Umanità accresciuta, metaversi diminuiti

Pur non trattandosi esattamente della distrazione ideale da portare sotto l’ombrellone, in questi giorni ho portato a termine la lettura dell’ultima fatica di Giuseppe Granieri, “Umanità accresciuta, come la tecnologia ci sta cambiando“.

Si tratta di un libricino dall’aspetto innocuo, ma che in realtà solleva alcune questioni di grande importanza, a partire dalla necessità di risidegnare il complesso delle regole che sono alla base dei sistemi relazionali di oggi alla luce delle nuove possibilità offerte dalla tecnologia. Al centro del dibattito tornano ancora una volta i temi dell’identità (moltiplicabile), della sensorialità (espandibile), della condivisione dell’informazione (infinita), tutti elementi destinati a creare un pesante gap culturale tra gruppi e generazioni.

Un divario non tanto tra chi userà questi strumenti e chi non li userà, ma tra chi lo farà consapevolmente, alla luce di una “educazione mediale” in grado di estrarre valore dalle nuove tecnologie, e chi ne subirà l’impatto attrezzato solo degli schemi di riferimento attuali. Per i “migranti” tra le due culture, c’è il rischio, dice Granieri, di intaccare il governo stesso della nostra vita emozionale, dei nostri affetti, dei nostri interessi, ma anche la tutela dei nostri diritti e la difesa dei nostri valori. Saremmo quindi di fronte all’ennesimo bivio, rispetto al quale lo strumento è ancora una volta neutro, e la responsabilità è nostra: vivere in modo “accresciuto” o rimanere vittime del ciclo delle ansie, finendo per delegare la gestione del cambiamento – comunque inevitabile – ai nostri figli.

Il principale merito di questo libro è di aver colto l’essenza di uno dei problemi principali dell transizione tecnologica e culturale che stiamo attraversando: il problema della consapevolezza. Granieri però ci arriva dopo un lungo carotaggio sui “metaversi” o “mondi virtuali” che appartengono da tempo al principale ambito della sua indagine, e che nel frattempo hanno disatteso molte delle loro prospettive iniziali, almeno in chi vi aveva compiuto un investimento emotivo e razionale. La rete, che piaccia o no, nel frattempo somiglia sempre di meno a un metaverso, mostrando invece una progressiva capacità di incidere sul mondo reale attraverso interfacce sempre più evolute e al contempo rispettose dell’insostituibilità della vita offline. Una rete meno fine a sè stessa, più pervasiva nel quotidiano, in grado di costruire persino nuovi modelli economici, ma individualmente meno immersiva, rispetto a quanto Second Life sembrava promettere, davanti al monitor.

Ciò non toglie peraltro attualità e pertinenza ai punti sollevati in questo lavoro comunque molto valido. Se un uso “strategico” di un mezzo “stupido” come la televisione è stato in grado di svuotare di contenuti la nostra democrazia, non credo sia saggio sottovalutare il tema dell’impiego inconsapevole di un mezzo incredibilmente più complesso e intelligente come Internet. E sul fatto che gli anni che stiamo vivendo siano decisivi in merito, sotto il profilo della presa di coscienza e dell’evoluzione culturale, non mi sembra che vi siano dubbi di sorta.

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