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Chiamala, se vuoi, RAItudine

sandra-mondaini

Ebbene sì, mi tocca parlare ancora della RAI. Ma stavolta non è per scongiurare con una petizione la cancellazione dei video d’archivio da YouTube, o per parlare di OTT-TV, Social TV, modelli di business e altri temi poco estivi.

No, questo è proprio un post sentimentalista, di quelli che si scrivono sotto l’ombrellone ripescando nei propri ricordi e nei propri istinti primari.  Il motivo di questa struggenza agostana è che la RAI, per un verso e per un altro, negli ultimi tempi è tornata far parte della mia vita, dopo qualche doloroso anno di “ok, ma restiamo amici”. E questo tipo di ritorni di fiamma, per uno che si spaccia per un freddo studioso degli ecosistemi dei media, può avere effetti collaterali dirompenti da un punto di vista emotivo.

Ripensandoci, il punto è che l’aver studiato la RAI e le sue evoluzioni, prima per gioco e poi anche per lavoro, è stata solo l’ovvia conseguenza di un mio desiderio infantile, e cioè un mondo in cui le persone – alla radio e alla televisione – avrebbero visto e ascoltato le cose più belle (sì, ho scritto proprio “più belle”, non a caso ho usato l’aggettivo “infantile”), e non quelle decise da un responsabile marketing della Findus.

Il che sposta da sempre la mia attenzione molto più sull’evoluzione delle radio e delle televisioni pubbliche, nel mondo, rispetto alle varie aziende televisive private, per le quali la missione è ovviamente e legittimamente fare profitti, a prescindere dal valore del contenuto.

Come ben sappiamo la RAI, negli ultimi anni, complici una serie di vicende politico-economiche più o meno note a tutti, ha finito per costituire una versione “sfigata” della televisione privata sia nel modello di business sia, come conseguenza, nella tipologia dei contenuti, allontanandosi notevolmente da questo tipo di utopia alla quale – almeno idealmente – il contratto di servizio sembra tutt’ora ispirarsi.

Lo scopo di chi ha indirizzato questa ormai trentennale deriva era precisamente e consapevolmente quello di far vincere il privato. E’ il privato, infatti, ad aver potuto in Italia operare in una sostanziale condizione di monopolio, e tutta l’operazione è stata resa ancora più facile dal sostanziale e tutt’ora perdurante dominio di un solo soggetto su tutta la raccolta pubblicitaria televisiva. Un dominio che permette a costui di stabilire non solo quali prodotti esistono, ma anche quali politici sono ancora in vita, quali fatti avvengono, quali problemi affligono il paese e quali sono le soluzioni a tali problemi. Se non abiliti quel modello, se non rispetti quel vincolo non vai in TV, quindi per gli italiani semplicemente non esisti.

Ora, io sono ben consapevole dell’argomento che qualcuno potrà opporre rispetto a questa premessa. Prima ancora di stabilire quale sia la missione di un servizio pubblico, e se davvero di un servizio pubblico radiotelevisivo vi sia bisogno, chi può salire su un piedistallo e stabilire cosa è un contenuto di valore e cosa non lo è? Non è forse questo intervento pretenzioso ad opera di una presunta élite intellettuale nel libero mercato dei contenuti a costituire in linea di principio l’infrazione di una libertà fondamentale dell’individuo, quella di nutrirsi dei contenuti (e dei valori) che vogliamo, proprio come ognuno ha il diritto di saccheggiare gli scaffali di junk food nei bar e nei supermercati?

Ecco, c’è un problemino. Questi ultimi trent’anni hanno dimostrato che questo  argomento è tutt’altro che ineccepibile, e ce lo dicono in primis i desolanti dati sull’analfabetismo di ritorno. Semmai tale tesi ha costituito l’alibi perfetto che ha permesso alla televisione pubblica di svuotarsi di tutto quel racconto dell’Italia e del mondo che grandissimi professionisti, almeno fino a tutti gli anni ’80, hanno provato a riversare nelle case degli italiani. Creando un linguaggio e persino una lingua comune, per cominciare, ma anche tanti motivi per stare insieme, per non guardarsi sempre e comunque in cagnesco sul pianerottolo, come pare oggi, nei tempi della crisi di sistema e dell’inevitabile, quotidiana “guerra dei poveri”.

E l’essere stati capaci, per tanti anni, di far scoprire agli italiani la cultura, il teatro, il cinema e persino di dare una rappresentazione alta della politica, al fianco di un intrattenimento leggero ma sempre “degno”, nel senso del rispetto dell’intelligenza del telespettatore, non fu – almeno a mio parere – solo merito di competenze e professionalità, ma anche di una pratica consolidata negli anni, quella che ho sempre chiamato “RAItudine“. Che poi è rimasto l’unico vero tratto distintivo del nostro servizio pubblico anche rispetto a quelli degli altri Paesi, animati in larga misura da propositi e missioni simili.

E che cos’è questa RAItudine di cui sto vaneggiando? Beh, in estrema sintesi potrei chiamarla quella capacità di rendere leggera e parte del nostro quotidiano quella stessa pesantissima missione e quegli stessi impegnativi propositi: educare il Paese, far scoprire la bellezza delle nostre diversità ai nostri stessi connazionali, consolidare la coesione sociale e il rispetto dei valori comuni attraverso la diffusione di uno stile e di un linguaggio comune.

Tutte cose che – si badi bene – nell’immediato dopoguerra non c’erano, e che quindi andavano inventate ex novo. Una operazione che richiedeva un fortissimo senso di responsabilità,  quella responsabilità che chi ha svuotato di senso il servizio pubblico sa bene di aver dovuto mettere da parte, magari con l’ipocrisia ormai ventennale dei bollini verdi e rossi che tutto e il contrario di tutto hanno fatto penetrare dal video direttamente nelle teste delle ultime generazioni.

Certo, i Bernabei che si inalberavano per le calze color carne delle gemelle Kessler erano davvero degli inguaribili e dannosissimi bacchettoni. Eppure dietro l’ingenuo scrupolo si celava proprio quella magica parola, “responsabilità”, che oggi, in virtù dell’inattaccabile alibi liberista, vorremmo rimuovere del tutto dalla tag cloud dei nuovi costruttori di immaginari, dei nuovi piani della rapprentazione di un Paese che forse ha paura del proprio essere “Paese Reale” (e infatti ne racconta un altro, che non è mai esistito).

La cosa affascinante che ho scoperto negli ultimi tempi, e che mi fa ancora sperare in un ritorno se non a quella RAI, che ha fatto ampiamente il suo tempo, a quel senso di responsabilità, è che i residui fossili della RAItudine hanno ben resistito a trent’anni di Pensiero Unico Berlusconiano e all’arrivo in massa delle sue truppe cammellate in tutti i luoghi di potere, RAI compresa.

Ricordate quando Sandra e Raimondo furono letteralmente comprati da quella che allora si chiamava “Fininvest”? Ce li ritrovammo eternamente vestiti lui in un clamoroso smoking, lei in un tripudio di paillettes obbligatorie, un po’ imbarazzati al centro di un lustratissimo studio milanese, quasi a voler essi stessi costituire l’unico motivo per farci cambiare canale. E infatti, privi di autori all’altezza e costretti a improvvisare (eh sì, il “Sandra e Raimondo Show” impallidiva di fronte al leggendario “Tante Scuse”), ci facevano cambiare due volte: la prima per andare su Canale 5, la seconda per tornare a guardare Benigni e Troisi sulle reti di stato.

Eppure proprio quella spregiudicatezza che i cugini d’oltralpe rispedirono al mittente (con tutto il cucuzzaro di “La Cinq”, che brividi) da noi trovò terreno estremamente fertile. Non ne potevamo più di Fanfani che ritardava l’arrivo della TV a colori (“gli italiani non possono permettersela in piena crisi petrolifera”), degli anatemi di Pasolini contro il consumismo che distruggeva la nostra innocenza. Perché noi quell’innocenza volevamo prenderla a martellate. Volevamo un mondo scintillante di soubrettes finalmente scollate proprio perché eravamo sessualmente repressi, perdendo così anche il treno di una vera liberazione sessuale di stampo mitteleuropeo, che invece quasi riuscì persino alla Spagna di Felipe Gonzales, ansiosa di liberarsi in fretta dalle pastoie di decenni di catto-franchismo.

Probabilmente si trattò di un passaggio obbligato. Il problema è che ne affidammo le redini a chi, come oggi sappiamo, pensava a tutt’altro. Mentre, per dire, nel 1969, quando fu allestita in RAI la diretta fiume per la conquista della luna, qualcuno che pensasse a noi, a noi telespettatori (e non al responsabile marketing della Findus, in prima battuta) c’era davvero.

E quindi, invece di copiare le musiche roboanti che contrassegnavano l’analoga moon coverage sulle privatissime CBS, ABC e NBC, c’era qualche assennato Capo Struttura che decise di attenuare l’enfasi, rilassarci con una sorta di musica d’ascensore mentre Andrea Barbato e Tito Stagno annunciavano i collegamenti con Cape Canaveral e le altre sedi collegate. Ecco, per farvi capire bene cosa intendo con RAItudine, vi invito a sbirciare le immagini di quella serata televisivamente perfetta, che – con tutti i vincoli tecnici dell’epoca – più di ogni altra cosa fa capire cosa e come dovrebbe essere un servizio pubblico quando racconta un evento di quella portata a una intera nazione. E in che modo la televisione fosse ancora in grado di incarnare il concetto di “responsabilità”.

Ebbene, la cosa che sto scoprendo in questi giorni è che l’eredità, o forse solo i residui fossili di quel tipo di indispensabili scrupoli nella televisione pubblica ci sono ancora oggi. Per esempio quando “sente” di dover adottare HTML5 nei formati dei video sul web. Oppure quando avverte l’obbligo di sperimentare l’interazione con altri schermi, quelli che la televisione privata guarda ancora con terrore. O quando ti inonda il salotto delle austere e mai interrotte note del quinto canale della filodiffusione, che oggi viene correttamente definito un canale di pubblica utilità.

Ma anche quando mette a disposizione in podcasting quasi tutte le più importanti rubriche radiofoniche, e non ha paura di usare questa parola nei richiami delle sigle finali  (“tutte le puntate sono disponibili in podcast”). Qualcosa resterà, pensa la testa del broadcaster, e magari qualche nipote potrà spiegare alla nonna come non perdere più una puntata di Fahrenheit.

E infine quella RAItudine ancora salta meravigliosamente fuori quando un pioniere del Web 2.0 come Antonio Sofi chiama a raccolta, fin dentro i teatri di posa di Via Teulada, un manipolo di twittaroli (il neologismo è della formidabile Celestina Pistillo), con l’intento di  movimentare i talk show della prima serata. Forse l’unico modo, far entrare la Rete fin dalla concezione del format, per aprire un programma come Millennium alle suggestioni e alle provocazioni di Twitter, non più e non solo un rutilante esercito di aforisti da strapazzo, ma anche una arena di vox populi in tempo reale.

Ecco, io vorrei tanto che dalla tenacia dei consapevoli e inconsapevoli, vecchi e nuovi vessilliferi della RAItudine, dell’amore per il Pubblico, del primato dello scrupolo sul modello di business imparassimo anche noi, anche noi blogger o quello-che-siamo-diventati che, lasciatemelo dire, secondo me continuiamo a scrivere e a pubblicare le cose migliori proprio quando nessuno ci paga, o meglio quando ci appaga il senso di libertà e il voler bene a chi ha la bontà di seguirci.

Perché è del tutto legittimo scrivere, parlare in pubblico, salire su un palco per essere notati e alla fine anche meritatamente ingaggiati da una radio, da una televisione o da una casa editrice. Ma quando vi leggo, che poi è un po’ come guardarvi negli occhi, le cose più belle mi arrivano quando le pensate, o le “sentite”, libere – e quindi gratis.  Per me che vi leggo e – ahimé – anche per voi che le scrivete.

E non, per intenderci, quando qualcuno vi mostra i lontani bagliori delle paillettes di una imbarazzatissima Mondaini, ma solo dopo aver stilato l’inesorabile e antichissimo elenco delle regole per farvi “funzionare”.

 

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Rai, i buoi sono scappati ma va bene così

rai2Certe battaglie – come quella di chi si ostina a trattare i diritti sui contenuti digitali con gli stessi strumenti dei contenuti analogici – sono ormai perse. Lo hanno capito quasi tutti, nel mondo. La major discografiche, per prime, scendendo a patti con chi – come Apple – prometteva di poter stringere nuovi cordoni, al prezzo di un flusso di ricavi molto ridotto rispetto ai tempi d’oro. Le case editrici, ora inginocchiate di fronte a un nuovo intermediatore di piattaforma (Amazon) più o meno dietro la stessa promessa, e alle stesse condizioni.

Con la TV, specie quella privata, è più difficile. Non a caso mentre la RAI ha trovato un accordo con Google per avere una quota dei ritorni pubblicitari su You Tube (anche sui contenuti “rippati” illegalmente dalla televisione pubblica) Mediaset è ancora ferma alle minacce e alle carte bollate.

Non c’è da sorprendersi. La cultura del modello della televisione commerciale è molto distante da qualsiasi prospettiva di cambiare il paradigma nell’era di internet. La televisione pubblica, invece, ha una cosuccia che la contraddistingue: si chiama “contratto di servizio“, ed è ciò che ci ricorda che è nostra. Un pezzo di carta dove sta scritto che la RAI deve rendere disponibile a tutti i cittadini italiani la fruzione dei contenuti da lei trasmessi su tutte le piattaforme che la tecnologia rende via via disponibili. Compreso il web. Poi, sta naturalmente alla RAI dotarsi di tutti gli strumenti che impediscano l’appropriazione indebita di questi contenuti, ma questo non deve limitare “la fruizione”.

Ora, la vicenda SKY/TVSAT ci insegna che non è il caso di dormire sugli allori. Sulla tecnologia satellitare, la RAI può imporre un proprio decoder, e alla fine – nonostante vari ricorsi in tutte le sedi legali anche internazionali, la piattaforma SKY non può ritrasmettere i canali del digitale terrestre, con l’argomento che non si poteva arricchire l’offerta di un concorrente.

Ma quello – lo ammettiamo – era un caso limite. Diverso è il caso dei portali “ufficiali” che ospitano i live stream dei canali televisivi. La RAI, in questo, è stata molto più veloce di Mediaset col suo portale Rai.tv. All’inizio, l’adozione di Silverlight (e di Microsoft.net) come piattaforma per il DRM suscitò qualche malumore. Poi ci si rese conto che Flash era ormai prossimo a tirare le cuoia, e il tema sembrò superato.

Chi voleva pervicacemente scaricare sul proprio hard disk, in modo illegale, i video della RAI poteva farlo seguendo le istruzioni dei parecchi tutorial che iniziarono a comparire su YouYube. Ma la quota dei “pirati” disposti a un tale sbattimento non superava mai la soglia “bittorrent”, la stessa che oggi mostra a major e broadcasters che la pirateria ha già saturato il “suo” mercato, rispetto alle molte offerte legali (come iTunes e Netflix) che ormai sono disponibili in rete. In sostanza si è scoperto che la stragrande maggioranza degli utenti è più che disposta a pagare un’offerta legale di contenuti via web pur di non dover imparare a diventare “pirata”.

Tutti felici e contenti? Manco per niente. Negli ultimi anni, infatti, le tecnologie per un web aperto (come HTML5) sono diventate degli standard “de facto” anche per il video. Tutti gli smartphone e tablet (che supportano HTML5) hanno ormai preso una bella quota delle fruizioni video totali, determinando il famoso “furto di attenzione” rispetto al primo schermo che terrorizza i broadcaster.

E – tornando alla RAI – se il servizio pubblico intende rispettare il contratto, deve permettere a ogni cittadino italiano possessore di un device mobile di accedere atutti i contenuti di Rai.tv senza limitazioni sulla piattaforma. Ora, però, la piattaforma non è solo il portale. E’ anche il sistema operativo, per esempio iOS e Android. Sono i linguaggi supportati, come HTML5. E’ anche il browser, per esempio Firefox.

Ecco, appunto: HTML5 e Firefox. Non sono in molti a rendersi conto di quanto sia importante che queste due componenti, che hanno ormai una quota di diffusione così alta siano componenti a sviluppo Open Source.

Infatti da un lato la RAI (ma anche molti altri produttori di contenuti) non possono esimersi dall’adottarle, proprio per la loro diffusione, e non solo per una questione di “contratto di servizio”. Ma dall’altro la comunità potrà continuare a sviluppare funzionalità su Firefox e HTML5 senza dover chiedere il permesso a nessuno.

E’ per questo che – anche se con una funzione seminascosta – Firefox permette sui player HTML5 di scaricare il contenuto del video, come ho scoperto per caso l’altro giorno (e subito segnalato) guardando una bellissima puntata di “Sostiene Bollani” su Rai.tv. Da un tablet o uno smartphone, è sufficiente tenere premuto il player per vedere apparire queste funzioni.

raiScegliendo “Salva video” il device inizia a scaricare un enorme file con estensione “.htm”, che – rinominato in “.mpg” può poi essere visto in locale, come ogni altro video memorizzato sul device. E’ illegale, come quando si seguono le istruzioni dei tutorial pirata? No, non lo è. Perché la RAI supporta quella tecnologia in tutte le sue componenti, e quelle funzionalità sono previste da quelle componenti.

Ora, sono sicuro che esiste un modo per impedire “a monte” che i file video vengano scaricati. In questo modo, però, il broadcaster adotterebbe una versione “spuria” delle funzionalità della piattaforma di distribuzione, e violerebbe il contratto di servizio proprio come nel caso-limite di TVSAT.

Ma sono sicuro che, avendo gli esperti della RAI capito da tempo che ciò che interessa alla stragrande maggioranza delle persone è la fruizione, e non il possesso dei contenuti (lo dicono i report degli analisti che noi non siamo come i tedeschi, per fortuna), non sarà adottato alcuno stratagemma di questo tipo.

A meno che qualcuno non pensi di fare carriera illudendo qualche capo struttura con una pezza di durata molto, ma molto breve.

HTML5 e DRM, tra ideologia e realpolitik

Seguo da qualche giorno, non senza un certa perplessità, i termini della polemica sul “possibile dialogo” tra HTML5 e moduli DRM.  La faccio breve, i tecnici mi scuseranno: si tratta di un progetto del W3C, l’organismo preposto a determinare l’evoluzione dei Web Standards, per permettere ad HTML5 di dialogare con componenti esterne per la gestione dei diritti digitali, in modo da consentire la visualizzazione nel browser di contenuti protetti.

Dato il brodo culturale in cui è nato il progetto HTML5, in opposizione a piattaforme proprietarie come Flash e Silverlight, non era difficile prevedere la levata di scudi di tutto il movimento Open nei confronti del W3C. Esso infatti si oppone per principio  all’idea stessa di condizionare l’accesso a un “subset” dei contenuti disponibili sul web, e quindi – per usare un eufemismo – non vede di buon occhio le tecnologie che rendono possibile questa pratica.

Ancor più prevedibile è che alla testa di questa reazione che – senza alcuna connotazione dispregiativa – potremmo definire “ideologica”, si ritrovi Richard Stallman, a cui l’intero movimento deve molto per la forza della sua voce su fondamentali questioni di principio in momenti ben più critici di questo.

All’attuale grado di evoluzione del dibattito mi sembra però di poter dire che questi timori siano più che altro legati all’idea che si verifichi una certa previsione “balistica”, quella secondo cui questa scelta costituirebbe solo il primo passo verso l’integrazione forzata del DRM all’interno dei sistemi operativi. Un vero e proprio “turning point” dunque, che facendo breccia nella “città proibita” della Open Internet (il browser, e non le applicazioni per intenderci) finirebbe per inquinare l’intero ecosistema Open.

La mia impressione è diversa. Intanto, mi pare un po’ strano che un movimento che si professa “Open” fondi una sua presunta strategia difensiva sulla necessità di non dialogare con dei “pezzi di codice”, anche se questi servono a una certa industria per rendere economicamente sostenibile la distribuzione di alcuni contenuti.

E poi, mi verrebbe da pensare, quale sarebbe l’alternativa? Secondo Peter Bright se le major e i broadcasters fossero tenuti fuori da uno standard codificato ne creerebbero uno “de facto”, come sempre accaduto in passato. E il browser perderebbe proprio quel crescente ruolo di protagonismo agnostico e trasparente su tutti i  “connected screens” che rende straordinariamente potente l’intero progetto HTML5. Chrome e Firefox, per fare un esempio, perderebbero la capacità di fare concorrenza su tutti i connected devices agli App Stores, cioè quegli ambienti protetti dove gli utenti hanno già dimostrato una notevolissima disponibilità a pagare contenuti, non percependo il valore di una alternativa a quel tipo di ecosistema.

In definitiva, decidere di non dialogare con chi, nel proprio (morente) modello di business, vede il DRM come l’unica soluzione, al di là della rivendicazione identitaria e della scelta ideologica, non porterebbe alcun vantaggio, ma solo l’enorme svantaggio di rendere ancora più complessa la già non semplice operazione di “popolarizzare” il movimento Open. Che non riguarda solo il codice, ma anche i dati, i contenuti, la shared culture e tante altre cose interessanti di cui parleremo il 5 giugno all’Open Camp a un pubblico il meno autoreferenziale possibile.

Tra l’altro, per chiudere il cerchio, anche il questo caso i grandi brand che sponsorizzano il progetto del W3C, e in particolare Google, Netflix e Microsoft, stanno palesemente usando ancora una volta la bandiera del DRM per tranquillizzare le major, proprio come fece a suo tempo Apple con iTunes. Ma non possono essere così sprovveduti da non sapere (come ben racconta ManuSporny – e grazie ad Alessio Biancalana per la segnalazione) che per chi vorrà pervicacemente craccare questi moduli l’operazione non porrà particolari difficoltà tecniche. Sulla scorta della mia memoria storica, potrei aggiungere che ancora una volta il DRM viene ipocritamente utilizzato come foglia di fico per vendere internamente alla vecchia industria l’evoluzione verso una nuova forma di distribuzione dei loro contenuti, e con essa una minima prospettiva di sostenibilità economica.

Ma il terreno dello scontro tra nuovo e vecchio ecosistema non potrà certo essere quello dell’incomunicabilità forzata dei protocolli e dei linguaggi. Piuttosto, occorrerà far fare al tempo il suo mestiere di galantuomo. Grazie al browser (ma anche grazie alle Desktop Apps in HTML5) e più in generale grazie alle piattaforme di distribuzione aperte, le nuove generazioni avranno comunque un crescente accesso a un ecosistema di contenuti indipendenti. Questi ultimi, come ebbi modo di dire nel corso di un panel sui trend emergenti in occasione dell’ultima Social Media Week, potranno quindi trovare autonomamente i loro modelli di sostenibilità liberandosi di tutti gli elementi che trattengono il valore, remunerando sempre più la creatività (del contenuto ma anche del modello) e sempre meno chi si mette in mezzo a far pagare qualche inutile pedaggio.

Questa, secondo me, è la strada. Il resto sono solo battaglie identitarie che anche troppi danni hanno già arrecato in passato.

Context is King, Content is Apps

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E se fossero proprio le tecnologie aperte come HTML5 a permettere ai creatori di contenuti di stabilire autonomamente i loro modelli di business?

Se fossi riuscito, col mio coloratissimo Prezi a seminare un dubbio di questo tipo tra gli avventori del Media Web Symposium di Berlino, lo considererei già un successo trionfale. Per ben due giorni la kermesse organizzata dal Fraunhofer Institut sulle tecnologie d’interazione applicate all’industria dei contenuti si è concentrata su fenomeni “di processo”: la connected TV, il multiscreen, la ricerca di uno streaming davvero “agnostico” rispetto a chi lo diffonde sul Web.

Ma rimaneva un grosso “buco” al centro del programma, quello su come queste evoluzioni tecnologiche si incontrano (o ignorano) i nuovi trend d’uso, e soprattutto come possono abilitare ecosistemi del tutto inediti, non necessariamente governati da vecchi e nuovi aspiranti “padroni del vapore”.

E in quello spazio mi sono infilato io, con la scusa di concedere una tregua a un pubblico forse in vena di staccare per un attimo dal tema dei linguaggi di programmazione e degli standard.

Nel mio speech ho provato a percorrere un pezzo di passato fino a un possibile futuro: dal 1990 al 2020, con al centro una fotografia del momento che stiamo vivendo, il 2013.

Si passa quindi da un ecosistema bloccato (1990), in cui il modello “sussidia” in prima istanza i detentori dell’infrastruttura distributiva, che possono così dettare regole, vincoli e modelli di business per tutti gli altri attori a monte della catena, a cominciare dai Content Owners…

…a una fase, quella attuale (2013), in cui nuovi soggetti provano a sostituirsi ai vecchi “tycoon”, facendo valere i propri asset non duplicabili (la piattaforma, il device, i contenuti mainstream)…

…per sbarcare in un 2020 dove appare un nuovo ecosistema che ancora non si sostituisce al vecchio, ma progressivamente sottrae eyeballs, attenzione e quindi fonti di ricavo ai modelli precedenti, facendo soprattutto leva sul “senso” del contenuto (“Context is King”).

La straordinaria resistenza al cambiamento di TV, Radio, Giornali e Libri è solo scalfita dai newcomers, il cui principale fattore di successo, nel conseguire una sostenibilità economica, è allearsi coi nuovi player che sul Web spingono verso linguaggi, codec, pratiche aperte e non controllabili da pochi soggetti. L’area del sussidio si allontana dai distributori e per la prima volta si avvicina al content provider indipendente, che è libero di studiare il format insieme al nuovo meccanismo di remunerazione. Per esempio, all’interno di una App “agnostica” rispetto alla piattaforma, e in grado (magari grazie a HTML5) di girare su qualsiasi browser. Sullo sfondo, le nuove esigenze di consumatori ormai smaliziati, che da un lato si tuffano nella “diversity” offerta dal Web, dall’altro confermano di usare i social media per i grandi, irrinunciabili momenti di aggregazione.

Il video in italiano, registrato pochi giorni prima alla Social Media Week, è qui. I vostri commenti sono più che mai graditi.