’argomento mettendola su un semplice piano di confronto di strutture di costi e ricavi.

Ora, non è difficile immaginarsi che qualcuno a questo punto possa obiettare “e allora che facciamo, chiudiamo la Rai, o la privatizziamo come in Grecia, visto che i soldi per tenerla in vita sono finiti?” La domanda è legittima, ma è come se arrivasse da un canguro che sta per affogare per aver voluto sfidare a nuoto un delfino, invece che a salto in lungo, e non si vede perché debbano essere i diritti (eh sì, sono “diritti”) dei cittadini a doverne pagare le conseguenze. La vera domanda è: quanto è disposto il Governo a far rinascere la Rai, a farla tornare ad essere una risorsa per il Paese al servizio di quella economia della conoscenza di cui proprio nei proclami governativi si parla di continuo?

E per quanto siano ridicoli gli appelli, specie quando arrivano da un semplice blog come questo, allora forse è il caso di chiedere a chi – per legge e per conto nostro – concede a questa azienda l’incarico di svolgere un servizio pubblico (ah, quanti termini vintage), di fare due semplici cose:

  • chiedere alla Rai di studiare e mettere in atto una efficace strategia di monetizzazione, con tutti i mezzi disponibili, dei contenuti “nuovi” su Rai.tv e sulle altre proprie piattaforme in modo da contribuire in modo decisivo al salvataggio e al rilancio dell’Azienda;
  • imporre alla Rai di rinunciare a far rimuovere i contenuti “vecchi” da YouTube, così da salvaguardare l’unico vero archivio naturale dell’azienda seriamente accessibile al pubblico, che dà lustro alla storia della prima industria culturale del Paese e non minaccia in alcun modo i modelli di business attuali.

Chiedo troppo? Non lo so, ma non potevo star qui ad assistere impotente allo stacco della spina. Almeno non avrò il rimpianto di non averci provato.

Google Maps Maker: quando il crowdsourcing è un alibi

Circa un anno fa, prima di abbandonare FriendFeed, segnalai uno strano errore su Google Maps. Una ferrovia fantasma, che secondo le mappe avrebbe dovuto collegare la stazione di Piazza Euclide con la stazione Valle Aurelia.

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Per evidenziarla, accanto al tratto grigio che Google Maps utilizza per le ferrovie, tratteggiai una linea rossa. Con una linea verde, evidenziai il tracciato reale della prosecuzione dei binari verso Piazzale Flaminio, che la mappa aveva invece dimenticato.

Su FriendFeed partì il classico thread in cui tutti avanzarono le varie ipotesi sul perché di un errore così marchiano. Alla fine convenimmo che si trattò non di una svista, ma di una evidente negligenza di chi aveva preparato il file originale con il CAD a due dimensioni. Qualcuno che forse si era trovato in difficoltà nell’elaborare le mappe originali a disposizione, non avendo capito che dopo Piazza Euclide quella linea prosegue in sotterranea fino al Capolinea, e cioè Piazzale Flaminio.

Non solo per scrivere una mappa, ma anche per leggerla correttamente, sono infatti necessarie minime nozioni di cartografia. E non si può certo pretendere che un servizio gratuito come quello offerto da Google lo affidi sempre a persone esperte delle reti di trasporto di ogni città del mondo, o addirittura a una persona del luogo. Si chiama “best effort”, e in molti casi “best effort is good enough”. Magari, però, si può pretendere che queste persone non si inventino, col solo scopo di collegare due linee su una mappa, una ferrovia inesistente dall’oggi al domani, come accadde in quel caso.

A Mountain View si devono essere resi conto che questi errori non sono casi isolati. Infatti, da qualche tempo è disponibile un tool, chiamato “Google Maps Maker” che permette di segnalare tutte le inesattezze, interagendo coi gestori di Google Maps, per ottenere rapidamente delle correzioni. Ciò che mi affrettai a fare, ottenendo una sequenza di correzioni persino più fantasiose dell’errore originario. Guardate, per esempio, questo utilissimo “doppio traforo” della collina di Monte Mario, che naturalmente parte sempre dalla minuscola stazione di Piazza Euclide a cui evidentemente gli incolpevoli ragazzi di Google Maps sono per qualche motivo molto affezionati.

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Oppure, questo fondamentale raccordo di penetrazione ferroviaria attraverso le mura vaticane (ce n’è già uno poco più a sud, in realtà, e mi pare già più che sufficiente).

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La sensazione è che a Google Maps abbiano una qualche idiosincrasia per le stazioni di testa. Eppure, a volte, le ferrovie finiscono, non devono per forza essere collegate con AutoCad. Non ci sarebbe nemmeno troppo da incavolarsi, se certe segnalazioni provenienti da chi – come dire – in quelle città ci abita non venissero respinte con messaggi del genere.

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Ora, il fatto che Google affidi al suo Reviewer “Karuna” una tale autorità sulle ferrovie del quadrante nord ovest di Roma credo la dica lunga sull’equivoco che ancora circonda termini come “crowdsourcing” e “best effort”.

Il fatto di affidare all’intelligenza collettiva l’autocorrezione di un servizio non può essere l’alibi per nascondere altre lacune del servizio, che col crowdsourcing non hanno nulla a che vedere.  Esistono servizi, come Wikipedia, che si fondano sul crowdsourcing e ammettono di non poter andare oltre un “best effort” (per le ovvie differenze rispetto alle enciclopedie professionali), ma offrono un servizio che è ritenuto ragionevolmente sufficiente per milioni di persone. Tra l’altro, su una enciclopedia tradizionale non troverai mai una voce così completa e aggiornata su personaggi che appartengono alla cultura popolare, ma che la Treccani giustamente ignora.

Per la cronaca, alla fine – e dopo immani fatiche di gente che quei treni li prende per davvero – siamo riusciti a convincere Big G a togliere le varie mostruosità che si erano sovrapposte nei mesi ed avere una mappa ragionevolmente esatta. Meno male.

Rai, i buoi sono scappati ma va bene così

rai2Certe battaglie – come quella di chi si ostina a trattare i diritti sui contenuti digitali con gli stessi strumenti dei contenuti analogici – sono ormai perse. Lo hanno capito quasi tutti, nel mondo. La major discografiche, per prime, scendendo a patti con chi – come Apple – prometteva di poter stringere nuovi cordoni, al prezzo di un flusso di ricavi molto ridotto rispetto ai tempi d’oro. Le case editrici, ora inginocchiate di fronte a un nuovo intermediatore di piattaforma (Amazon) più o meno dietro la stessa promessa, e alle stesse condizioni.

Con la TV, specie quella privata, è più difficile. Non a caso mentre la RAI ha trovato un accordo con Google per avere una quota dei ritorni pubblicitari su You Tube (anche sui contenuti “rippati” illegalmente dalla televisione pubblica) Mediaset è ancora ferma alle minacce e alle carte bollate.

Non c’è da sorprendersi. La cultura del modello della televisione commerciale è molto distante da qualsiasi prospettiva di cambiare il paradigma nell’era di internet. La televisione pubblica, invece, ha una cosuccia che la contraddistingue: si chiama “contratto di servizio“, ed è ciò che ci ricorda che è nostra. Un pezzo di carta dove sta scritto che la RAI deve rendere disponibile a tutti i cittadini italiani la fruzione dei contenuti da lei trasmessi su tutte le piattaforme che la tecnologia rende via via disponibili. Compreso il web. Poi, sta naturalmente alla RAI dotarsi di tutti gli strumenti che impediscano l’appropriazione indebita di questi contenuti, ma questo non deve limitare “la fruizione”.

Ora, la vicenda SKY/TVSAT ci insegna che non è il caso di dormire sugli allori. Sulla tecnologia satellitare, la RAI può imporre un proprio decoder, e alla fine – nonostante vari ricorsi in tutte le sedi legali anche internazionali, la piattaforma SKY non può ritrasmettere i canali del digitale terrestre, con l’argomento che non si poteva arricchire l’offerta di un concorrente.

Ma quello – lo ammettiamo – era un caso limite. Diverso è il caso dei portali “ufficiali” che ospitano i live stream dei canali televisivi. La RAI, in questo, è stata molto più veloce di Mediaset col suo portale Rai.tv. All’inizio, l’adozione di Silverlight (e di Microsoft.net) come piattaforma per il DRM suscitò qualche malumore. Poi ci si rese conto che Flash era ormai prossimo a tirare le cuoia, e il tema sembrò superato.

Chi voleva pervicacemente scaricare sul proprio hard disk, in modo illegale, i video della RAI poteva farlo seguendo le istruzioni dei parecchi tutorial che iniziarono a comparire su YouYube. Ma la quota dei “pirati” disposti a un tale sbattimento non superava mai la soglia “bittorrent”, la stessa che oggi mostra a major e broadcasters che la pirateria ha già saturato il “suo” mercato, rispetto alle molte offerte legali (come iTunes e Netflix) che ormai sono disponibili in rete. In sostanza si è scoperto che la stragrande maggioranza degli utenti è più che disposta a pagare un’offerta legale di contenuti via web pur di non dover imparare a diventare “pirata”.

Tutti felici e contenti? Manco per niente. Negli ultimi anni, infatti, le tecnologie per un web aperto (come HTML5) sono diventate degli standard “de facto” anche per il video. Tutti gli smartphone e tablet (che supportano HTML5) hanno ormai preso una bella quota delle fruizioni video totali, determinando il famoso “furto di attenzione” rispetto al primo schermo che terrorizza i broadcaster.

E – tornando alla RAI – se il servizio pubblico intende rispettare il contratto, deve permettere a ogni cittadino italiano possessore di un device mobile di accedere atutti i contenuti di Rai.tv senza limitazioni sulla piattaforma. Ora, però, la piattaforma non è solo il portale. E’ anche il sistema operativo, per esempio iOS e Android. Sono i linguaggi supportati, come HTML5. E’ anche il browser, per esempio Firefox.

Ecco, appunto: HTML5 e Firefox. Non sono in molti a rendersi conto di quanto sia importante che queste due componenti, che hanno ormai una quota di diffusione così alta siano componenti a sviluppo Open Source.

Infatti da un lato la RAI (ma anche molti altri produttori di contenuti) non possono esimersi dall’adottarle, proprio per la loro diffusione, e non solo per una questione di “contratto di servizio”. Ma dall’altro la comunità potrà continuare a sviluppare funzionalità su Firefox e HTML5 senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E’ per questo che – anche se con una funzione seminascosta – Firefox permette sui player HTML5 di scaricare il contenuto del video, come ho scoperto per caso l’altro giorno (e subito segnalato) guardando una bellissima puntata di “Sostiene Bollani” su Rai.tv. Da un tablet o uno smartphone, è sufficiente tenere premuto il player per vedere apparire queste funzioni.

raiScegliendo “Salva video” il device inizia a scaricare un enorme file con estensione “.htm”, che – rinominato in “.mpg” può poi essere visto in locale, come ogni altro video memorizzato sul device. E’ illegale, come quando si seguono le istruzioni dei tutorial pirata? No, non lo è. Perché la RAI supporta quella tecnologia in tutte le sue componenti, e quelle funzionalità sono previste da quelle componenti.

Ora, sono sicuro che esiste un modo per impedire “a monte” che i file video vengano scaricati. In questo modo, però, il broadcaster adotterebbe una versione “spuria” delle funzionalità della piattaforma di distribuzione, e violerebbe il contratto di servizio proprio come nel caso-limite di TVSAT.

Ma sono sicuro che, avendo gli esperti della RAI capito da tempo che ciò che interessa alla stragrande maggioranza delle persone è la fruizione, e non il possesso dei contenuti (lo dicono i report degli analisti che noi non siamo come i tedeschi, per fortuna), non sarà adottato alcuno stratagemma di questo tipo.

A meno che qualcuno non pensi di fare carriera illudendo qualche capo struttura con una pezza di durata molto, ma molto breve.

Ecco cosa vorrei che facessero i Google Glass

Si, lo so che molto presto arriveranno le applicazioni più svariate per i fantasmagorici occhialini di Mountain View. Ma per ora, a parte il “video in cui si vede che con i Google Glass si fanno i video” e qualche recensione ricolma di quell’entusiasmo d’ufficio tipico di chiunque riesca a mettere le mani sull’ultimo gadget sfornato in Silicon Valley, non mi pare che si sia visto granché, in termini di funzionalità rivoluzionarie.

E allora, visto che l’hardware lascia intatte potenzialità notevoli, e visto che devo difendere la mia avventata previsione secondo cui l’accrocco in questione sarebbe stato uno dei 5 trend del 2013, provo a scrivere qui quello che IO vorrei che si potesse fare coi Google Glass. Sviluppatori di tutto il mondo, prendete nota.

Mi piacerebbe se i Google Glass…

  1. Mi facessero vedere (ok, attivando un apposito layer, ma questo non lo diciamo più) tutti i percorsi enogastronomici dei dintorni a portata di colpo d’occhio. Per intenderci, se mi volto verso una collina, devo poter vedere “la riga arancione” della strada dei vini, dei salumi e dei formaggi del posto. Coi POI associati (la cantina, l’azienda agricola, ecc.). E la funzione “ci vado dopo” che mi manda un reminder tutte le volte che ripasso di lì, e magari ho più tempo da dedicare alla cosa –  che è un modo gentile per dire “meglio ‘mbriacarsi quando non c’è mio suocero”.
  2. Mi evidenziassero, a 360 gradi, tutti i rischi di allergie colorando opportunamente i campi e i terreni nei paraggi. Graminacee? Attento a quei platani, sono blu. Una roba del genere.
  3. (questa è facile) Vorrei che mi mostrassero tutte le piste ciclabili, le vie del trekking, le antiche vie con rilevanza archeologica (la francigena, per esempio), e tutti gli altri luoghi di tortura dove si danno appuntamento gli esseri che si sono evoluti oltre il stato larvale in cui mi trovo. Facendomi adeguatamente apprezzare la mia condizione di ozio perenne, sapendo che ci sono loro lì intorno a sudare come muli.
  4. Non sarebbe male un “layer” per gli incendi boschivi. Ora mi direte: gli incendi si vedono anche senza occhiali. OK, ma lo sviluppo di un incendio si può modellizzare calcolando una serie di dati attuali e previsti (la direzione del vento, l’umidità, la temperatura) che fanno diventare “rosse” anche le zone che per ora sono verdi. No?
  5. Va bene, Latitude è stato appena mandato in pensione, ma un bel giorno potrebbe affermarsi un sistema universale in cui tutti stabiliscono cosa della propria esistenza (a cominciare dalla posizione nello spazio) può essere nota, in un dato momento, in rete. Così, una volta arrivati in spiaggia, invece di esclamare “che carnaio, non troveremo mai Sara e Matteo”, metteremo gli occhialetti e diremo “Ecco Sara. Hey, ma quello non è Matteo!” (ecc. ecc.)
  6. Forse il più urgente. Un bell’accordo tra Google e le principali concessionarie di pubblicità outdoor, le tanto odiate “affissioni”, sulla base del principio: “se abbattete i vostri cartellacci sulle consolari di Roma, obblighiamo tutti gli acquirenti dei Glass a vedere i vostri enormi 3 x 2 virtuali, quando usano qualche applicazione di realtà aumentata nella zona di Roma. E se vogliono farli sparire, no problem: pagano l’app (normalmente gratuita) e danno una revenue share a Google, una allo sviluppatore e uno alla concessionaria.” Tutti felici e contenti, specie quelli che abitano sulle consolari. Fiquo.
  7. Allo specchio, vorrei provare un accessorio di Etsy. Ma non l’ho ancora comprato. Oppure “chissà quanto starebbe bene quella gonna provenzale che ho visto su Etsy l’altro giorno addosso alla mia amica che compie gli anni dopodomani.”. Inforchiamo gli occhiali e…vabbè, avete capito.
  8. Sono appena arrivato a Parigi, sono le nove e non ho ancora prenotato l’Hotel. E’ sabato e non mi va di parlare con dieci reception per sapere se c’è posto. Ma ho i Google Glass in tasca, quindi nessun problema. Ovviamente vale anche per i ristoranti a trastevere. Mentre mi avvicino a quello libero, mi leggo le recensioni di TripAdvisor, magari faccio dietrofront prima di entrare.
  9. Car sharing, Bike Sharing, Segway Sharing (pare che esista), insomma quelle cose lì. No, non avvicinarti a quella stazione di scambio, hanno già preso tutte le bici. Se segui la freccia rossa ti faccio vedere io dove ne è rimasta qualcuna. Visto? Ne è rimasta una. Oops, ora ho capito perché è rimasta solo quella.
  10. “Non è il caso che tu le proponga di andare a vedere Godzilla al cinema. E’ viola, non vedi? Ha il ciclo. Per stasera è sushi. Lo dice anche Glamoo con l’offerta in alto a destra”.
  11. Il tizio che stai incrociando è verde: ha visto su SkyGo la partita che stai registrando su MySky. Sì, vorrà dirti il risultato. Schivalo.
  12. Nel raggio di 300 metri ci sono 24 persone coi Glass. Magari a qualcuno va di ballare “Get Lucky”. Esclama “Dance GetLucky” e guarda in quanti raggiungono la pista virtuale e inforcano l’auricolare. Si, lo so, sono i più sfigati, ma negli anni ’90 lo dicevamo anche dei tipi alla Zuckerberg. Ci vuole pazienza.
  13. “Fabio, sono in campo da dieci minuti e non ti sei ancora presentato. Mi sto spazientendo”. “Ma non era ieri?” “Era oggi, cretino. Avevo pure comprato le palle nuove. Vabbè, metti gli occhiali, prendi la Google Racket e sgombra il salotto”.

Lo so, la Google Racket non esiste, ma mi sono fatto prendere la mano.

HTML5 e DRM, tra ideologia e realpolitik

Seguo da qualche giorno, non senza un certa perplessità, i termini della polemica sul “possibile dialogo” tra HTML5 e moduli DRM.  La faccio breve, i tecnici mi scuseranno: si tratta di un progetto del W3C, l’organismo preposto a determinare l’evoluzione dei Web Standards, per permettere ad HTML5 di dialogare con componenti esterne per la gestione dei diritti digitali, in modo da consentire la visualizzazione nel browser di contenuti protetti.

Dato il brodo culturale in cui è nato il progetto HTML5, in opposizione a piattaforme proprietarie come Flash e Silverlight, non era difficile prevedere la levata di scudi di tutto il movimento Open nei confronti del W3C. Esso infatti si oppone per principio  all’idea stessa di condizionare l’accesso a un “subset” dei contenuti disponibili sul web, e quindi – per usare un eufemismo – non vede di buon occhio le tecnologie che rendono possibile questa pratica.

Ancor più prevedibile è che alla testa di questa reazione che – senza alcuna connotazione dispregiativa – potremmo definire “ideologica”, si ritrovi Richard Stallman, a cui l’intero movimento deve molto per la forza della sua voce su fondamentali questioni di principio in momenti ben più critici di questo.

All’attuale grado di evoluzione del dibattito mi sembra però di poter dire che questi timori siano più che altro legati all’idea che si verifichi una certa previsione “balistica”, quella secondo cui questa scelta costituirebbe solo il primo passo verso l’integrazione forzata del DRM all’interno dei sistemi operativi. Un vero e proprio “turning point” dunque, che facendo breccia nella “città proibita” della Open Internet (il browser, e non le applicazioni per intenderci) finirebbe per inquinare l’intero ecosistema Open.

La mia impressione è diversa. Intanto, mi pare un po’ strano che un movimento che si professa “Open” fondi una sua presunta strategia difensiva sulla necessità di non dialogare con dei “pezzi di codice”, anche se questi servono a una certa industria per rendere economicamente sostenibile la distribuzione di alcuni contenuti.

E poi, mi verrebbe da pensare, quale sarebbe l’alternativa? Secondo Peter Bright se le major e i broadcasters fossero tenuti fuori da uno standard codificato ne creerebbero uno “de facto”, come sempre accaduto in passato. E il browser perderebbe proprio quel crescente ruolo di protagonismo agnostico e trasparente su tutti i  “connected screens” che rende straordinariamente potente l’intero progetto HTML5. Chrome e Firefox, per fare un esempio, perderebbero la capacità di fare concorrenza su tutti i connected devices agli App Stores, cioè quegli ambienti protetti dove gli utenti hanno già dimostrato una notevolissima disponibilità a pagare contenuti, non percependo il valore di una alternativa a quel tipo di ecosistema.

In definitiva, decidere di non dialogare con chi, nel proprio (morente) modello di business, vede il DRM come l’unica soluzione, al di là della rivendicazione identitaria e della scelta ideologica, non porterebbe alcun vantaggio, ma solo l’enorme svantaggio di rendere ancora più complessa la già non semplice operazione di “popolarizzare” il movimento Open. Che non riguarda solo il codice, ma anche i dati, i contenuti, la shared culture e tante altre cose interessanti di cui parleremo il 5 giugno all’Open Camp a un pubblico il meno autoreferenziale possibile.

Tra l’altro, per chiudere il cerchio, anche il questo caso i grandi brand che sponsorizzano il progetto del W3C, e in particolare Google, Netflix e Microsoft, stanno palesemente usando ancora una volta la bandiera del DRM per tranquillizzare le major, proprio come fece a suo tempo Apple con iTunes. Ma non possono essere così sprovveduti da non sapere (come ben racconta ManuSporny – e grazie ad Alessio Biancalana per la segnalazione) che per chi vorrà pervicacemente craccare questi moduli l’operazione non porrà particolari difficoltà tecniche. Sulla scorta della mia memoria storica, potrei aggiungere che ancora una volta il DRM viene ipocritamente utilizzato come foglia di fico per vendere internamente alla vecchia industria l’evoluzione verso una nuova forma di distribuzione dei loro contenuti, e con essa una minima prospettiva di sostenibilità economica.

Ma il terreno dello scontro tra nuovo e vecchio ecosistema non potrà certo essere quello dell’incomunicabilità forzata dei protocolli e dei linguaggi. Piuttosto, occorrerà far fare al tempo il suo mestiere di galantuomo. Grazie al browser (ma anche grazie alle Desktop Apps in HTML5) e più in generale grazie alle piattaforme di distribuzione aperte, le nuove generazioni avranno comunque un crescente accesso a un ecosistema di contenuti indipendenti. Questi ultimi, come ebbi modo di dire nel corso di un panel sui trend emergenti in occasione dell’ultima Social Media Week, potranno quindi trovare autonomamente i loro modelli di sostenibilità liberandosi di tutti gli elementi che trattengono il valore, remunerando sempre più la creatività (del contenuto ma anche del modello) e sempre meno chi si mette in mezzo a far pagare qualche inutile pedaggio.

Questa, secondo me, è la strada. Il resto sono solo battaglie identitarie che anche troppi danni hanno già arrecato in passato.

Il futuro oltre l’ostacolo

Non capita spesso di avere un’ora di tempo per esprimere il proprio pensiero sui temi che ti stanno più a cuore. I nuovi ecosistemi dei media, la convergenza tra Web e TV, i nuovi trend dei contenuti in rete. Al massimo può capitare di fare qualche comparsata a vari convegni o seminari, nel corso dei quali devi sintetizzare concetti di un certo respiro, con risultati spesso frustranti, specie se non si hanno grandi doti di sintesi.

Ci hanno pensato i formidabili Maria Petrescu e Jacopo Paoletti a fornirmi questa opportunità, dedicandomi una sfiancante (per loro, per me e soprattutto per voi) intervista video nell’ambito di un progetto davvero promettente, denominato Intervistato.com. Iniziativa ambiziosa, proprio perchè non si pone troppi “requisiti funzionali”, come la durata, sposando il principio per cui se una persona non avrà nulla di interessante da dire non la starai a sentire nemmeno se parla per soli trenta secondi. Una sfida, insomma.

E al di là della pur utilissima sintesi di 7 minuti (che vedete qui sopra), è stato proprio nella versione integrale che sono riuscito a spendere i miei famosi “two cents” su molte delle questioni all’ordine del giorno nel dibattito sugli ostacoli che si frappongono tra noi e un futuro mediatico che – in loro assenza – sarebbe davvero portata di mano. Nel farlo, ho potuto – tra le altre cose – rispondere alle belle domande di Alberto D’Ottavi e Gianluca Diegoli e citare l’opera di innovatori come Luca Alagna (per 140nn) e Francesca Gerardi (per il suo Tumblr).

Per comodità di fruizione pubblico quindi di seguito i link alle 5 parti della videointervista completa, con l’indicazione dei temi trattati su cui, come sempre, mi piacerebbe raccogliere le vostre impressioni nei commenti del post. Buona visione.

Prima Parte

La situazione dell’adozione dei social media da parte delle aziende: il conflitto tra i nuovi professionisti e gli opportunisti per tutte le stagioni. La transizione della comunicazione di massa dalle catene verticalmente integrate (giornali, radio, televisione) al web. Gli ostacoli: i “grandi rallentatori” e la concorrenza sul prezzo. Le peculiarità della situazione italiana e il ruolo chiave delle major sullo scenario internazionale.

Seconda Parte

La convergenza tra televisione e il Web: “il vero walled garden è il digital divide“. Il tema della nuova, emergente militanza sui temi digitali per l’ecologia dell’informazione.

Terza Parte

Il ruolo delle applicazioni nella nuova televisione. Il progressivo prevalere della leva della condivisione sulla mera fruzione del contenuto. Dagli User Generated Content agli editori distribuiti. Il ruolo dei content curators verso masse, gruppi e singoli individui. Dalla specializzazione verticale alla costruzione di senso orizzontale. Il residuo ruolo degli aggregatori di senso sociale. Il valore della conoscenza profonda e industrializzata della digital identity dell’utente.

Quarta Parte

I modelli di business della vecchia e della nuova televisione. La sopravvivenza dei palinsesti e la seconda vita, sulla televisione di flusso, dei canali generalisti. Lo spostamento del problema della libertà di informazione dall’ostacolo tecnologico al problema culturale. Le soluzioni di retroguardia (la docu-fiction) e di avanguardia (il citizen journalism autofiltrante). L’emergere della necessità di nuovi filtri e nuove malizie degli utenti nei futuri ecosistemi dell’informazione.

Quinta parte

L’illusione di avere tutto e subito: la rapidità del cambiamento tecnologico a fronte della lentezza della risposta dell’economia reale. Lo spostamento del valore, nelle nuove catene dei media, dall’area della distribuzione alla ownership del contenuto grezzo.