Dott. Merlo, mi dispiace ma Twitter è un’altra cosa

Egregio Dottor Francesco Merlo, sgombriamo subito il campo dagli equivoci: lei è un grande giornalista. Grazie alle argute e puntuali analisi sue e dei suoi valenti colleghi di “Repubblica”, abbiamo potuto esplorare quotidianamente il ventre molle del berlusconismo, responsabile nell’ultimo ventennio della più devastante involuzione culturale del nostro Paese. Se un giorno l’informazione italiana vedrà rispuntare il sol dell’avvenire, lo dovremo in larga misura al lavoro suo e degli altri pochi giornalisti riusciti a sfuggire alle logiche di questo sciagurato scorcio di storia.

Leggendo il suo articolo di oggi su Twitter, però, appare purtroppo chiaro che Lei ritenga le sue indiscusse qualità professionali sufficienti a parlare diffusamente di qualcosa (Twitter e Internet più in generale) che nessuno può pensare di conoscere per il semplice fatto di saperlo usare. E’ questo un equivoco in cui cadono illustri rappresentanti di tante industrie che la grande Rete sta obbligando a mettersi in discussione, a cominciare proprio dall’editoria.

Il fatto che sia io sia lei siamo in grado di gestire un account twitter, di creare un blog su wordpress, di gestire una pagina Facebook non significa comprendere compiutamente il loro impatto sul sistema dell’informazione. Non significa, per farla breve, che siamo “esperti”, o che “possiamo scrivere un articolo di analisi su twitter”.

Faccio un esempio. Quando lei sostiene che twitter ci ha trasformati in un esercito di aspiranti Flaiano, per il fatto di costringere tutti a un aforisma di 140 caratteri, dimostra di non sapere che quella sparuta (ma influente) minoranza di persone che usa twitter per informare non twitta “messaggi”, ma link ad altri contenuti: foto, video, e ovviamente articoli di approfondimento. Twitter, per intenderci, è usato come strumento di “content curation”, e non a caso gli account più popolari non sono quelli di chi mette in fila gli aforismi più sagaci, ma quelli che nel tempo hanno guadagnato l’autorevolezza e la credibilità di chi seleziona solo contenuti validi, svolgendo un vero e proprio ruolo editoriale. Il ruolo, per intenderci, che sarebbe il vostro.

Il fatto che molti politici, personaggi illustri e financo giornalisti, nell’usare twitter si facciano stregare dal “flaianismo d’accatto” non significa che siano questi gli usi che devono essere presi a modello. Se costoro hanno molti iscritti, lo devono alla loro notorietà pregressa acquisita ben lontano dalla rete (la politica, la televisione, gli stessi giornali).

Insomma non mi pare che il fenomeno twitter lo abbia centrato con grande rigore giornalistico, come del resto accadde a suo tempo coi blogger, che per anni ha definito dei frustrati che passano la loro vita a scrivere rinchiusi nelle loro camerette, spesso facendo le pulci ai giornali non essendo riusciti a diventare ciò che avrebbero voluto (e cioè giornalisti come lei). Ebbene, a questo proposito potrà forse stupirla scoprire alcune cose.

Per cominciare, la definizione “blogger” è sbagliata dall’inizio. Essa infatti potrebbe descrivere, indifferentemente:

  1. chi ha un account su WordPress o altra piattaforma di blogging che magari ha utilizzato una volta sola per poi subito scocciarsi;
  2. chi ha un blog popolarissimo in quanto ben noto grazie ai mezzi di comunicazione tradizionali (cantanti, attori, ovviamente giornalisti, ecc.);
  3. chi – eh si, esistono – ha guadagnato un pubblico di lettori su un blog semplicemente perché scrive bene o scrive cose di valore.

Ebbene, soffermiamoci per un attimo su quest’ultimo segmento di persone, e proviamo a chiamarle “i letti”. Costoro non solo non vivono rinchiusi nelle loro camerette, ma spesso cercano di conoscere di persona chi popola la loro piccola o grande community: per affinità, per un salutare scambio di idee, o semplicemente perché è bello farlo. Altra sorpresa sconvolgente: per il fatto stesso di avere un piccolo o grande seguito, solo pochi – tra costoro – intendono trasformare il blog (o l’account twitter, o quello che è) in un lavoro o in una fonte di reddito, diventando per esempio scrittori o giornalisti. La stragrande maggioranza di loro, infatti, hanno solo scoperto di poter entrare in questo modo in contatto con persone piene di idee, di talento, di cose belle.

Allo stesso modo, me lo permetterà, ci sono molte persone che per anni sono state “lette” semplicemente perché avevano a disposizione una tipografia e una distribuzione in migliaia di edicole. Non so che fine farebbero questi ultimi se oggi si misurassero ad armi pari col vero talento dei “letti” (io sospetto che sparirebbero in un amen, ma forse sono di parte). Perché idee, talento, cose belle arrivano non solo dai giornali, dai libri, dalle radio, dalle televisioni, ma anche da una cosa che sta là fuori, che si chiama “Internet” e che non si nutre solo dei derivati dei mezzi di comunicazione tradizionali, ma inizia ad avere una vita propria, che magari sarebbe meglio esplorare con più attenzione.

Insomma, così come all’ultimo Festival di Perugia mi chiesi come mai il giornalismo tradizionale avesse il brutto vizio di prendere ad esempio una parte di internet per descrivere il tutto e dimostrare una tesi precostituita (“Grillo è il web = Grillo è il male = Il web è il male”), anche stavolta la ritrovo ad occupare una intera pagina di un quotidiano nazionale per dare rilevanza ad account twitter gestiti male da persone che non hanno compreso questo strumento. Politici, giornalisti, celebrità che – lo capisco – fanno notizia con le loro gaffe, ma non vedo cosa c’entri la constatazione della loro imperizia col giudizio complessivo del mezzo.

Il sospetto è che dietro questo tipo di pre-giudizio vi sia il terrore che l’unica chance di sopravvivenza del vecchio giornalismo sia raccontare “una certa storia” alla metà del paese che ancora oggi va solo in edicola. Del resto, se in spiaggia mi sono imbattuto nel suo pezzo di oggi è stato solo perché non volevo che la sabbia entrasse nel mio tablet dove di norma leggo cose molto più interessanti con aggregatori come Flipboard. Dove trovo (tutti insieme, e chissà come mai non mi dà alcun fastidio) un fondo del Wall Street Journal, un post di un mio amico “blogger”, un tweet con un link interessante, le migliori foto e i migliori video del giorno. Tutti contenuti scelti su misura per me. Scelti non solo da astrusi algoritmi, ma da gente che mi conosce personalmente, che sa cosa ha davvero “senso” per me, a prescindere dalla carta, dalla piattaforma, dai 140 caratteri o dalle 5 cartelle o dalle 30.000 battute.

Se le cose stanno così, se la vostra ultima trincea è davvero l’estremo tentativo di popolarizzare questi pregiudizi sui nuovi strumenti, temo proprio, caro Dr. Merlo, che per difendere il vostro business abbiate bisogno di qualcosa di più articolato di una strategia così miope. E non parlo solo del rischio che qualcuno inventi il tablet a prova di sabbia.

15 risposte a “Dott. Merlo, mi dispiace ma Twitter è un’altra cosa

  1. Davvero un ottimo articolo, i miei complimenti.
    Una volta lessi “una parziale conoscenza è causa di sciagura” …
    Ma in casi come questo, sembra che ci sia proprio voglia di non approfondirsi affatto e non mi pronuncio sul perché…. vorrei ancora credere che è semplice ignoranza, per quanto anch’essa inconcepibile.

  2. Il post tuo post mi è molto piaciuto, ma non ho trovato che l’Egregio Dottor Francesco Merlo nel suo articolo si spacciasse per fine conoscitore del mezzo twitter. Piuttosto critico con coloro i quali, in particolare i politici, non sanno usare lo strumento, ovvero non sanno comunicare.
    Ciò detto, se non ci fossero stati i social, io non t’avrei mai letto. E tutto il resto è aria fritta.
    buona domenica.

    • nemmeno io mi spaccio per un esperto di pneumologia. e infatti non ne scrivo.

    • dimenticavo: grazie e buona domenica anche a te🙂

      • Mi hai messa in crisi! Di pneumologia non parlo manco io, ma di cose che non conosco spesso sì. Critiche a film (pur se non son regista), a libri (non sono scrittrice), comportamenti umani (non sono psicologa), commenti sulla politica di cui so solo quel che viene detto in tv.
        E potrei continuare, ma mi vergogno.
        Se poi vogliamo dire che quel che conta è la piattaforma da cui il mio pensiero viene diffuso e/o la mia presupposta conoscenza dell’argomento agli occhi dei terzi. Allora mi tranquillizzo, però mi son data la risposta da sola. E manco conosco bene l’argomento.

      • il punto è proprio quello, paola. tu parli giustamente di cose chen “fruisci”. Merlo scrive continuamente di twitter in quanto giornalista. è come se un dentista potesse parlare di avionica perché è un dentista e non un oftalmico🙂

  3. Eccellente post e in questo mi unisco ai commenti precedenti.
    Leggendo l’articolo di Francesco Merlo, tuttavia, più che un attacco tout court a Twitter, all’impiego distorto che se ne può fare e all’ironia del “grazie Twitter..” mi è parso di intuire un latente “cerchiobottismo” : da un lato (cito) “il tweet non è un gioco ma la forma più moderna della comunicazione”, dall’altro “Ecco giudicate voi quanto valgono gli epigoni su Twitter”, della serie “Twitter funziona, ma …”, “Twitter non va bene, ma …”, c’è chi lo usa bene e chi lo usa male ..” Ma va? Lapalisse reclamerebbe i diritti d’autore.
    Atteggiamento questo forse peggiore, a mio avviso, di una dichiarazione chiara.
    Per il resto, quoto tutta la tua analisi e ribadisco i complimenti.
    Buona serata.:)
    Primula

    • grazie🙂 storicamente, la reazione dei media verticalmente integrati contro i nuovi strumenti del web riguarda un loro tratto comune: l’inversione del flusso, alla quale alcuni hanno trovato una risposta (il guardian, ad esempio) altri hanno opposto una levata di scudi, proprio quella che va in scena da anni a Perugia e di cui Merlo è il portabandiera. vedremo quanto dura.

  4. bel commento, complimenti. Concordo con te e disapprovo chi-demonizza la rete.

  5. Ho scordato di chiederti se posso ribloggare il tuo articolo. Mi interessa molto l’universo di Twitter e le suggestioni che può provocare. Lo domando perché mi è capitato che qualcuno non gradisse il reblog e, pur non capendo le motivazioni, mi sono adeguata.
    Grazie.:)
    Primula

    • certo, anzi ti ringrazio. poi approfondiremo il caso di quelli che non amano essere ribloggati (nemmeno citando la fonte???)

      • L’onestà intellettuale richiede che si citi la fonte, sempre, almeno questo per me è un must. E vale anche su Twitter, già che ne stiamo parlando. Quanti tweet non originali ho letto, anche da parte di giornalisti o presunti tali!
        Inoltre il reblog dovrebbe essere accompagnato da un commento che lo motiva. Non so se sei d’accordo.
        Per quanto riguarda chi non ama il reblog, credo che molti si sentano proprietari di ciò che scrivono mentre io penso che nel momento stesso in cui mettiamo parole nero su bianco, queste non ci appartengono più. Diventano patrimomio di tutti. Ed è questo il fascino della scrittura.

  6. L’ha ribloggato su Ma bohèmee ha commentato:
    L’ universo di Twitter è per me affascinante.
    La struttura stessa del microblogging si presta a varie letture anche in chiave letteraria, come già ho proposto in un precedente post in cui l’ho associato, proprio per l’organizzazione dei suoi contenuti, alla Comédie Humaine di Balzac.
    Questo articolo offre eccellenti spunti per un’analisi ulteriore nella medesima direzione, quella dell’associazione che io personalmente vedo tra nuove forme di comunicazione e letteratura come se Twitter fosse una sorta di New Web Novel.

  7. Ciao Antonio,
    Mi era balenata in mente l’idea di fare del ris-post di fine estate un rito consolidato – tanto più che anche stavolta, come già l’anno scorso, mi trovo a difendere chi non avrei mai pensato (oddio, forse il pulcino Pio mi era più affine). Il fatto è che, leggendo e rileggendo (ah, cosa mi fai fare: nessun altro ci era mai riuscito) l’articolo di Merlo difficilmente riesco a trovarci l’universale gittata delle accuse che traspare dal tuo post. Magari è una mia impressione, ma mi sembra piuttosto che si tratti di recriminazioni ben circostanziate, con nomi e cognomi, circoscritte a quel milieu politico e giornalistico che in effetti su Twitter dà il peggio di sé (su questi nomi e cognomi, così come sul sottobosco che li attornia, mi trovo perfettamente d’accordo con Merlo – !). Peraltro, si tratta di un giudizio largamente condiviso, anche tra chi sa bene che il mezzo non si riduce ai (deteriori) messaggi: qualche tempo fa una mia cara compagna di twittate (soprattutto televisive), che di professione si occupa di social media, mi confessava il suo crescente disgusto per il profluvio di parole inutili se non dannose che vedeva rincorrersi su Twitter durante i talk show di approfondimento serali, fino a ritrarsene quasi inorridita.
    Sicuramente il fatto di non aver letto gli articoli di Merlo contro i blogger (una stragrande maggioranza dei quali, anche qui, corrisponde senza fatica alla definizione di Merlo che hai riassunto) mi priva di una chiave di lettura rispetto a quest’ultimo: ma in questa denuncia dell’approssimazione, della violenza e della presunzione imperanti nei tweet politico-giornalistici non posso non ritrovarmi.
    Fedelmente
    p

    • Ciao Paola,

      è sempre un piacere leggere i tuoi commenti che sono molto più ricchi di tanti post, anche per gli spunti che offri dalla tua angolazione che (ormai lo sappiamo) è molto diversa dalla mia.

      Venendo alle tue obiezioni, pensa cosa si è capaci di fare in un lunedì d’agosto per certificare un minimo d’onestà intellettuale: mi hai costretto a rileggere per l’ennesima volta il pezzo di Merlo, per vedere se avessi forse esagerato a interpretarlo come una critica alla piattaforma, piuttosto che all’uso che se ne fa.

      E no, stavolta mi pare che proprio a partire dai primi due paragrafi dell’articolo l’autore, con l’artificio retorico del “grazie, twitter”, intenda galleggiare pericolosamente (e quindi – a mio parere – proditoriamente) proprio su quest’equivoco, proprio nel solco delle sue precedenti uscite sui social media in generale. La piattaforma in quanto tale – ci dice Merlo – è un invito ai dilettanti (della comunicazione politica, della scrittura, del giornalismo). Nessun “professionista” certifica o intermedia e il risultato è che twitter apre il vaso di pandora della mancanza di talento, di competenze, di professionalità ergo (salto logico) twitter è la piattaforma degli incompetenti, denudati dall’obbligo della brevità (= superficialità).

      Per arrivare a questa deduzione, da anni Merlo scarta tutto ciò che non soddisfa la sua tesi precostituita: i tweet usati per segnalare/rendere popolari link a post ben più articolati, l’esistenza di molti account popolari che non cadono nel dilettantismo di cui sopra, e infine (surprise, surprise!) la vita sociale – anche nel mondo degli atomi – di chi passa molto tempo a scrivere online, in larga misura proprio per “nutrirla”. Ma al di là del metodo di analisi “bacato”, il problema (cito una persona che potrei definire “una professionista dei social media”, da un suo messaggio privato), è che è necessaria sia una “educazione alla pubblicazione” su twitter, sia una “educazione alla fruizione”, specie per quanto riguarda la capacità di filtrare correttamente i contenuti. E questo articolo mostra (chissà quanto volontariamente) di ignorarla.

      Tra l’altro, per l’autore di questo pezzo, su Twitter non esistono “content curators”, ma solo epigoni di Flaiano che sgomitano a colpi di sagacia per conquistare, ancora una volta, solo ed esclusivamente “attenzione”. Una gara di narcisismo, insomma, facilmente spiegabile da chi riconosce solo le eterne regole della “broadcastiquette”. Forse sono gli unici account che segue, o quelli più facili per scrivere un articolo di colore. Di fatto, si tratta di un messaggio semplice per spiegare twitter a chi (avendo subito queste regole per decenni, ed ignorando l’esistenza di regole nuove) ancora conosce solo superficialmente questo strumento e magari potrebbe anche essere “salvato” dalla contaminazione.

      Ma il vero problema che segnalo nel mio post non è tanto nel merito, ma nel metodo. Tanti grandi giornalisti pensano di poter scrivere un pezzo di analisi sui social media per il fatto di essere – appunto – grandi giornalisti, quindi (dal loro punto di vista) “addetti ai lavori”. Ma – fatte salve le sempiterne regole del giornalismo onesto, quelle che sovente loro per primi non hanno rispettato (devo ricordarti i titoli di scatola sulla clonazione ad opera dei Raeliani? quella era carta stampata, non erano bufale online) – twitter funziona in un altro modo, anzi – in mille altri modi che ancora nessuno può scrivere in un ipotetico “manuale”.

      Non ci provano gli esperti veri, che ancora studiano cosa ne sta facendo “la gente”, figuriamoci se può azzardarsi chi ha fatto (per quanto meravigliosamente) un altro mestiere.

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