Rimini, la transizione al rallenty

Questa è la volta che capirò se scrivere un post sul divano a piedi scalzi, con un bassotto che te li lecca tutto il tempo, può essere fonte d’ispirazione.

Vorrei scrivere il classico sbrodolone a consuntivo della Blogfest, nessuno mi ha obbligato, ma il punto è che i molti confronti “live” con le persone incontrate sul posto mi hanno schiarito le idee su alcune cose che ho sempre pensato e che finora avevo elaborato solo in parte.

Gianluca sa cosa penso della sua creatura, dai tempi delle prime edizioni. Ne abbiamo parlato più volte francamente, senza ipocrisie. Per me è troppo allineata agli stili della comunicazione televisiva per poter essere una vera festa della Rete. Lui ribatte che in Italia c’è ancora troppo strada da fare per gettare il cuore oltre l’ostacolo e rinnegare i linguaggi, i tormentoni, i riflessi condizionati della TV. Alla fine ciascuno rimane della sua opinione, ma siccome siamo nella stessa barca  (nei rispettivi ruoli) alla fine bisogna stare tutti e due a testa bassa, e pedalare. OK, facciamo che la barca è un pedalò – ma ci siamo capiti.

Certo, dispiace confrontare la realtà italiana con gli USA, dove il festival SXSW (nato come un raduno di sviluppatori) è diventato negli anni una straordinaria kermesse di tutta la cultura indipendente, dal cinema alla musica, alla letteratura, al giornalismo, ecc. Mentre laggiù internet è considerato un volano di tutti questi movimenti, che entrano progressivamente in concorrenza coi fenomeni di massa costruiti da major e broadcaster, qui da noi è l’esatto contrario: l’evento più “vissuto” dalla socialsfera ha senso nella misura in cui “risuona” negli strapuntini concessi ai protagonisti su giornali, radio e TG (la famigerata “rassegna stampa”).

Questo – si badi bene – è un mio punto di vista personale, ma non riesco a passarci sopra. In fondo a me non interessa troppo “la purezza di “Internet”, “la net neutrality contro i walled garden” o “HTML5 contro gli App Store”. A me interessa tutto ciò che può far crescere musica, cinema, spettacolo, cultura, informazione indipendente. Se poi volete chiamarla “cultura digitale”, fate pure: io me la cavavo benissimo anche captando le community radio in onde medie o facendomi spedire i vinili dall’estero.

Ora, semplicemente, sarebbe più facile. Peccato che i tesori della cultura digitale, ovviamente, sono tutti molto lontani da casa. Si scovano nei podcast di oscure radio universitarie canadesi, nei canali youtube dei “nuovi miagolatori” di BaebleMusic, nella splendida serie House of Cards (un prodotto televisivo del tutto ortodosso, ma prodotto autonomamente da Netflix, senza interferenze), nel formidabile video magazine di Gestalten.tv, solo per citare qualche caso particolarmente eclatante.

Il punto è che non è facile convincere gli sponsor di un evento come la Blogfest senza usare i loro parametri, le loro misurazioni. Nel mio piccolo, insieme ad altri colleghi molto motivati sto provando a far passare in azienda altri elementi di valutazione che non siano sempre e solo quelli della pubblicità tabellare, ma non è facile. E allora, come ben sanno gli amici di Macchianera, occorre arrivarci per gradi, correggere il tiro, battere altre strade.

La cosa migliore dell’edizione di quest’anno è stata, guarda caso, il respiro più ampio. Il WriteCamp (a mio avviso la sezione più pregiata del pur ricchissimo programma) ha avuto uno spazio adeguato, con la domenica non più relegata a “giornata povera” della manifestazione. Ci sono stati dibattiti di alto livello (formidabile quello con Calabresi e Gramellini, due modi molto diversi di strappare applausi – direi), c’è stato l’enorme filone del food, c’è stata soprattutto una gigantesca carrambata collettiva. Eh sì, perché se Riva del Garda è sempre stato un “ri-trovo” dei blogger della prima ora, Rimini è stata la fiera del “trovo e finalmente ti conosco”. Si è registrata una netta maggioranza, per capirsi, di “quelli che io alla Blogfest non c’ero mai venuto e mi sembra stupenda”, quasi stupiti dell’eco di tutte le polemiche e i veleni pregressi maturati in troppi anni di autoreferenzialità e di chiusure a riccio. Da solo, questo risvolto giustifica il trasferimento nella più raggiungibile ed accogliente riviera romagnola.

Poi vabbè, il rischio del millesimo panel schiacciato tra neo-luddisti e tecnofatalisti è sempre dietro l’angolo. Però la sensazione è sempre quella: mondi, ambiti, contesti (sto provando a non scrivere “caste”) che sentono la loro professionalità minacciata dai nuovi modi di fare le cose con la rete. Gente che piuttosto di ammettere di doversi spostare di un millimetro (dalla propria Olivetti Lettera 22, dal borderò, dal centro media, dal comunicato stampa, dall’inviato barricato nella suite dell’Hilton di Nairobi col giubbotto Wrangler comprato a Piazza Vescovio) preferisce stare a guardare il meteorite dello Yucatan che diventa sempre più grande sulla propria testa.

Proprio ieri leggevo un libro sulla storia dei trasporti pubblici a Roma. Pare che quando furono introdotti i tram elettrici (mentre i primi tram erano trainati sulle rotaie da cavalli) i conducenti delle vecchie vetture, pur essendo i naturali candidati a guidare quelle nuove, si rifiutavano di sottoporsi a quel minimo di riconversione professionale necessaria per affrontare la transizione. Secondo loro, gli utenti del servizio avrebbero dovuto continuare ad apprezzare la loro competenza nella gestione delle stalle e dei depositi per le vettovaglie degli animali da traino. Gli utenti avevano in realtà solo bisogno di un trasporto pubblico più efficiente, di vetture più veloci, di strade più pulite. Così le compagnie di tram non ci misero più di tanto ad assumere conducenti nuovi.

Ecco, a me i vari Gramellini e Merlo, quando si scagliano contro twitter, fanno lo stesso effetto dei conducenti-stallieri. Sono degli straordinari, impareggiabili conducenti, ma si rifiutano di abbandonare i cavalli e la biada.

Chissà per quanto, alla blogfest o eventi simili, continueremo ad assistere a discussioni su transizioni che non vanno più nemmeno raccontate, perché sono sotto gli occhi di tutti. A meno che non ci si esalti nell’osservare un declino ripreso in super-slow motion. Dove la scena al rallentatore, col meteorite che si avvicina e alla fine si schianta al suolo, avviando un inverno lungo mille anni, la manda in onda la sapiente regia del festival. Proprio perché il pubblico – in fondo – non aspetta altro.

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