La coda lunga delle opinioni in rete, tre anni dopo

Era il 2008 quando, all’ultimo glorioso RomeCamp al quartiere Ostiense, lanciai una provocazione. Internet – azzardai – aveva industrializzato il mercato delle opinioni e lo aveva disperso lungo la classica “coda” permettendo a qualsiasi punto di vista di trovare un proprio target in barba alle aspettative di una editoria che avrebbe dovuto essere fisiologicamente onesta in quanto tecnicamente “grassroots”.

Sono passati tre anni, Nicola Mattina torna a parlare di RomeCamp su FaceBook e quel vecchio speech mi torna in mente con insistenza. Forse perchè da allora parecchi altri casi di studio hanno confermato quella che non è mai stata una teoria rigorosa, ma di sicuro una mia convinzione. Dato che nella maggior parte dei casi chi scrive un articolo in rete con velleità “giornalistiche” è motivato dall’audience (e non dall’intento di fornire un contributo onesto e documentato alla discussione), una buona parte dei post che leggiamo sembra più orientata alla necessità di ritagliarsi una fetta di consenso che all’esigenza di esprimere le intime convinzioni dell’autore. Anche se non ci sono soldi, nè modelli di business, in ballo, questo meccanismo è sufficiente a “drogare” gran parte delle opinioni che scriviamo in rete, e con esse le conversazioni che tali opinioni tendono a generare.

Un esempio chiaro è in questi giorni davanti agli occhi di tutti. Berlusconi se ne va, dopo che per 17 anni la stragrande maggioranza dei blogger d’opinione ha fatto (giustamente) a gara per “bucare il monitor” con le battute più sagaci, l’eloquio più accattivante, il cinismo più spinto per vigilare, stigmatizzare denunciare lo scempio politico-istituzionale che andava in scena tutti i giorni. Si trattava però di un “mercato delle opinioni politiche” stantio in quanto saturo, in un quadro dominato dai wannabe-maître-à-penser della sinistra digitale, e con la certezza che solo in pochi avrebbero in definitiva dettato la linea per tutti gli altri.

Ma adesso che la parabola del Cavaliere si sta esaurendo e un Governo Monti è sempre più probabile, si profila un nuovo, meraviglioso mercato per le aspiranti star del “solonismo precotto”:quello dei “con Monti si va dalla padella nella brace, in quanto l’Italia sarà commissariata dalle lobby finanziarie a danno dei cittadini”.

Naturalmente il fatto che nei precedenti 17 anni abbia governato quasi ininterrottamente un individuo che ogni giorno, con un nuovo scandalo, ci faceva sembrare normale il giorno precedente passa del tutto in secondo piano. Di fronte alla necessità di posizionarsi come “gli unici che hanno ragione” (a sinistra, ovviamente, dato che i blogger di destra sono come i panda e di quelli si occupa un implicito WWF virtuale), secondo costoro sarebbe quasi meglio mettersi nelle mani di chi non solo ci lascerebbe in balia della speculazione, ma probabilmente prenderebbe quella poltrona per garantire al circo di nani e ballerine che ha occupato la scena istituzionale una uscita di scena indolore, quasi dignitosa. E magari – eliminato l’elemento folkloristico della forma – perpetuare nella sostanza quel tipo di politica, con gli effetti di cui ancora portiamo i segni.

E allora la domanda è: cosa motiva queste persone a mettere così da parte la propria onestà intellettuale e a sottovalutare fino a questo punto l’intelligenza di chi legge? Il sospetto è che si tratti di una nuova e più inestirpabile forma di berlusconismo di ritorno, dove l’unica vera leva che spinge a esprimere un pensiero è ancora una volta piazzarsi oltre una immaginaria linea, quella della microcelebrità, superata la quale – evidentemente – la rete fornisce l’illusione di orientare il punto di vista di gruppi di persone numericamente esigui per i parametri dell’editoria tradizionale, ma che vengono percepiti e trattati in modo indistinto, proprio come fossero masse. Di qui quella mia scherzosa (ma non troppo) definizione di micro-masse, apparentemente una contraddizione in termini, che però nasconde il tragico equivoco di questa fase di transizione dello pseudo-giornalismo fondato su dei veri e propri, anche se lillipuziani, culti della personalità.

Insomma, tre anni fa ero quasi sicuro, e tutto sommato speravo, di sbagliarmi. E infatti sbagliavo, ma per difetto: voleva essere una provocazione, una boutade, e invece a cosa era molto seria, e c’era davvero poco di che riderci sopra.

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